Marco Gorra, Libero 10/11/2011, 10 novembre 2011
IL BOCCONIANO CHE TROVÒ GLORIA GRAZIE A UNA MULTA
Una volta disse: «Il mio collegio elettorale è la Bocconi». E il ritratto di Mario Monti potrebbe pure finire qua. Sessantottenne varesino, studi dai gesuiti e prima cattedra a ventisette anni, il neo-senatore a vita e presidente del consiglio in pectore è quanto di più lontano da un politico si possa immaginare. Professore, editorialista, economista, commissario europeo: tutto senza mai prendere un voto in vita propria. «Mario Monti», scrisse qualche anno fa il Foglio, «fa una sola cosa alla volta e non si è mai candidato personalmente ad alcun incarico dove non sia pervenuto per chiamata. Ci tiene semmai a sottolineare di non essere un programmatore della sua carriera e del resto alcuni suoi collaboratori trovano che abbia davvero l’aria di uno a cui le cose sono successe ». Di cooptazione in cooptazione fino a Palazzo Chigi? Può succedere anche questo.
Di certo c’è che quello di Monti è il nome più rassicurante per l’Europa e i mercati. Lo è per una pluralità di fattori, primo tra tutti la lunga frequentazione. Dopo un ventennio passato a scalare le gerarchie accademiche (nell’89 è rettore della Bocconi, dal ’94 presidente), esordisce sulla ribalta politica nel ’94, quando un Berlusconi fresco di sbarco a Palazzo Chigi lo spedisce a Bruxelles ad occupare la prestigiosa poltrona di commissario europeo con deleghe a Mercato interno e Fiscalità.
MISTER CONCORRENZA
Il salto di qualità, tuttavia, arriva cinque anni dopo: nel ’99 il governo D’Alema gli rinnova la fiducia. Nel secondo quinquennio a Bruxelles, Monti si occupa di Antitrust. E qui il suo indice di gradimento tra la gente che conta inizia a schizzare verso l’alto. Perché affronta il nuovo incarico con un certo piglio: è sotto la sua guida, infatti, che la Commissione avvia la procedura di infrazione contro Microsoft (culminerà anni dopo in una multa monstre da 497 milioni di euro) ed impedisce la fusione tra i colossi General Electric e Honeywell. In questi anni Monti si costruisce quell’immagine un po’ pionieristica del severo custode del rigore e delle regole (arrivando, quando necessario, persino a bacchettare l’Italia senza farsi troppi problemi), che lo caratterizza tuttora. Nel 2004 il governo Berlusconi gli nega il terzo giro, indicando al suo posto Rocco Buttiglione (che, per la cronaca, sarà stoppato dal Parlamento per la famosa faccenda dei gay e lascerà il passo a Franco Frattini).
Fatte le valigie da Bruxelles, Monti non resta con le mani in mano. Anzi, amplia e solidifica il proprio addentellato coi poteri forti. Dal 2005 è international advisor per Goldman Sachs (banca d’affari che sta alla speculazione come la Mecca sta all’Islam), diventa presidente di Bruegel, gigantesco think tank finanziato dalla bellezza di ventotto multinazionali, è presidente europeo della Trilaterale e membro del Direttivo del gruppo Bilderberg. In Italia non c’è salotto buono dell’economia e della finanza dove non sia più che riverito: Mediobanca e Generali (mondi che con la Bocconi, e segnatamente coi suoi piani alti, hanno lunga consuetudine), Rcs (Monti è da anni tra gli editorialisti di punta del Corriere della Sera: ultimo fondo questa settimana, per dire a Berlusconi che bisogna pensare ai conti pubblici invece di puntare ad «un successo elettorale a tutti i costi per la Sua parte politica, ma in un Paese sempre più populista, distaccato dall’Europa e magari visto come responsabile di un fallimento dell’integrazione europea »), le grandi banche.
La peculiarità di Mario Monti, in ultima analisi, questa è: essersi costruito la più solida delle immagini apparendo il meno possibile, avere assunto un ruolo politico di primo piano (ben prima della nomina a senatore a vita di ieri, si capisce) essendosi tenuto alla larga dalla politica.
GOVERNO DELLA SVENDITA?
Ancora dal Foglio: «È attratto dalle strutture istituzionali, è un uomo di seconda battuta, guarda con ripugnanza all’ipotesi di una candidatura elettorale, dove si rischia di essere sconfitti. È un uomo più di testa che di cuore». Credenziali che, per il lavoro che rischia di dover svolgere a breve sarebbero anche indicate. Sempre che testa e cuore, a forza di frequentarli, non siano rimasti troppo ancorati ai salotti dei poteri forti. Perché, nonostante si ripeta da più parti che i tempi del Britannia sono passati e che governo tecnico non vuol dire per forza paradiso degli speculatori, qualche dubbio è lecito farselo venire. Perché in nessun palazzo del potere si auspica segretamente che dietro il governo di salvezza nazionale guidato da Monti si nasconda la svendita di quello che resta dell’Italia, vero?
Marco Gorra