PIERO NEGRI, La Stampa 8/11/2011, 8 novembre 2011
La notte fatale Valium, sonniferi poi la dose killer - Nelle prime ore del pomeriggio di mercoledì 24 giugno 2009, Michael Jackson si è seduto a tavola per l’ultima volta con i tre figli
La notte fatale Valium, sonniferi poi la dose killer - Nelle prime ore del pomeriggio di mercoledì 24 giugno 2009, Michael Jackson si è seduto a tavola per l’ultima volta con i tre figli. Ha mangiato tonno marinato e un’insalata, ha bevuto un succo di carota e arancia, poi ha unito le mani in preghiera, ha detto: «Grazie» e «Dio vi benedica» ed è partito per le prove del suo nuovo, e ultimo, tour. Il 13 luglio, meno di tre settimane dopo, era in programma il primo dei cinquanta concerti di Londra con cui avrebbe dato l’addio alle scene: quasi 800 mila biglietti erano già stati venduti. Poco prima delle sette di quella sera, è salito sull’auto di servizio, una Cadillac Escalade blu, con il suo assistente personale, Michael Amir Williams. Alla guida c’era la sua guardia del corpo, Faheen Muhammad, che in pochi minuti da Holmby Hills, quartiere di ville di lusso incastonato tra Bel Air e Beverly Hills, in California, è giunto allo Staples Center, dove si sarebbe svolta una delle ultime serate di prova. Di lì a pochi giorni, l’intero gigantesco circo si sarebbe trasferito in Gran Bretagna. Quella sera, per la prima volta, Michael Jackson, i musicisti e i ballerini hanno suonato il suo vecchio ed enorme successo Thriller in versione definitiva, con tanto di costumi e di effetti speciali. L’ultima canzone cantata da Michael Jackson è stata Earth Song : «Ti sei mai fermato a pensare a tutti i bambini ammazzati dalla guerra? Ti sei mai fermato a osservare la terra che piange, questa spiaggia che muore?». Le prove sono terminate a mezzanotte, Michael è tornato a casa, ha salutato i pochi fan che sostavano davanti al cancello d’ingresso ed è salito al primo piano. Per ore, quella notte, il dottor Conrad Murray ha tentato di farlo addormentare: subito con il valium, ripetuto poi all’1,30 del mattino, con il lorapezam mezz’ora dopo, via flebo, alle 3 con il midazolam e con altri due milligrammi di lorazepam alle 5. Ma alle 7,30 Michael Jackson era ancora sveglio: il re del pop giaceva insonne sulle lenzuola bianche del letto in stile «renaissance». La polizia troverà lì una statuetta in porcellana con le sembianze di un putto biondo e svariati flaconi di ossigeno, lacci emostatici, garze, dentifricio e un rosario, sulla testata del letto diversi dvd, molti film per bambini. La casa era piuttosto sporca e caldissima: a fine giugno, l’impianto di riscaldamento era acceso. Alle 10,40, finalmente, Murray si decise a somministrargli 25 milligrammi di propofol, l’unica sostanza che sembrava funzionare. Poi, dopo dieci minuti, si allontanò e fece alcune telefonate: dovette essere di ritorno intorno alle 12, perché alle 12,13 chiamò l’assistente di Jackson e gli lasciò un messaggio allarmato in segreteria e successivamente la guardia del corpo, che salì in camera e trovò il cantante disteso sul letto con le braccia aperte e gli occhi spalancati. Murray stava tentando di rianimarlo con un massaggio cardiaco, mentre due dei figli di Jackson, Prince e Paris, urlanti, venivano allontanati dalla stanza. L’ambulanza arrivò alle 12,27 e scrissero sul referto che alle 12,29 il paziente aveva già smesso di respirare. Michael Jackson arrivò al Ronald Reagan Ucla Medical Center all’1,07 e fu dichiarato morto alle 2,26.