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 2011  novembre 10 Giovedì calendario

Chi può salvare l’Italia? La crisi di panico che ha attanagliato ieri i mercati cresce appunto dall’impressione che non ci sia nessuno in grado di farlo

Chi può salvare l’Italia? La crisi di panico che ha attanagliato ieri i mercati cresce appunto dall’impressione che non ci sia nessuno in grado di farlo. Essere l’ottava economia del mondo e la terza dell’area euro ha anche i suoi svantaggi. Già da giorni si ripeteva che l’Efsf, il Fondo di salvataggio europeo, non ha ricevuto dagli Stati risorse sufficienti per salvare un Paese grosso come il nostro. L’unica istituzione mondiale in grado di intervenire, il Fondo monetario, dovrebbe essere potenziata con nuove quote dai Paesi emergenti, leggasi Cina. Sulla carta, appunto, potrebbe salvarci solo la Cina. Il Fmi ha in cassa 285 miliardi di dollari che non può destinare tutti a un solo Paese; per l’Italia potrebbero essercene 50-80. L’Efsf incontra difficoltà a finanziarsi proprio a causa della sfiducia nell’Italia; dei suoi 440 miliardi teorici ne restano circa 250, da cui però va detratta la quota di finanziamento italiano, 139. Invece i 3.200 miliardi di dollari delle riserve valutarie cinesi sono una massa imponente, dieci volte maggiore delle necessità di finanziamento dello Stato italiano tra oggi e la fine dell’anno prossimo. Ma basta il buon senso a far ritenere impraticabile un intervento: quali vantaggi economici o politici concreti ricaverebbe il governo cinese da una sorta di egemonia finanziaria sull’Italia? Però nel mondo di oggi i soldi si possono anche creare. Gli Stati Uniti hanno assorbito senza danni il downgrading del loro debito da parte di Standard & Poor’s in agosto perché il mondo ha fiducia nella loro capacità di stampare dollarifin che basta a pagare il conto. Opera qui l’« esorbitante privilegio» del dollaro come principale moneta mondiale; e non causa sfiducia, per ora, la dipendenza degli Usa dall’afflusso di capitali stranieri. L’euro, moneta numero due, il privilegio non l’ha eppure sul dollaro ha un vantaggio, di appoggiarsi su un’area dai conti in equilibrio con il resto del mondo. In una situazione di crisi, con risorse inutilizzate, stampare un po’ più di moneta acquistando titoli di Stato sarebbe, in teoria, utile: non solo si rimetterebbero in piedi i Paesi in difficoltà, si contrasterebbe la recessione. Per questo sono sempre più numerosi nel mondo gli economisti secondo cui qualcuno che può salvare l’Italia c’è: la Banca centrale europea. I Trattati europei lo proibiscono. Ma a chiederlo è ormai un coro: Kenneth Rogoff, ex capo economista del Fmi; Paul Krugman, premio Nobel 2008; Martin Wolf del Financial Times, forse il commentatore economico più noto del mondo; Nouriel Roubini, divenuto famoso per aver previsto la grande crisi; Willem Buiter, già capo economista della Bers, ora a Citigroup, Mohammed El-Erian, amministratore delegato della Pimco, uno dei più grandi fondi di investimento; Paul De Grauwe, consulente di diverse istituzioni dell’Europa; e così via. Alcuni sperano che Mario Draghi possa convincersene; al momento pare proprio di no. Sarebbe quanto di più inaccettabile per la Germania, e non solo per essa. Se dotata del potere di acquistare titoli pubblici in misura illimitata, e non circoscritta come avviene in questi giorni, la Bce sarebbe in grado di porre rimedio agli errori dei governi inetti, con il rischio che i costi ricadano sui governi virtuosi. Un problema politico c’è di sicuro. Meno chiare sono le possibili ricadute economiche: secondo gli economisti di scuola tedesca si creerebbero così rischi gravissimi di inflazione; secondo molti altri no. Nella versione più rosea, anzi, basterebbe l’impegno della Bce a finanziare i Paesi in difficoltà a dissipare rapidamente la fiducia, senza bisogno di spendere (cioè di stampare) grandi quantità di euro.