EMILIANO GUANELLA, La Stampa 8/11/2011, 8 novembre 2011
Un ex generale per il Guatemala - Si è fatto ritrarre con lo sguardo sorridente accanto allo slogan «Generale della pace» ed è riuscito là dove molti avevano fallito: un militare in pensione che diventa presidente del suo Paese
Un ex generale per il Guatemala - Si è fatto ritrarre con lo sguardo sorridente accanto allo slogan «Generale della pace» ed è riuscito là dove molti avevano fallito: un militare in pensione che diventa presidente del suo Paese. Otto Perez Molina, ex generale dell’esercito, da dieci anni in politica, sarà il nuovo presidente del Guatemala, Paese stretto fra la morsa della criminalità e quella della povertà cronica, che colpisce soprattutto le popolazioni indigene di contadini, che a migliaia intraprendono il lungo e pericoloso viaggio da emigranti illegali verso il Messico e gli Stati Uniti. Perez Molina ci aveva provato già quattro anni fa, ma era stato sconfitto da Alvaro Colom, un ingegnere prestato alla politica, protagonista di una parentesi progressista in un Paese tradizionalmente governato da partiti conservatori e populisti. Questa volta Perez aveva contro di sé un quasi alter ego, l’imprenditore miliardario Manuel Baldizon, che ha cercato di scavalcarlo a destra promettendo la reintroduzione della pena di morte per le bande di delinquenti che spadroneggiano a Città del Guatemala. Per battere Baldizon, Molina ha mostrato all’elettorato una biografia esente da macchie, nonostante le accuse di violazioni dei diritti umani mosse contro di lui. Il premio Nobel per la pace Rigoberta Menchú ha ricordato i massacri di indigeni commessi dal battaglione che Perez comandava nella regione del Quichè, oltre mille contadini uccisi in una ventina di «operazioni speciali». Altre organizzazioni hanno fatto notare che era a capo dell’unità G2, lo spionaggio militare accusato di aver organizzato l’uccisione del vescovo Juan Gerardi, nell’aprile 1988, due giorni dopo la pubblicazione di una dettagliata relazione che dimostrava le responsabilità dell’esercito per l’80 per cento almeno delle morti durante la guerra civile. Accuse che non sono mai finite davanti alla magistratura, con denunce affossate nei cassetti dei tribunali. Perez ha ripetuto per tutta la campagna che si trattava solo di operazioni politiche organizzate per screditarlo, ricordando invece gli episodi più dignitosi della sua carriera militare: la partecipazione alla sollevazione dei giovani ufficiali contro il tentativo di autogolpe del sanguinario presidente Efrain Rios Mont nel 1982 e la firma, in qualità di Capo di Stato maggiore dell’esercito, sotto gli accordi di pace del 1986. Le polemiche sul passato non sono state comunque al centro delle inquietudini degli elettori, preoccupati piuttosto per l’insicurezza altissima in cui vive il Paese, con seimila morti ammazzati all’anno, in gran parte per mano delle maras, le bande di giovani delinquenti organizzati, e dei cartelli di narcotrafficanti messicani in forte espansione in tutto il Centroamerica. Perez Molina ha promesso che dimezzerà gli omicidi, usando azioni di intelligence e una politica di mano dura. Specialità che, stando al suo passato, dovrebbe conoscere assai bene.