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 2011  novembre 09 Mercoledì calendario

IL GRANDE DISSIPATORE - ESISTE

un certo numero di fatti, documenti e testimonianze che sconsiglierebbero di stringere accordi con Berlusconi. La sua parola non è esattamente da considerarsi la più sincera, la più certa, la più affidabile in circolazione.
Ma ieri sera egli ha «preso atto» - espressione per lui del tutto inusuale - di non avere più una maggioranza. E dopo aver gettato un pensiero ai guai della situazione economica e all´attacco dei mercati, in verità già piuttosto gravi diversi mesi orsono, ha finalmente detto quello che rende questo 8 novembre una data per tanti versi rimarchevole: mi dimetto.
Fino a prova contraria. Le dimissioni infatti non rientrano nel suo abito mentale. Almeno due volte nella storia egli ha promesso un passo indietro; e anche di recente giochicchia con questa storiella che lui si è scocciato, ha ormai una specie di successore e vuole fare «il padre nobile». Quando si hanno tantissimi soldi, un´adeguata dotazione di giornali e tv e un´abbondanza di furbizia è molto difficile passare per bugiardo matricolato.
Ma era una verità matematica che aveva trionfato nelle elezioni del 2008, mai nessuno poteva giostrare una maggioranza così ampia e giovarsi di un´opposizione così debole e confusa. Il Berlusconi dei primi mesi sembrava un fulmine di guerra. A Napoli, per via dell´immondizia sparita, lo volevano fare Santo, come diceva lui. La faccenda dell´Alitalia bene o male l´aveva sistemata. Quando arrivò il terremoto era sempre all´Aquila, con il casco rosso in testa a mo´ di corona. Lavorava, non dormiva la notte, la luce delle stanze di Palazzo Grazioli erano sempre accese. Allora non si sapeva perché, e in più la gente è felice di essere governata da un capo insonne, per lavoro, s´intende.
Reclamizzava il sogno, come al solito, e le Grandi Opere. All´estero s´intendeva non solo rispettato, ma addirittura amato dagli altri leader che ne riconoscevano la statura e l´esperienza. Stava anche per dare luogo a un´università del pensiero liberale, pensa tu, per la quale aveva in animo di distribuire munifici gettoni di presenza agli ex presidenti, Aznar, Bush, Schroeder, mentre lui, vivaddio, era ancora in carica.
Con qualche enfasi si era pure costruito un «popolo», non un semplice partito. Lui presidente a vita del Pdl, com´è ovvio, e via con le il coro di «Meno male che Silvio c´è». Se si dovesse anche solo accennare agli inni e alle lodi, alle invocazioni e alle acclamazioni raccolte nei primi tempi del suo terzo o quarto governo non basterebbero quattro o cinque pagine di giornale. Sullo sfondo, come per un destino, si stagliava la poltrona delle poltrone: il Quirinale.
Una magnifica famiglia. Una bella moglie, e sorprendente. Aziende floride. Ville da favola. Un modello di potere forse un po´ monarchico, con corte, cortigiani, medici, cuochi, maggiordomi, preparatori atletici, guardie, servi, buffoni. Naviglio e giardinaggio, teatri e pizzerie e gelaterie per gli amici in vacanza. Dopo tutto, era anche un fantastico settantenne, ancora in funzione, accipicchia!, in quelle faccende lì.
Questa la favola del berlusconismo trionfante. Gli italiani ci avevano creduto. Parlava chiaro e semplice, raccontava un sacco di barzellette e faceva anche ridere. Stavolta lasciatelo lavorare. Sistemava uomini suoi nelle aziende e nei telegiornali: è normale. All´Aquila un 25 aprile si mise al collo un fazzoletto partigiano della Brigata Maiella e aprì alla sinistra. Scrissero che si voleva prendere pure quella.
Due giorni dopo era a Casoria, da Noemi che compiva 18 anni. Il punto dolente, che non dispiace rimarcare proprio in questo giorno e in questa occasione, è che un conto è il potere, altro conto l´onnipotenza. Quest´ultima è faccenda che riguarda la divinità; e per quanto Carl Schmitt abbia scritto che «tutti i concetti decisivi della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati», grazie a Dio il credersi onnipotente è il miglior sistema per fare una sacco di stupidaggini.
Nel caso di Berlusconi, da allora in poi queste ultime non sono più cessate. Noemi, il ciarpame delle veline, il divorzio con Veronica, la rottura con Fini, le bugie, ancora altre bugie. E Tarantini, la D´Addario, le feste con le farfalline, Lele & Fede, Ruby e Mubarak, il baciamano a Gheddafi e le gaffe internazionali, la crisi economica sottovalutata, il caso Brancher, le leggi ad personam, la Cricca, la P3, la P4, il calciomercato a Montecitorio, le olgettine, Lavitola, fino ai giorni nostri.
A dimostrarlo c´è una vasta mole di materiali, pure audio e video. A proposito: dove tenga il Cavaliere quelli che documentano la sua vicenda politica negli ultimi diciott´anni è uno dei segreti meglio custoditi della Repubblica. Dagospia ha scritto una volta che il tele-archivione delle res gestae berlusconiane riposa in un palazzo del quartiere Prati.
Ma stavolta il presidente della Repubblica Napolitano, che dal 2008 ha avuto modo e maniera di approfondire la conoscenza di Berlusconi, ha ritenuto che l´impegno fosse da mettere nero su bianco. Dimissioni, quindi, e tali da fargli quasi rimangiare la ribalderia diffusa l´altroieri allorché giravano voci in questo senso e allora lui: «Finirà che mi sarò dimesso senza nemmeno saperlo».
Era uno scherzo, un´assurdità. Fra le mille innovazioni apportate in tutti questi anni alle forme del discorso pubblico, questa della battuta tendenzialmente allegra, dell´ilare paradosso e del rovesciamento giocherellone non va certo sottovalutata. Sempre sull´argomento dimissioni, che del potere costituisce pur sempre l´alfa e l´omega, non molto tempo fa, era settembre, Berlusconi ne disse una che non deve aver fatto molto piacere al Capo dello Stato.
Era salito al Colle in disagevole condizione. Pochi giorni prima, il 12 settembre, in uno di quegli strambi audio-messaggi somministrati ai fantomatici Promotori della libertà gli era decisamente slittata la frizione oratoria: «Abbiamo tutelato le fasce più deboli - aveva concluso tutto d´un fiato e in crescendo - Abbiamo salvato i nostri risparmi! Abbiamo salvato l´Italia!».
Eh, quante cose erano cambiate dalla vittoria. Fatto sta che a metà settembre Napolitano l´aveva chiamato al Quirinale per chiedergli conto del fresco declassamento di Standard&Poor´s, della maggioranza sempre più sfilacciata, del fatto che nel ringraziare i paesi della Nato che operavano in Libia Obama aveva drammaticamente omesso l´Italia. Però non è questo oggi il punto. Il punto, se si vuole anche politico, è che appena uscito da quel colloquio piuttosto delicato il presidente del Consiglio se n´era uscito con una di quelle sue spiritosaggini: «Tranquilli - aveva detto - Napolitano non si dimette».
In politica la faccia di bronzo può anche essere una virtù. Ma nessuno in età repubblicana, forse solo Mussolini in precedenza, ne possiede una tosta come quella che offre il presidente Berlusconi; e la circostanza che tale faccia sia stata ripetutamente e chirurgicamente manipolata, con esiti di gommosità pupazzoide, suoni a parziale, ma visibile conferma di tale valutazione. Per cui se addirittura si affronta il chirurgo per sembrare «altro da sé», figurarsi con quanto scrupolo si sbandierano programmi e progetti. Ma pazienza.
Le dimissioni rinviate, le dimissioni promesse, ma pur sempre le dimissioni, ora stanno lì. E se nessuno francamente festeggia l´evento e anzi l´antiberlusconismo più smaliziato si riserva un qualche scetticismo, è pure vero che l´uomo salito ieri sul Colle è un leader davvero molto consumato, e stanco, malconcio, appannato (come lo designano i cortigiani nelle intercettazioni).
Nelle vignette sui giornali internazionali è Nerone che suona la cetra mentre la città brucia. Altrimenti intimano: «Nel nome di Dio e dell´Italia vattene!». Qui in Italia avrà pure guadagnato qualche giorno, ma non si può dimenticare che fino a ieri si discuteva di exit strategy, del salvacondotto o perfino dell´amnistia, o delle Bermuda; per non dire che si è discusso anche della fine di Craxi, di Salò e dei tanti leader che a un certo punto della loro parabola, come per una sorte ineluttabile, sono finiti asserragliati in un bunker.
Oggi l´idolo che si affacciava dai giganteschi poster, l´uomo che ha mutato l´arte del comando in Italia suscita risolini in Europa e ieri sera è andato da Napolitano a dire che non ce la fa più. Non c´è sondaggio o incantesimo di marketing che lo consoli. Il giorno triste del suo compleanno si è lamentato che la radio non mette mai le sue canzoni napoletane: «Chi gli aveva creduto lo vede nudo; e nel disincanto - ha scritto Franco Cordero - svaniscono i carismi».