Cesare Maffi, ItaliaOggi 10/11/2011, 10 novembre 2011
LA CRISI VISTA DAI GIORNALI DI DESTRA
Le reazioni dei quotidiani vicini al centrodestra, che ieri davano conto della crisi annunciata, anche se non aperta, permettono di vedere come la parola d’ordine di Silvio Berlusconi sia stata divulgata, e altresì come siano stati effigiati sia il «tradito» sia i «traditori».
L’indicazione del Cav era ed è chiarissima: si va alle urne. Non c’è spazio per altre soluzioni. L’attuale governo guiderà il paese durante la campagna elettorale.
Altrettanto limpido era il Giornale, fin dal titolone «Si va a votare», rimarcato dall’occhiello «Nessuna alternativa». O così o così, insomma. Una motivazione concreta la forniva, di spalla, la riflessione affidata a Nicola Porro, in controtendenza rispetto alle affermazioni ripetute per giorni dal centro-sinistra: «Solo le elezioni possono salvarci dallo spread». Quanto ai deputati dissiden-ti, difficile essere più drastici, posto che in prima pagina le fotografie dei sette traditori (era salvato il disgraziato Gennaro Malgieri, pur senza spiegazioni sui motivi del ritardo nel voto, per assumere una medicina o per far pipì) erano accompagnate dal tonitruante titolo «I Giuda che hanno pugnalato il governo». Soltanto all’interno emergeva una possibile e diversa realtà: «La paura di perdere la poltrona agita nuovi frondisti nel Pdl».
Sostanzialmente identica la prospettiva di Libero. L’apertura era palmare, senza ipotesi diverse: «Al voto, al voto». Che, però, si trattasse di un augurio, di un invito, di un ordine, emergeva dalla constatazione realistica, confinata in terza pagina: «Ora attenti al governo pateracchio». Più compassato, secondo il proprio costume, Il Tempo: «Meglio il voto che il vuoto», dunque un semplice auspicio. A rimarcarlo stava il sobrio editoriale «Il realismo del Cavaliere».
Giuliano Ferrara ha in questi giorni esercitato un riconosciuto ruolo di esortatore in servizio permanente alla lotta dura senza paura. Logico, dunque, che sul Foglio l’Elefantino siglasse il breve pezzo in prima «Si dimette ma non molla». Come dire: state a vedere, ché la guerra continua, tanto per citare una (infelice) frase arieggiante il clima da 25 luglio che i berlusconiani alimentano da parecchio.
È il clima che il Secolo d’Italia ben esplicitava con una scelta giornalistica insolita. Sotto il titolo, in tricolore, «Non ho tradito», erano elencati i deputati che avevano votato sì sul rendiconto. Sarà bene ricordare che questo titolo riecheggiava il verso di una poesia diffusa negli ambienti del neofascismo mezzo secolo fa, dedicata agli aderenti alla Repubblica sociale italiana: «Se l’ira cieca, se l’odio tetro, Al tuo passare ti segna a dito, Rispondi senza guardare indietro: Non ho tradito! Se l’ingiustizia, se la vendetta, Per la tua fede t’avran colpito, La tua parola tu l’hai già detta: Non ho tradito! Se nel tuo sangue tu giacerai, Spirito invitto, corpo ferito, Più fieramente risponderai: Non ho tradito! E se la morte che t’è d’accanto Ti vorrà in cielo, dall’infinito Si udrà più forte, si udrà più santo: Non ho tradito!». Chissà se tutti i deputati che hanno confermato l’appoggio al presidente del Consiglio siano rimasti lieti di questo accostamento.
E sempre in tema di tradimenti, non possiamo ignorare, in chiusura, la Padania. Al compunto titolo in prima («Legge di stabilità, poi il voto») si contrapponeva il micidiale pezzo in seconda, «Quei traditori che finiranno nella spazzatura della storia», nel quale Arrigo Petacco compiva un lungo elenco di traditori, «da Decimo Giunio Bruto a Giuda, dalla Pivetti alla Carlucci», aggiungendo che «Cavour tradì D’Azeglio», «Garibaldi tradì Mazzini» e via elencando. Certo, scomodare De Gasperi, Togliatti, Vittorio Emanuele III e altri «traditori» per condannare l’astensione di Alessio Bonciani o di Ida D’Ippolito, pare un po’ fuori delle righe.
Cesare Maffi