RENATO RIZZO, La Stampa 9/11/2011, 9 novembre 2011
Perché Leonardo è immortale? - Leonardo da Vinci, sul quale si terrà un’attesissima mostra alla Venaria Reale, rappresenta un’icona che va al di là della sua produzione artistica: è un mito pop che resiste da oltre cinque secoli
Perché Leonardo è immortale? - Leonardo da Vinci, sul quale si terrà un’attesissima mostra alla Venaria Reale, rappresenta un’icona che va al di là della sua produzione artistica: è un mito pop che resiste da oltre cinque secoli. Lei, professor Carlo Pedretti, che insegna all’Hammer Center for Leonardo studies di Los Angeles ed è il massimo esperto del genio da Vinci, è d’accordo? «Sì, la sua figura è diventata una leggenda che ha superato le barriere del tempo, perché, a mio avviso, è stato un grande comunicatore. Un uomo che ha utilizzato l’arte anche come elemento spettacolare. Questa peculiarità lo rende comprensibile da tutti in tutte le epoche. E, quindi, universale. Pensi che è stato uno dei pochi geni a essere riconosciuto come tale già nel proprio tempo. Durante il suo soggiorno alla corte di Ludovico il Moro - era il 1490 e aveva 38 anni - il poeta Bernardo Bellincioni in un’ode dedicata a Cecilia Gallerani, la famosa “Dama con l’ermellino”, invita la donna a ringraziare “l’ingegno e la mano di Leonardo che ai posteri di te vuole far parte”. Per non parlare del successo che ottennero le scenografie allestite per opere come la Danae di Baldassarre Taccone e di altri». Un divo, diremmo noi. «Proprio così: aveva l’“allure”, che so, di un grande regista o di un grande direttore d’orchestra dei nostri giorni: il teatro, allora, valeva la tv o il cinema di oggi. E le sue performances così grandiose e seducenti, gli valevano una fama formidabile». Questo modo di fare comunicazione si evince anche dalle vere e proprie opere d’arte? «Forse addirittura di più. Prendiamo l’Adorazione dei Magi: ha una struttura sconvolgente rispetto ai cliché dell’epoca, perché introduce nella scena il racconto in divenire che è proprio della tecnica cinematografica: un “rullo” di immagini che parte dal giorno della nascita di Cristo, accennato sul lato destro, per “zoomare” sulla Vergine e inquadrare l’adorazione dei saggi venuti da Oriente: dal 25 dicembre al 6 gennaio. Questo significa usare la pittura come un linguaggio che cattura l’attenzione e si apre alla comprensione di ciascuno». Leonardo antesignano del cinema: sembra un paradosso parlando di un uomo del 500. «E non lo è. Prendiamo l’Homo Vitruvianus: l’artista lo iscrive in un cerchio e in un quadrato, forme di perfetta simmetria, e lo utilizza come elemento per analizzare il movimento degli arti quasi anticipando certi principi di cinematica. Non è un caso che Walt Disney nel 1950 ne sia rimasto colpito al punto da farne un’animazione. E abbia approfondito i particolari degli schizzi dei vari Codici e dei dipinti leonardeschi, perché vedeva nei primi sensazionali strutture basiche per figure in movimento e nei secondi la perfezione del disegno, diciamo così, fotografico». Il Leonardo del mito entra anche nel cinema d’autore: le opere di Eisenstein tra tutte. «Il regista russo era un suo vero fan. Si dedicò in particolare allo studio dei disegni Windsor, riscontrando singolari assonanze con quell’andamento e quella concatenazione che introduce nella sua cinematografia e che si chiama, in termine tecnico, montaggio. In un corso tenuto a Mosca nel 1934 arrivò a sostenere che aveva la capacità di comunicare, attraverso le immagini, anche la sonorità di quanto raccontava. Insomma, Leonardo è stato anche l’inventore dell’audio attraverso i segni. Se questo non è mitizzare...». Una leggenda che, appunto, si autoalimenta. S’è addirittura detto che Einstein avesse trovato nelle opere leonardesche anticipazioni della sua legge di gravità. «In realtà, a Pasadena, nel 1930, qualcuno gli domandò se nei lavori di Leonardo vi fossero riferimenti alle sue teorie. Lui si limitò a parlare di “elementi che si avvicinano molto”». E poi irrompe l’arte moderna che rivisita il genio da Vinci come icona pop. «Certo. Come racconterà anche Barilli nella sezione della mostra di Venaria da lui curata, arrivano le varie “Ultime Cene” da Wharol a La Chapelle, lo “sberleffo” di Duchamp, Tapies e Rotella, Basquiat e Matta sino a Peter Greenaway e alla sua animazione del Cenacolo. Ma se parliamo d’animazione c’entro anch’io». Il professor Pedretti autore di «cartoons»? «In mostra verrà proiettato un video di 16’ che ho realizzato nel 1989 grazie al supercomputer dell’agenzia spaziale americana e che “anima” il Diluvio Universale. Il regista è Mark Whitney, autore degli effetti speciali di “Odissea nello spazio”. E’ roba di archeologia elettronica, ma mantiene, comunque, un suo fascino».