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 2011  novembre 09 Mercoledì calendario

«VI RACCONTO MCLUHAN, CARTOMANTE ANTIMODERNO» - INTERVISTA ALLO SCRITTORE DOUGLAS COUPLAND

A pagina 19 del libro Marshall McLuhan di Douglas Coupland (Isbn), l’autore si interroga sul senso di scrivere una nuova biografia del sociologo e massmediologo canadese, considerato che nel 1989 uscì un ottimo libro scritto da Phillip Machand e un altro altrettanto valido nel 1997 di Terrence Gordon. La risposta è questo libro, per certi versi bizzarro e che poco somiglia alla classica biografia agiografica. Un mosaico pop composto da elementi disparati: pagine di Wikipedia, schede di libri tratte da Amazon, commenti lasciati su YouTube, aneddoti, divagazioni e ricordi personali dell’autore, anagrammi di alcune parole chiave e un test per misurare l’ampiezza dei tratti autistici di un individuo adulto. Douglas Coupland è uno scrittore poliedrico che, come McLuhan, è riuscito a contaminare cultura alta e cultura pop, romanzie tutorial di videogiochi, serie tv e arte contemporanea, fino a diventare designer per un marchio canadese di abbigliamento casual. Il libro di Coupland parte da quei tre riferimenti per i quali è universalmente riconosciuto McLuhan - spesso citati a sproposito -, diventati elementi pop universali e luoghi comuni: il celebre “Il medium è il messaggio”, la dicitura “il villaggio globale” e l’ap - parizione dello stesso McLuhan nel film “Io e Annie” di Woody Allen in cui viene richiamato dal regista- attore newyorkese per zittire un dotto e logorroico professore della Columbia in coda in un cinema di Manhattan - negli Usa e in Uk il volume si intitola proprio You Know Nothing of My Work!, la frase che Marshall McLuhan pronuncia nel film. Lo scrittore canadese (anche lui) dedica una buona parte del libro ai due elementi che hanno influito - più di ogni altro, secondo lui - sulla vita e sulle opere di McLuhan, ovvero il rapporto con la madre e l’anomala struttura vascolare cerebrale del massmediologo che lo rendevanounpersonaggio bizzarro e spesso poco capito. Più che raccontare la storia del sociologo, Coupland cerca di entrare nella sua testa, indagando il suo modo di scrivere, insegnare e ragionare, e di capire come abbia potuto preconizzare tutta una serie di scenari e contenuti che, ancora oggi, non sono ancora stati ben assimilati. È piuttosto raro che scrittori contemporanei di narrativa si cimentino in una biografia: come ti sei avvicinato a quella di un personaggio complesso come Marshall McLuhan? «Tutto è iniziato con la proposta di scrivere questo librochefaceva parte di una collana di canadesi vivi che scrivono di canadesi morti [ndr: Extraordinary Canadiansè il titolo della serie dei volumi editi dalla Penguin]. Non suona molto sexy, lo so. È nato tutto da qui. Il curatore della collana John Ralston Saul mi ha incontrato nel 2005 ed è stato da subito molto insistente. Farmi lavorare sulla biografia di Marshall era diventata la sua missione e Dio sa se inizialmente non ho esitato. Gli dissi che l’avrei fatto, ma poi ho latitato fino a che non sono arrivato al livello del “Ok, fallo e basta”. Poi mi sono rotto una gamba, per fortuna, e sono rimasto bloccato a letto. Così ho installato la wireless, e a quel punto mi sono detto “Beh, potresti anche cominciare” ». Qual era l’esigenza da cui sei partito? E quale è stato il tuo metodo di lavoro? «Non avevo mai letto i suoi libri. In realtà, credo che siano inpochi ad averli letti tutti. Sono talmente densi e difficili da assorbire - era come se avesse un proprio linguaggio segreto. Così ho dovuto leggere almeno due volte tutto ciò che aveva scritto. Leggevo solo tre-quattro pagine alla volta e continuavo a sottolineare e a scrivere note al margine tipo “che carogna” oppure “questo è un grande”. Alla fine però penso di essere riuscito a entrare in profondità nel suo mondo intellettuale e personale ». Unadelle tesi centrali che affermi più volte nel libro, e che in molti hanno spesso frainteso, era il suo rapporto con l’era elettronica che stava vivendo. In fondo lui non la amava affatto. «Assolutamente. Odiava il mondo moderno. Voleva vivere prima del 1800. Odiava la tecnologia. Odiava il XX secolo. Sarebbe rimasto sconvolto dal XXI. Non dimentichiamoci che McLuhan, in fondo, era un anziano professore di retorica rinascimentale e che i suoi riferimenti erano oscuri libellisti inglesi del XV secolo. In questa vita credeva semplicemente nei modelli ricorrenti». Questo però non gli impediva di avere un interesse ossessivo per capire il mondo contemporaneo, senza però giudicarlo. Oggi una cosa del genere sembra impossibile: gli studiosi, i massmediologi e i metacritici non riescono a non dare giudizi di merito sulle cose che succedono, e il più delle volte le loro teorie previsionali sono di cieco entusiasmo o cupo pessimismo, e spesso infatti le loro teorie falliscono. «La differenza principale tra McLuhan e gli altri teorici era che lui non voleva creare una teoria di per sé. Cercava, per esempio, di descrivere quello che sarebbe stato Internet usando un mix (spesso molto vecchio) di riferimenti letterari. Alla fine è passata come teoria ma, per molti versi, era una roba tipo cartomanzia. Comunque lui non era molto interessato a giudicare il mondo, e il fatto di non attribuire giudizi di valore credo lo abbia reso accessibile a molte persone. Come scrivo, il suo divertimento era prendere delle idee e farle scontrare insieme, come in un acceleratore di particelle, per vedere cosa usciva fuori dalla collisione». Questo si collega a un approccio, per così dire, “artistico”alla materia, usando le parole come colori di una tavolozza. Come per esempio, nelle sue lezioni, improvvisando prima le idee e le opinioni e solo dopo cercando le prove a sostegno. Un approccio rivoluzionario specialmente nel mondo accademico. «Non credo che tutto ciò fosse voluto. Voglio dire, nella sua mente egli stava vivendo una lezione vera e propria. Ciò che è affascinante è che McLuhan fosse del tutto all’oscuro di come ciò che diceva potesse arrivare alle altre persone. Le sue lezioni diventavano performance artisticheaccidentali, mentre una buona percentuale delle persone che seguivano le sue lezioni era fatta di LSD. I colleghi lo odiavano, e in parte perché erano invidiosi: lui faceva un sacco di soldi e li spendevaostentandoli tra i suoi amici accademici. Dev’essere stato proprio seccante. Ma c’erano importanti questioni anche a livello accademico sulle fonti, così come su tutta una serie di pregiudizi che McLuhan aveva e che erano piuttosto diffusi tra i maschi bianchi canadesi nati nel 1911». Ti riferisci anche alla profonda passione religiosa, che in parte ha plasmato la prospettiva e il suo punto di vista sulle cose? «Sì, anche. McLuhan pensava che lo nostra permanenza sulla terra fosse soltanto un trampolino per poi lanciarsi in qualcosa di eterno. Per lui il mondo era proprio questa cosa. Sai, tipo, stai su questo piano circa per settant’anni: sarebbe una cosa da analizzare meglio. Lui viveva per l’eternità, non per il futuro. E questo approccio ha certamente influenzato il suo pensiero». (...). Parliamo di McLuhan oggi, a cento anni dalla sua nascita. Non credi che sarebbe affascinato di come l’informazione, la tecnologia, la comunicazione e il nostro modo di pensare siano così compenetrate tra loro? «Penso che sarebbe più interessato a mostrare come molte sue teorie fossero corrette - solocheleha divulgate con cinquant’anni di anticipo. Molto di quello che stava facendo era cercare di descrivere Internet in un modo che sembra, per usare un’analogia, folk art, arte popolare». Ho come l’impressione che non amasse le fasi intermedie, come era quella che stava vivendo dal punto di vista dei media. «Tutto, in fondo, è una fase intermedia di qualcos’altro. In futuro anche noi potremmo vedere la stampa come una tecnologia intermedia, ma necessaria, per passare al digitale. Pensaci. Tra 50 anni magari le nuove generazioni sosterranno questo». (...). McLuhan ha detto «l’utente è il contenuto». Forse sarebbe contento oggi del web 2.0, del citizen journalism o di tutto il fenomeno dell’user generated content? «Ironia della sorte, egli probabilmente odierebbe tutto questo per il suo distacco dal mondo reale e da quella che la Chiesa cattolica chiama legge naturale». Mi stupisce il fatto che tu non abbia mai letto McLuhan prima. In realtà c’è molto di suo nella tua scrittura e pensiero. «Credo di essere un esempio delle sue teorie reso manifesto. Molte personedella mia età o più giovani lo sono». Insomma, l’amore-odio per la tecnologia, l’approccio artistico, il Canada, l’interesse per le tematiche religiose, e poi i giochi di parole, la frammentarietàel’invenzio - ne di neologismi sono tutti elementi che evidentemente ti accomunano a McLuhan. «Sì, ci ho impiegato un anno per rendermene conto. Oltre alle cose che hai citato, aggiungo che è andato alla stessa scuola di mia madre a Winnipeg. Abbiamo entrambi tradizioni evangeliche delle praterie del XIX secolo e abbiamo vissuto tutti e due a Vancouver. Per il resto, sì, la passione del giocare con la parole è decisamente un elemento comune». In questo momento cosa creativamente ti dà più soddisfazione: il tuo lavoro da scrittore, quello di visual artist, stylist, o cos’altro? O non riesci a scindere queste varie discipline? «Ho smesso da tempo di classificare le cose che faccio. La mia unica preoccupazione oggi è quella di usare tutto il mio cervello non su una cosa sola. Mi dispiace che negli anni Novanta mi sia concentrato troppo sulla scrittura e poco sul lavoro visivo. Sicuramente mi avrebbe reso più creativo ». Hai studiato per un anno allo IED di Milano. Cosa ricordi di quel periodo? «Ricordo solo una profonda depressioneclinica. Alpunto cheho dovuto lasciare. È stato un periodo terribile. Ho ancora dei problemi solo a leggere la parola “Mi - lano” (mi spiace Milano, non è colpa tua)». E per finire, a cosa stai lavorando in questo momento? «Sto scrivendo il romanzo più sporco e lurido del mondo. Davvero. Sono circa a metà del lavoro. La gente crede che scherzi, ma è tutto vero. Sto poi lavorando su una serie di quadri e stampe emi sto facendo le ossa sulle sculture in bronzo. Prometto che non saranno robe kitsch. Se non imparo un tot di competenze ogni anno divento pazzo. La vita è così breve. Insomma, ho molto da fare».