Franco Bechis, Libero 10/11/2011, 10 novembre 2011
SINISTRA SBUGIARDATA NON ERA SILVIO IL BERSAGLIO DEI MERCATI
La favoletta ha retto davvero poco. Da settimane in tutti i dibattiti politici Pier Luigi Bersani, Antonio Di Pietro, Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini insieme ai loro accoliti hanno ripetuto come un mantra che il problema principale per i titoli di Stato era la presenza al governo di Silvio Berlusconi. Hanno perfino quantificato il suo danno diretto in 80-100 punti di spread, del differenziale cioè fra i rendimenti dei titoli italiani rispetto ai bund tedeschi. Berlusconi si è dimesso, e ieri per titoli di Stato e mercato azionario italiano è stata una giornata nera. Lo spread base è salito di quasi ottanta punti (quelli di cui avrebbe dovuto scendere), raggiungendo il record assoluto di 574 punti. I rendimenti dei Btp decennali sono schizzati al 7,47%, quello dei quinquennali al 7,60% e il biennale al 7,13%. L’indice della borsa di Milano è caduto del 3,78% con un vero e proprio tonfo per Mediaset (-12,04% a 2,206 euro). La notizia è drammatica perché il prossimo 15 dicembre sono in scadenza 6,05 miliardi di Bot annuali e proprio oggi si terrà l’asta per il rinnovo sia pure lievemente ridotto (5 miliardi di euro).
Fra nemmeno una settimana, il 14 novembre, verranno offerti fra 1,5 e 3 miliardi di Btp. Le emissioni previste per il mese di novembre ammontano a circa 30 miliardi di euro. Si rischia un bagno di lunga durata sulla spesa per interessi, che contrariamente alle previsioni e ai giochini politici è la conseguenza diretta delle dimissioni di Berlusconi.
IL VERO PROBLEMA
Quel che ieri hanno detto i mercati all’Italia è che il suo problema non era in sé l’uomo che la guidava. Magari Berlusconi fa sorridere altri capi di Stato all’estero, è vero che non è particolarmente amato dalle cancellerie. Solo che ai mercati di questo frega assai poco. Scatenando l’assalto ai titoli di Stato ieri nonostante la difesa della Bce che in giorni così sembra quasi inutile, i mercato hanno detto che per loro esiste un problema paese, esteso a tutta la classe dirigente.
Nel superspread una quota è di Berlusconi, ma quota analoga è di Bossi, di Bersani, di Casini, di Fini, di Vendola e Di Pietro. Non ritengono credibile la classe politica italiana, senza farne una questione di bandiera. Leggono dichiarazioni e impegni politici concreti dell’uno e dell’altro e traggono una convinzione che non si scuote: nessuno è in grado di fare davvero le riforme che servono per allontanare lo spettro del default Italia. Non c’è alcuna proposta vera sulla crescita del Pil, c’è contrasto in ogni schieramento politico (che quindi rende irrealizzabili le riforme) quando si parla di riduzione della spesa per pubblico impiego, sanità e previdenza. Non c’è margine per rendere più flessibile il mercato del lavoro. E soprattutto non c’è alcuna intenzione né destra né a sinistra di ridurre la massa complessiva del debito pubblico.
Questo è uno dei punti più delicati, e l’unica vera difesa che l’Italia può tentare nei confronti della speculazione.
INVESTITORI ESTERI
Perché tutti parlano di rapporto fra debito e pil, che conta ai fini dei parametri di Maastricht, ma assai meno agli occhi degli speculatori.
Il problema Italia è la massa monetaria dei titoli del debito pubblico in circolazione. Circa 8-900 miliardi di euro sono in mano a investitori esteri, ed è una cifra colossale esposta sul mercato secondario alla speculazione. La prima urgenza è quella di ridurre quella somma, e rendere il paese meno vulnerabile. Si può fare in due modi. Il primo è quello di spostare come effettivamente è avvenuto negli ultimi anni – dall’estero verso l’Italia la titolarità di quel debito. Dentro i confini nazionali è più al sicuro dagli attacchi della speculazione. Il secondo modo è quello più netto: ridurre iniziando proprio da quella fetta, l’importo assoluto del debito vendendo ad esempio beni mobili e immobili dello Stato e riassorbendo con quei ricavi i titoli in circolazione.
ATTACCO IN CORSO
Qualche idea vaga è circolata negli anni nel centrodestra, l’argomento è invece tabù per il centrosinistra.
Se i mercati comprendono che non c’è alcuna linea di difesa, l’attacco sarà più diretto e micidiale. Per questo salgono gli spread, e si alimentano di ogni dichiarazione politica e di ogni incertezza sul futuro dell’Italia. Anche i mercati hanno sentito i mantra di sinistra e Terzo Polo. Da mesi quelli urlano “Berlusconi dimettiti”. Da qualche settimana sanno pure che la possibilità di dimissioni era vicina. I mercati avrebbero immaginato che il giorno dopo la caduta di Berlusconi la soluzione altrui saltasse subito fuori dal cilindro.
E invece quelli nulla, divisi, impotenti, senza idee. Una mazzata sulla credibilità dell’Italia. Tanto che tutti siamo costretti a guardare sgomenti l’unico punto di riferimento restato in grado di prendere decisioni: Giorgio Napolitano. Lui la soluzione la sa, ma ha bisogno del sì di Berlusconi. Dopo tante parole siamo dunque tornati al punto di partenza. E non è gran risultato.
Franco Bechis