Marco Ansaldo, La Stampa 10/11/2011, 10 novembre 2011
Per divertirmi posso fare cose strane ma non sono un matto. Proprio no». Mario Balotelli parla poco e malvolentieri ma non è un ragazzo che ha niente da dire
Per divertirmi posso fare cose strane ma non sono un matto. Proprio no». Mario Balotelli parla poco e malvolentieri ma non è un ragazzo che ha niente da dire. Semplicemente capovolge nelle pubbliche relazioni il ruolo che ricopre sul campo: qui attacca, là sta in difesa come un animale che diffida dell’uomo. «Ci si interessa troppo alla mia vita privata - confida -. Capisco che sia normale perché sono una persona famosa: la gente si appassiona di più a cosa faccio fuori dal campo che in campo. Ma non mi piace». Ammetta, però, che lei dà molto materiale ai curiosi. «Se non lo facessi direbbero che sono noioso». Per la stampa inglese sicuramente non lo è. «Ci sono due giornali, uno è il “Sun”, che si divertono a indagare il mio privato: sono giornalacci con le foto di donne nude in prima pagina, ma purtroppo sono i più seguiti». A volte invece sembra che lei si annoi a giocare. E’ così? «Il calcio è lo sport più bello ma anche qui si interpretano male i miei atteggiamenti: se non esulto dopo un gol si dice che non me ne frega niente». E invece? «Invece mi importa eccome. Qualche volta ho esultato e se segnerò in una finale ai Mondiali lo farò in un modo speciale». E’ vero che lei disse a Ibrahimovic che era più forte di lui? «Sì, ma non lo sono ancora diventato. C’è tanto da lavorare prima che arrivi al top anche se ci posso arrivare». C’è un momento in cui lei capirà di essere diventato un campione indiscutibile? «Se c’è non credo che lo diranno le vittorie. Ronaldo ha vinto tutto e lo discutevano e come lui tanti altri». Cosa le ha insegnato il calcio inglese per migliorare? «A inseguire la palla persa perché là tutti corrono tanto e non posso più permettermi di stare fermo. E giocando regolarmente mi sento più sicuro di cose che prima non facevo». In che senso? «Mancini mi ha migliorato sul piano tattico e mi ha dato la serenità nel gioco che l’anno scorso un po’ mi mancava». E Prandelli, che dal primo momento l’ha considerata un punto fermo della Nazionale, come l’ha aiutata? «Ha fatto come Mancini. Del resto questo è il compito di un allenatore: con Mourinho si diceva che doveva insegnarmi a essere uomo ma a quello pensano i genitori, non gli allenatori». Tornerebbe in Italia? «Sto bene a Manchester: gioco nel club più forte d’Inghilterra e non mi muovo». Neppure se la chiamasse il Milan? «Il Milan mi piace: è un grande club e tutt’oggi ha campioni insieme ai quali mi piacerebbe giocare. Ma non avrei problemi neppure a tornare all’Inter a certe condizioni». Quali? «Che non mi sfascino la macchina quando giro per Milano, che i tifosi siano tranquilli e che la squadra punti in alto. Ora non so cosa le succeda. Thiago Motta dice che ci sono giocatori diversi rispetto a 2 anni fa: francamente alcuni neppure li conosco». Tra le cose di cui si pente c’è anche la maglietta sbattuta via dopo InterBarcellona? «E perché? Se non l’avessi fatto magari sarei ancora all’Inter e non avrei vinto la FA Cup e non sarei in testa al campionato inglese che è migliore di quello italiano». Senza Cassano né Rossi è diventata la Nazionale di Balotelli. Ne sente la responsabilità? «Avrei potuto fare bene con loro, come posso farlo senza di loro. Se un giorno potremo giocare tutti e tre segneremo una pagina di storia perché siamo forti ma anche così non sento la pressione per una partita in cui spero di segnare il gol che mi manca in Nazionale: è ora che mi svegli. L’unica volta che ho provato davvero la tensione fu a Madrid, prima della finale di Champions con l’Inter: mi ero caricato ma alla fine non la giocai». A Klagenfurt, nell’amichevole con la Romania, alcuni tifosi si mostrarono razzisti nei suoi confronti: ora che è diventato un simbolo della Nazionale si saranno ricreduti? «Spero che il problema sia superato: ho provato a parlare con i tifosi ma ho l’impressione che gli ignoranti esisteranno sempre». "Di nuovo in nerazzurro? A patto che i tifosi non mi sfascino l’auto e che la squadra punti in alto. Ma neanche la conosco tutta... Di Mourinho si diceva che dovesse aiutarmi a diventare uomo, ma a quello pensano i genitori non gli allenatori Spero che il problema dei cori razzisti sia superato anche se ho l’impressione che gli ignoranti esistano sempre"