ALESSANDRA LONGO la Repubblica 9/11/2011, 9 novembre 2011
LA RABBIA AFFIDATA A UN FOGLIETTO: "TRADITORI" - ROMA
Poche parole, vergate di getto: «308. Meno 8. Traditori. Prendo atto. Ribaltone. Trovare soluzione. Dimissioni. Pres. Repubblica». Silvio Berlusconi non alza mai gli occhi, se non per controllare il tabellone delle votazioni, tortura la penna, serra la mascella, scrive nervosamente. Quel foglietto, intercettato dai fotografi, la dice lunga sull´agitazione, sul disorientamento, sulla rabbia. Negli appunti mescola i numeri del suo fallimento all´intervento a dito alzato di Pierluigi Bersani: «Se lei ha un briciolo di responsabilità, prenda atto della situazione, rassegni le dimissioni, faccia un gesto...». Lui, lo statista del secolo, è umiliato dalla matematica, snobbato dai suoi beneficiati («Mi sento tradito»). La votazione è finita da pochi secondi. Laura Ravetto passa i tabulati al Capo. Ecco i sì e i no, chi lo ha scaricato e chi è rimasto. Tutti a compulsare quelle pagine che certificano la fine. «Ragazzi, abbiamo un problema di numeri, ora dobbiamo riflettere sul da farsi», ammette Berlusconi. Accanto a lui, Roberto Maroni e Umberto Bossi, i ministri Romani, La Russa, Bernini, Prestigiacomo, Meloni, Carfagna, Brunetta. Deve lasciare, deve arrendersi. E´ ferito, infuriato. Con Giulio Tremonti nemmeno uno sguardo.
Definizioni raccolte qua e là: «Fine di un impero», «Crepuscolo degli Dei». «Allora cosa fate?», chiede Bossi a D´Alema incrociandolo nei corridoi accanto all´aula. «Cerchiamo di mandarvi a casa. E´ questo il nostro compito». L´otto novembre di Berlusconi. Per la prima volta dalla fine del ´94, il Cavaliere si vedrà costretto a pronunciare la parola dimissioni. Giornata cupa nelle facce dei ministri. La Brambilla, senza trucco, si morde le labbra e sta per piangere, Daniela Santanché avanza quasi incerta sui tacchi, e Scilipoti si agita perché, sta finendo la sua golden share. Giornata convulsa dove succede di tutto a cominciare dal mattino quando Giorgio Stracquadanio, convocato a Palazzo Grazioli, assieme a Isabella Bertolini, cerca di dribblare la muta di cronisti, correndo via sul selciato piovoso. «Lasciatemi stare, voglio essere un uomo libero!», grida. Quelli non mollano e Stracquadanio si rifugia in una camionetta dei Carabinieri. Tutto sopra le righe, il susseguirsi degli incontri, la sfida da lontano tra i «mediatori», Verdini per il Pdl e Cirino Pomicino, ringiovanito, per conto dei cosiddetti moderati ex Dc.
I riflettori sono puntati sul volto teso, inespressivo. Quando entra in aula, l´applauso dei suoi non è scrosciante. L´esito è scritto. Gianfranco Fini lo attende apparentemente impassibile dallo scranno più alto. Tra il ridicolo e il surreale la performance di Gennaro Malgieri. Va alla toilette e perde l´appuntamento con la storia. Poi prende il microfono e si scusa: «Se ci fossi stato avrei votato a favore». Lo fulminano come fulminano anche la bionda Gabriella Carlucci che arriva scortata dai nuovi colleghi dell´ Udc e accavalla le lunghe gambe vicino a Cesa. «Fondoschiena al sicuro», sibila Alessandra Mussolini.
Meno otto traditori... Santo Versace non ci sta. Lui si è dissociato prima, «quando la maggioranza era a quota 320»: «Il vero traditore è lui, è Berlusconi, è chi ha portato un Paese ricco come l´Italia nelle stesse condizioni della Grecia». La sera, al Colle, la partita finale. Berlusconi deve pronunciare quella parola: dimissioni. «Una partita che gioca da solo - riassume Benedetto della Vedova - la sua squadra è già negli spogliatoi».