Franco Adriano, Italia Oggi 9/11/2011, 9 novembre 2011
CASINI ACCOLTO COME IL NUOVO CAPO
Il segretario dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, arriva nei pressi dell’aula di Montecitorio per il voto sul rendiconto dello Stato prendendo a braccetto (in perfetto stile democristiano) il presidente della commissione Finanze, Gianfranco Conte, fedelissimo del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.
L’esponente del Pdl si sente a disagio e lo fa notare al suo accompagnatore e quando il ministro per le Politiche comunitarie, Anna Maria Bernini, vestita di tutto punto da cavallerizza, stivali compresi, si avventa al collo del leader dell’Udc, finalmente Conte riesce a divincolarsi. Ma il favore di cui gode Casini nella maggioranza è palpabile fra occhiate complici e l’evidente tensione per un qualcosa che sta per succedere. Prima di entrare in aula gli si fa incontro anche la deputata Beatrice Lorenzin. In transatlantico circola insistentemente la battuta originata dal titolo di un editoriale del sito di Paolo Madron, Lettera43. «L’Udc di Pier Ferdinando Casini ormai oscilla tra il cilicio ed il perizoma». Il riferimento alla compresenza di Paola Binetti e Gabriella Carlucci non è casuale. Ma la sostanza che si vuole indicare è che Casini, esercitando una forza di attrazione fortissima nei confronti di esponenti del Pdl, è riuscito laddove non ce l’aveva fatta il 14 ottobre sull’ultimo voto di fiducia. Alla giornalista che aveva svelato la regìa di Casini nel fallito blitz (grazie anche al soccorso dei radicali) aveva detto: «Quella di oggi è una vittoria di Pirro». Seduto su una panchina del cortile di Montecitorio era stato perfino canzonato dai berluscones per essere andato in bianco. Dunque, non poteva fallire ancora. Ieri, dopo un accorto lavoro sui malpancisti, ha fatto centro. I leader del Pdl a malapena hanno capito il gioco correndo sempe in ritardo a tappare le falle. Lunedì sera, davanti al ristorante Il Moro nei pressi della fontana di Trevi, il coordinatore Denis Verdini sussurrava alla presidente del Lazio, Renata Polverini, già candidata da Casini e Gianfranco Fini ed ora in aperta trattativa politica con il Pdl: «La nostra offerta è solida...»
Da vincitore, ieri, il leader dell’Udc, non ha sentito il bisogno di stravincere ed ha lasciato la scena al segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, per chiedere le dimissioni del premier. Unica soddisfazione per lui, che è stato il principale artefice del braccio di ferro delle ultime ore, ha implorato nella sua unica dichiarazione politica di giornata: «Spero che con il risultato di questo voto finisca l’insano braccio di ferro che si sta conducendo sulle spalle del Paese». Ma, ottenuta la crisi, Casini che cosa vuole veramente adesso? La risposta è tutt’altro che scontata. Guai, infatti, affidarsi alle sue singole mosse. Lunedì, dopo un incontro a pranzo con Francesco Rutelli ed il portavoce di Fini, Fabrizio Alfano, è emerso (per bocca dell’ex sindaco di Roma) che la linea era un fermo no ad un ipotetico governo guidato dal braccio destro di Berlusconi a palazzo Chigi, Gianni Letta. La notte precedente, i consiglieri di Silvio Berlusconi avevano affermato che il premier si sarebbe dimesso proprio per lasciare spazio a Letta con ministro del Tesoro, Mario Monti (qualcuno ci ha creduto). «Meglio un governo a guida Monti, Letta può fare il vice», ha lasciato allora trapelare Casini sempre mandando avanti Rutelli («Fra noi uno legge, uno scrive, uno dichiara», ha scherzato il leader Udc, sulla divisione dei compiti nel terzo polo, passando a fianco del capannello dei giornalisti che stavano parlando con il leader dell’Api nel corridoio di ingresso alla Camera). Ma alla sera si è capito che gli sarebbe andato bene pure Letta. Lo ha lasciato dire all’ex ministro Beppe Pisanu che con Casini in questa fase è praticamente una cosa sola: «Quanto a Gianni Letta, lui ha tutte carte in regola per un governo di unità nazionale», ha dichiarato al Tg3. Ma intanto l’ipotesi Letta, con la smentita di Berlusconi, già non esisteva più. Ieri, è stata la volta del segretario del Pdl, Angelino Alfano. Il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, ha chiesto (ottenendolo) un passo a lato di Berlusconi per lanciare, appunto, Alfano. Un nome sul quale Casini ha sempre lasciato intendere che avrebbe potuto convergere. È chiaro che Berlusconi non sacrificherebbe Alfano, per favorire per lui un incarico di governo incerto. Ma Casini ora sembra legato al paletto che lui stesso ha piantato: nessun governo di transizione, tecnico o di larghe intese senza il Pd di Bersani. Una, dunque, resta l’alternativa che ha in mano il capo dei centristi: proseguire nell’opera di scomposizione del Pdl dando luogo ad una pattuglia di ex berlusconiani che appoggi un governo tecnico (Monti?) con il Pd oppure le elezioni anticipate che lo vedrebbero come mazziere nel distribuire le candidature, ma soprattutto come possibile regista di un governissimo, unica soluzione possibile che uscirebbe dalle urne. Convergendo tutti al centro e tagliando le ali: la manovra che gli riesce meglio.