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 2011  novembre 09 Mercoledì calendario

Penati, i sospetti dei pm si allungano sui vertici Pd - L’inchiesta sulle tangenti rosse a Sesto San Giovanni prose­gue e alza il tiro: la chiusura di un primo troncone di indagine, dove si prepara la richiesta di rinvio a giudizio per una serie di pesci pic­coli e di episodi minori, porta a gal­la dettagli che illuminano di una luce nuova lo scenario principale, quello che vede come indagato numero uno l’ex sindaco della cit­tà, Filippo Penati, divenuto poi presidente della Provincia di Mila­no e capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani

Penati, i sospetti dei pm si allungano sui vertici Pd - L’inchiesta sulle tangenti rosse a Sesto San Giovanni prose­gue e alza il tiro: la chiusura di un primo troncone di indagine, dove si prepara la richiesta di rinvio a giudizio per una serie di pesci pic­coli e di episodi minori, porta a gal­la dettagli che illuminano di una luce nuova lo scenario principale, quello che vede come indagato numero uno l’ex sindaco della cit­tà, Filippo Penati, divenuto poi presidente della Provincia di Mila­no e capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani. Nelle carte depositate dai pub­blici ministeri Walter Mapelli e Franca Macchia compaiono nu­me­rosi riferimenti ai vertici nazio­nali del Partito democratico, indi­cati come terminali del sistema che ruotava intorno a Penati. E in un verbale di interrogatorio viene fatto esplicitamente il nome del­l’ex presidente del Consiglio Mas­simo D’Alema. Il passaggio in cui i pm monzesi indicano, quasi en passant , che l’indagine tocca la segreteria na­zionale del partito di Bersani è contenuto in una richiesta di inter­cettazione telefonica depositata agli atti e riportata ieri da Repubbli­ca . La Procura parla di «un siste­ma tangentizio tuttora operante che dal livello comunale arriva fi­no alla direzione centrale del Par­tito democratico». È un gancio al­lo stomaco per i vertici, che da quando è esploso il caso di Sesto San Giovanni hanno fatto il possi­bile per liquidare l’affare Penati come un «caso locale». Anche se poi Bersani, in più di un’occasio­ne, ha preso le difese del suo brac­cio destro, rivendicando persino la correttezza di quel gigantesco pasticcio che fu l’operazione Ser­ravalle: una difesa d’ufficio che, a leggere le nuove accuse della Pro­cura di Monza, assume tutt’altro significato. Se Penati e i suoi, co­me ipotizzano i pm, lavoravano per i vertici romani, allora scari­carli troppo bruscamente poteva avere conseguenze imprevedibi­li. La Procura parla di «un quadro impressionante per continuità ul­tradecennale e rilevanza delle somme promesse, di accordi, pro­getti e pagamenti illeciti ». Un qua­dro in cui sta calata a pieno titolo la testimonianza di Giuseppe Pasi­ni, il costruttore sestese, ex pro­p­rietario della gigantesca area Fal­ck ma anche titolare di una cospi­cua serie di operazioni sul territo­rio della città. Così Pasini parla de­gli emissari dei Ds e delle Coop: «Era gente che arrivava tutta insie­me e si attaccava all’osso perché era un osso abbastanza grosso che volevano rosicchiare (...). Non so come si dividessero i soldi, per me era un blocco di gente tutta uguale». Dei due «consulenti» legati alle Coop che dovette arruolare e pa­gar e profumatamente, France­sco Agnello e Gianpaolo Salami, dice che «non li ho certo scelti per la “particolare esperienza nella commercializzazione di aree in­dustriali dismesse”», «tutte le fat­ture si riferiscono a prestazioni fa­sulle », e «in sostanza il contratto è falso: ho pagato questi qui perché le cooperative se ne andassero fuori dai piedi (in quanto voleva­no fare la parte del leone senza averne i mezzi) o comunque ridu­cessero le loro pretese nell’affa­re ». E Pasini racconta anche di un suo interessante viaggio a Roma per cercare di sbloccare i propri af­fari: «Mi sono recato a Roma due volte ma non a Botteghe Oscure. La prima volta ho parlato con un onorevole socialista di cui non ri­cordo il nome. La seconda volta a Sviluppo Italia, associazione vici­na a D’Alema, alla quale nel 2000-2001 ho pagato le fatture emesse in forza di un contratto per lo sviluppo delle aree. Al socia­lista non ho dato niente perché mi è parso uno che voleva intrufolar­si senza frutto».