Claudio Colombo, Corriere della Sera 09/11/2011, 9 novembre 2011
ADDIO A FRAZIER IL «PUGNO FUMANTE» CHE STESE ANCHE ALI
Tutto nacque da quell’insulto. Lui, Smokin’ Joe, non sopportava che l’altro, la Grande Bocca, lo chiamasse zio Tom, lo considerasse un nero amico dei bianchi, un povero alla corte dei ricchi, uno zerbino sul quale potevano strofinarsi le scarpe. Glielo aveva detto chiaro e tondo: «Parla pure, pallone gonfiato. Io prego Dio per averti tra le mani: non so quando, non so dove, ma prego Dio perché accada». E quando accadde — fu a New York, nel nuovo Madison, la sera dell’8 marzo 1971 — Joe Frazier non dovette pentirsi delle sue parole. Per quattordici, interminabili round martellò scientificamente la grande bocca di Cassius Clay, che era già diventato Muhammad Ali, dopo la conversione all’Islam. Poi, al colmo della rabbia, lui che fino ad allora era abituato a mettere a dormire i rivali in poche riprese, Joe sparò quel terrificante sinistro, un filo largo ma straordinariamente potente, che centrò la mascella di Ali, facendolo cadere all’indietro. La Grande Bocca si sdraiò sulla schiena, sorpreso e stordito; poi si rialzò, traballante come una quercia schiaffeggiata dal vento, ma finì in piedi il match e lo perdette ai punti: era la prima volta, la prima sconfitta dell’eroe nero che rivoleva il titolo di campione del mondo dopo la protesta e la galera per la renitenza alla leva, il primo atto di una saga che avrebbe avuto altre due puntate, stavolta tutte a favore di Ali.
Ma è in quella sfida del 1971, figlia della rabbia e dell’orgoglio, che emerge la grandezza di Joe Frazier, uno dei più grandi pesi massimi della storia, vinto ieri da un tumore al fegato che lo ha portato via a 67 anni. È stato un grande, Joe Frazier, tra i primi cinque pesi massimi di sempre. Forza, coraggio, pugno pesante e quell’avanzare a passettini corti e stretti ma inarrestabili sono la cifra tecnica di un uomo nato per combattere, dentro e fuori dal ring. Smokin’ Joe andava avanti fino al raggiungimento dell’obiettivo, avanti anche a costo di rischiare la punizione severa e umiliante, come avvenne, per esempio, contro George Foreman, che gli inflisse una sconfitta da cui non si sarebbe più ripreso.
Erano i tempi — anni 60 e 70 — in cui un grande match di boxe fermava l’America e il mondo intiero. I tempi in cui le sfide, pallidamente trasmesse dalla tv ancora in bianco e nero (almeno in Italia), erano viste da centinaia di milioni di persone. I tempi in cui il pugile era una specie di super-eroe atterrato sulla Terra da chissà dove, e i pesi massimi, omoni dai 90 chili in su, rappresentavano la sublimazione di quell’idea. Ecco, tra i tanti Apollo del ring, Frazier stupiva per la (apparente) ordinarietà della sua figura: alto «soltanto» 182 centimetri, pesava meno di cento chili, ma nei pugni, soprattutto nel gancio sinistro, aveva la dinamite; per questo il suo primo allenatore, Yank Duhram, lo aveva soprannominato Smokin’ Joe. Il pugile dal pugno fumante.
Nato in South Carolina il 12 gennaio 1944 da una famiglia di onesta povertà, ultimo di 12 fratelli, Joe si trasferì ragazzino con la truppa dei Frazier a Filadelfia, dove lavorò al mattatoio prima di segnalarsi come una speranza del pugilato: entrò in palestra, all’Accademia di polizia, per perdere peso, ne uscì per diventare campione olimpico dei pesi massimi ai Giochi di Tokio, nel 1964.Diventato professionista subito dopo, fu campione mondiale della categoria maggiore per tre anni, dal 1970 al 1973: della sfida contro Ali, la prima, abbiamo detto. Fu il suo capolavoro. Avrebbe perso le altre due, l’ultima la più famosa, a Manila il primo ottobre 1975: quindici ferocissimi round al termine dei quali Ali, pur vincitore, dichiarò di «non essere mai stato così vicino alla morte». E ancora due furono le sconfitte con un altro totem della boxe, il colosso del Texas George Foreman: nella prima, in Giamaica il 22 gennaio 1973, la devastante potenza di Foreman ebbe ragione sulla stoica ma fragile resistenza di Frazier, che per ben sei volte finì al tappeto, prima di cedere dopo soli due round.
Sconfitte così clamorose, si direbbe, fanno parte del grande gioco della boxe, che in quegli anni sapeva davvero allestire sfide e spettacoli memorabili. Sono sconfitte che non hanno intaccato il giudizio su Smokin’ Joe, il cui nome figura regolarmente ai primissimi posti nelle classifiche «ognitempo» redatte dagli esperti. La sua grandezza è testimoniata anche dalle dichiarazioni di cordoglio di tutto il mondo pugilistico. E, soprattutto, da quelle che Muhammad Ali, 69 anni, da trenta in lotta con il Parkinson, ha avuto la lucidità di indirizzare al suo vecchio nemico-rivale: «La boxe perde uno dei suoi grandi campioni, lo ricorderò sempre con rispetto e ammirazione». La morte unisce e addolcisce i ricordi, è vero, ma ci piace pensare che, dentro al suo cuore, Ali a queste parole abbia davvero creduto.
Claudio Colombo