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 2011  novembre 09 Mercoledì calendario

Il silenzio irreale delle vestali di Silvio - Hanno avuto tutte paura di quella faccia lì, tutte le fanciulline parlamentari accorse come da protocollo, nelle sedute con visita presidenziale, indossando minigonne o squadernando al mondo i generosi busti

Il silenzio irreale delle vestali di Silvio - Hanno avuto tutte paura di quella faccia lì, tutte le fanciulline parlamentari accorse come da protocollo, nelle sedute con visita presidenziale, indossando minigonne o squadernando al mondo i generosi busti. Tutte inchiodate, raggelate intanto che il premier interpellava gli dèi del suo ormai sdrucciolevole successo, faceva la smorfia disgustata, cercava soccorso con gli occhi, richiedeva il ragguaglio numerico. Nessuna delle fanciulline era scesa giù dagli scalini dell’aula a scodinzolare d’ammirazione, a saltellare di gioia, carnalità esultanti e ballonzolanti come in genere capitava quando la conta decretava il successo. Ecco, un plotone di amoreggianti bloccate allo scranno intanto che il totem si trasfigurava in una cera furente, trattenuta ma furente, e impassibile soltanto in superficie. Fosse un uomo normale, con l’espressione non blindata dietro una patina d’argilla, si sarebbero apprezzati i pallori della disillusione o il fuoco della rabbia. Niente. E attorno il dominio del silenzio, anzi, soltanto un brusio insistito e, a sinistra, dopo il risultato letto da Gianfranco Fini, un abbozzo di boato subito represso. Il presidente della Camera è andato avanti con le sue incombenze burocratiche, quelle litanie da regolamento che nessuno ascolta, e specialmente ieri: seicento deputati e ogni giornalista e i visitatori assiepati sulle tribune avevano sguardi soltanto per il presidente del Consiglio quasi immoto, intanto che Pierluigi Bersani con un tono grave - affettatamente grave - stabiliva la fine del governo e dei tempi bui. Qualcuno, dai banchi pidiellini, aveva persino cercato di dare sulla voce del capo del Pd, ma davvero una robina soffocata, un rimbrottino monco; la truppa era già kappaò, tutti con le mani in alto intanto che dai banchi del governo si attraversava il disastro a capo chino. Silvio Berlusconi prendeva appunti su un foglietto, visto dall’alto sembrava lo stratagemma meschino di chi non sa dove mettere le mani e le pupille; gli ottimisti immaginavano che appuntasse le frasi necessarie da dire al Capo dello Stato. Niente di tutto questo: si è visto poi quel biglietto negli scatti dei fotografi, un riassunto lapidario del pessimo pomeriggio e uno stralunato breviario delle ore a venire. Prima riga: «308-8 traditori», coi numeri riquadrati o cerchiati; seconda riga: «ribaltone»; terza riga: «voto»; quarta riga: «prenda atto - rassegni le dimissioni»; quinta riga: «Pres Repubblica»; sesta riga: «una soluzione». Intanto la seduta sfumava alla svelta, le parole di Bersani restavano appese nel niente dell’aula, Fini rinnovava i lavori all’indomani, e finalmente il sottosegretario Laura Ravetto prendeva coraggio e si avvicinava al premier coi tabulati delle presenze, Berlusconi ha cominciato a scorrerli controllando i nomi degli astenuti e degli assenti, e cioè i traditori, e attorno si è fatto un drappello dolente, il ministro Renato Brunetta, poi Michela Brambilla, Bruno Cesario, Roberto Maroni, una fulminea e improvvisata commissione d’inchiesta a caccia delle generalità dei fedifraghi. Le voci, poi, tramandavano un premier irriducibile in trincea, a cercar la bella morte, si diceva, in una ridotta istituzionale allucinata. La chiacchierata al Colle ha spazzato via le illusioni, l’immagine di Berlusconi che lascia il Quirinale sull’auto blu a fianco di Gianni Letta è l’immagine di un uomo che è arrivato esausto alla fine della sua strada, improvvisamente sfiancato dagli anni, dalle battaglie, dalle folle plaudenti e da quelle livide. Ma quale bella morte... Assolverà un ultimo dovere, un passaggio ormai formale, di quelli che detesta. Nessuna marcia funebre wagneriana, nessuna epica del crepuscolo. Forse crede che l’ultimo capitolo debba ancora essere scritto, come dice uno di quelli che non l’ha mai abbandonato, è un parlamentare sorridente e con gli occhi lucidi, racconta di dodici ragazze, dodici bellissime dee, già selezionate per le prossime liste elettorali...