Francesco Manacorda, La Stampa 10/11/2011; Federico Rampini, la Repubblica 10/11/2011; Sergio Bocconi, Corriere della Sera 10/11/20011; Dino Pesole, Il Sole 24 ore 10/11/2011, 10 novembre 2011
DOSSIER CON I PEZZI DI REPUBBLICA, CORRIERE, STAMPA E SOLE SU MARIO MONTI (BIOGRAFICI)
Il personaggio di Francesco Manacorda
È SuperMario sì. E questa volta, davvero, basta la parola. È SuperMario e quel nomignolo che da più di un decennio si ritrova suo malgrado appiccicato addosso - il meno avventuroso ma il più testardo personaggio di videogiochi - apre le porte delle Cancellerie europee come dei «trading floors», le sale di contrattazione americane, attirando sempre giudizi unanimi e positivi. E’ SuperMario e anche se, per parafrasare Bertolt Brecht, «sfortunato quel popolo che ha bisogno di supereroi», per di più inventati dalla Nintendo, è a lui che guardano in moltissimi, all’estero come da noi, con tutta la fiducia residua - non troppa, a vedere i mercati - nell’Italia.
Varesino, classe 1943, gli studi classici dai Gesuiti - Leone XIII, la scuola dell’alta borghesia milanese - gli hanno lasciato una non comune capacità di analisi, qualcuno direbbe cartesiana. Poi gli studi in Economia e Commercio alla Bocconi e prestissimo - a poco più di trent’anni - professore di ruolo. Prima a Torino, poi proprio in Bocconi dove prende la cattedra di Economia Politica. E’ quella la sua casa e lo resterà comunque, anche quando il giovane professore universitario - siamo negli Anni 70 - comincia ad essere cooptato, via Guido Carli e Gianni Agnelli, nei circoli del potere finanziario italiano oltre che nei consigli d’amministrazione che pesano, da Fiat, a Generali, alla stessa Comit.
Ma la consacrazione europea, e poi anche mondiale, avviene quando il professore, che intanto è diventato rettore e poi presidente, della Bocconi, viene inviato a Bruxelles dal governo Berlusconi come Commissario europeo: ci rimarrà per dieci anni, dal 1994 al 2004 - in mezzo una riconferma del governo D’Alema ricoprendo due incarichi da peso massimo: prima il Mercato Interno e poi la Concorrenza. E’ in quegli uffici un po’ démodé nel palazzone della Commissione che nasce SuperMario. Lui, l’economista moderato, liberale e liberista che ha scritto per anni di finanza pubblica e governo della moneta e si è occupato meno di mercato e concorrenza, adesso è l’uomo più potente d’Europa su questo fronte. Da qui scatenerà una battaglia mai vista contro il colosso Usa General Electrics che vuole comprare la concorrente Honeywell per 43 miliardi di dollari. Ma nel 2002, davanti alla Corte di Giustizia europea viene sconfitto. Si rifarà con una causa contro la Microsoft di Bill Gates, colpevole di imporre il suo Windows Media Player ai clienti europei.
La politica, quella concreta fatta a Bruxelles, dove ha dovuto vincere non pochi pregiudizi sulla sua nazionalità, gli piace. L’Italia delle consorterie e delle eterne divisioni meno. Già dieci anni fa spiega che non ha «mai manifestato nessuna buona disposizione» nei confronti di «nessuna delle parti politiche italiane».
Forse anche per il timore di non trovare le condizioni adatte finora si è sempre sottratto alla chiamata per un ruolo di governo. Già nel ‘95 si parla di lui per un incarico di premier al posto di Berlusconi, nel 2001 rifiuta l’incarico di ministro degli Esteri, nel 2004 quello di titolare dell’Economia. E poi è spesso chiamato in ballo anche per altre cariche - dalla guida di Bankitalia alla presidenza, anni fa, del Fondo monetario - come si confà a un italiano che gode di prestigio internazionale proprio per il suo carattere di anti-italiano.
Timido SuperMario? Certamente no. Riservato, questo sì. Anche per una cifra un po’ calvinista che lo spinge assieme alla moglie Elsa a fare volentieri a meno della vita di relazione considerata come carburante e lubrificante professionale. Così misurate apparizioni pubbliche fa eccezione solo la solita Bocconi, dove considera un grato obbligo essere presente - uno stile di vita che rifugge da qualsiasi eccesso o frivolezza, vacanze spesso passate a passeggiare in Engadina in compagnia di pochi amici.
Si rischia il santino? Forse sì. E allora è bene anche dire che lo stile dell’uomo, razionale all’eccesso, viene tacciato da qualcuno di eccessiva capacità di calcolo e che la sua prudenza naturale pare talvolta rivelarsi un limite. Che la sua anomalia di «civil servant» che vanta di essere sempre stato chiamato, e di non essersi mai proposto nelle innumerevoli cariche ricoperte stona non poco - ma questo pare un merito più che un demerito - in un paese come il nostro.
E poi, se del caso, a smitizzare un po’ SuperMario provvede lui stesso con l’ironia. Un tratto che spunta come un lampo - nel guizzo degli occhi e nella battuta di solito assai affilata, senza però che il tono della voce lo tradisca - nelle occasioni più impensate. Come qualche settimana fa sul treno che lo riporta a Bruxelles da Bruges, dove al Collegio d’Europa ha appena ascoltato il discorso del Presidente Napolitano. Fissa il cronista che guarda con insistenza la sua cartellina - Presidenza della Repubblica, dice l’intestazione - e serafico commenta: «E’ solo il discorso del Presidente, non il decreto di nomina». Non ancora, almeno.
IL PERSONAGGIO di Federico Rampini
MARIO Monti era a Berlino ieri, quando lo ha raggiunto la chiamata di Giorgio Napolitano. Lo ha ringraziato, si è detto onorato. Poi ha fatto una di quelle cose che gli riescono alla perfezione: si è chiuso in un riserbo rigoroso.
Nella giornata di tutte le paure, mentre i mercati mondiali da Francoforte a Wall Street si avvitavano disperatamente al ribasso, risucchiati dalle incertezze sull´Italia, Monti si è comportato come se quella telefonata fosse "solo" per nominarlo senatore a vita. Al presidente lo lega un´antica familiarità europea (Napolitano fu europarlamentare dal 1999 al 2004, durante tutto il secondo mandato di Monti a Bruxelles) e i due hanno un´altra cosa in comune: forse sono i più "anglosassoni" tra i leader italiani, nel senso dell´aplomb, dello stile, della compostezza. Ora, se a Monti toccherà l´incarico di formare un nuovo governo, sarà finita davvero quella "commedia all´italiana" che lui stesso deprecava il 14 luglio scorso, così come la "tendenza ad andare alle calende greche". Dalla prima tempesta estiva sui mercati, il linguaggio di Monti ha avuto una vera e propria escalation: perché la rete di contatti di altissimo livello che ha coltivato in Europa lo hanno convinto prima di tanti altri che il pericolo era "urgente e grave". Fino all´appello lanciato il 23 settembre a Genova: «Bisogna attuare riforme impopolari mettendo insieme pro tempore le parti più sensibili di ciascuna parte politica». Un´autocandidatura? «Non partecipo al dibattito sui governi tecnici ソ si è schermito ancora pochi giorni fa ソ però credo che una certa conoscenza dei problemi non guasti». Ecco, sulla "conoscenza dei problemi" è difficile trovare in Italia un altro curriculum all´altezza del suo. Laureato alla Bocconi nel 1965, specializzato all´università di Yale studiando col Nobel dell´Economia James Tobin (sì, proprio quello della Tobin Tax sulle transazioni finanziarie), Monti si fa rispettare come giovane economista fin dal suo ritorno in Italia per la sua competenza su moneta, banche, finanza. Già nella prima parte della sua carriera colpisce il contrasto fra il carattere sobrio, la pacatezza dei modi, e il coraggio di prendere in contropelo i vizi nazionali: si guadagna la fama di "governatore ombra" della Banca d´Italia perché ソ a un´epoca in cui Via Nazionale è un´istituzione sacra e intoccabile (negli anni Settanta e Ottanta) ソ osa contestarne alcune politiche. Esempio: l´eccessiva acquiescenza alle nomine politiche ai vertici delle banche (allora di Stato); e una politica monetaria accomodante verso la spesa facile, all´origine del boom del debito. La stessa grinta, la stessa capacità di non guardare in faccia nessuno, Monti la sfodera a Bruxelles. Dove arriva e rimane grazie a un profilo tecnico al 100%, prima nominato dal governo Berlusconi (18 gennaio 1995) poi confermato dal governo D´Alema nella Commissione europea presieduta da Romano Prodi (dal 1999 al 2004). Come commissario, prima al mercato interno e poi alla concorrenza, Monti osa sfidare quello che all´epoca è "il potere forte" per eccellenza, nella New Economy: la Microsoft di Bill Gates, affrontata in una dura battaglia antitrust. Già allora Monti si fa carico anche del ruolo di "vigilante speciale" sull´Italia. Nella fase degli esami di Maastricht, quando non è affatto scontato che Helmut Kohl e la Bundesbank ci accettino nella nuova Unione monetaria, gli interventi di Monti frustano Roma perché raggiunga il traguardo. E al tempo stesso, giocando di sponda con Carlo Azeglio Ciampi, lui offre ai leader europei il volto di un Italia diversa. Credibile. Capace di mantenere gli impegni presi. La passione europea diventa per lui una sublimazione del patriottismo nazionale: «L´Europe puissance cara ai padri fondatori» è un´espressione che usa spesso. Anche per ricordare che nei trattati del 1957 voluti da Monnet, Schumann, Adenauer, c´era quella «economia sociale di mercato» che resta il suo faro, un modello più valido del neoliberismo nato negli Usa. E´ la componente "di sinistra" di Monti ソ uomo di centro che più di centro non si può ソ a fargli pronunciare parole che oggi piacerebbero agli "indignati": «La pressione fiscale si è spostata sproporzionatamente sul reddito da lavoro e d´impresa, alleggerendosi invece sulle rendite finanziarie». Monti non esita a denunciare un "mercatismo" che sembra volere imporre ieri alla Grecia e alla Spagna, oggi all´Italia e domani alla Francia, aggiustamenti fatti solo di tagli e austerità. «Il problema è la crescita», ha ricordato di recente. Ma per poter parlare di crescita bisogna prima spegnere l´incendio da panico, ricostruire una fiducia distrutta da Berlusconi. Monti non ha simpatia per un direttorio franco-tedesco. Proprio perché ha mantenuto sempre incarichi di alto livello ソ la Commissione Attali a Parigi, il think tank Bruegel a Bruxelles, la Trilaterale, il Libro Bianco sul mercato unico per la Commissione Barroso ソ non soffre complessi d´inferiorità verso le eurocrazie. Sa però che ci siamo cacciati da soli alla periferia: con lo stallo delle riforme, e infine con la nuova tentazione dell´anti-europeismo da campagna elettorale. E´ scattato con decisione, non appena ha sentito un Berlusconi pronto a dare la colpa all´euro per la deriva dell´Italia. «L´euro non è in crisi. Ha bassa inflazione ed è stabile, perfino forte, verso il dollaro. Gli attacchi speculativi ci sono, ma non contro l´euro. Se l´Italia ne fosse fuori, emettere titoli italiani in lire sarebbe un´impresa ancora più ardua». Il consenso facile, non è il suo genere. Se ci sarà da «rendere un po´ infelice ogni italiano limando i privilegi» lui non si tirerà indietro. La missione, se arriverà, è risalire da un baratro: «L´Italia non è mai stata così decisiva sull´avvenire dell´Europa, e così estranea alle decisioni sull´avvenire dell´Europa».
Il custode del Rigore di Sergio Bocconi
Forse ieri Mario Monti per prima cosa avrà ripensato a quando proprio lui, nel febbraio 1986, ha chiesto con lettera aperta pubblicata dal Corriere della Sera all’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga la nomina a senatore a vita di Paolo Baffi. Nell’appello, sottoscritto con Ricardo Franco Levi, c’era il senso dell’onore evidentemente rintracciato per una nomina che poteva figurare come un risarcimento dello Stato al governatore della Banca d’Italia che, per aver fatto muro contro le trame del sistema P2-Sindona-Calvi, era stato accusato ingiustamente e alla fine si era dimesso da Via Nazionale.
Un quarto di secolo dopo a ricevere «quella nomina» è ora lo stesso Monti, uno degli italiani che può vantare un curriculum fra i più europei, con una vocazione internazionale che ha ispirato anche la sua presidenza alla Università Bocconi. Carica «ereditata» da Giovanni Spadolini, al quale è stato spesso paragonato oltre che per affinità intellettuali e spirito liberale, anche per i numerosi incarichi da «tecnico» che ha ricoperto. Spesso su indicazioni che potrebbero essere definite bipartisan, nel senso che sono arrivate sia da governi di centrodestra sia di centrosinistra.
Con Spadolini poi ha condiviso sempre l’europeismo. E sarà probabilmente il richiamo all’«Agenda 2020» uno dei suoi primi atti da senatore a vita nei quali potrà essere cercata, da chi lo desidera e anche da chi proprio non se lo augura, una prima traccia di «programma» ideale da (eventuale) nuovo premier. Ne ha riparlato pubblicamente solo qualche mese fa definendo quegli impegni sottoscritti dall’Europa come un «ancoraggio che per l’Italia è particolarmente importante sfruttare». Ancoraggio che del resto, alla luce anche degli impegni stringenti nei confronti della Ue, assume un significato ancora più forte quando si ricorda una delle frasi che forse descrive meglio l’italiano-europeo Monti: quando, nel ’99, il suo nome è stato in ballottaggio con quello di Emma Bonino per il posto di commissario Ue, il giorno dopo la sua nomina Marco Pannella ha organizzato una conferenza stampa per sostenere che «con Monti» avevano vinto i «poteri forti». E lui a un giornalista ha risposto così, sorridendo: «Di poteri forti non ne conosco. Tranne uno: l’Europa e da oggi mi fa piacere aver contribuito a renderlo più forte».
Del resto non era nemmeno la sua prima volta in Commissione. Il suo nome per la nomina viene segnalato come indipendente nel 1994 dal governo di Silvio Berlusconi. E gli vengono assegnate le deleghe a Mercato interno, servizi finanziari e integrazione finanziaria. Ma è nel suo secondo incarico, quello appunto conteso con Emma Bonino, che Monti diventa SuperMario. Perché questa volta, riconfermato per la Commissione Prodi da Massimo D’Alema, riceve la delega alla Concorrenza. Diventa dunque il numero uno dell’Antitrust europeo. E con la «sfida» alla Microsoft di Bill Gates afferma con i fatti che l’Europa può diventare più forte, se lo vuole.
Il 14 dicembre ’98 un camion si ferma in Avenue Cortenbergh a Bruxelles e scarica le molte scatole che contengono le carte e le carpette del ricorso di Sun Microsystem alla Commissione europea contro il gigante Microsoft. Una causa che si protrae per anni. Nel 2004 Monti infligge al gruppo americano una maximulta da 497 milioni di euro e lo condanna a consegnare agli altri produttori i codici sorgente di Windows per rendere i server compatibili con quello di Gates. Una sentenza che segna una svolta anche nell’hi tech: Monti ha spiegato più tardi che la Commissione non ha accettato, pur rischiando, un compromesso perché era fondamentale «stabilire una certezza giuridica su cosa vuole dire abuso di posizione dominante nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione». E sette anni dopo un «riconoscimento» gli viene attribuito proprio dagli Stati Uniti quando, qualche mese fa, Monti è il primo non americano a ricevere l’Antitrust Achievement Award, premio che l’American Antitrust Institute attribuisce ogni anno.
Per la Commissione non verrà più appoggiato da Berlusconi del 2004. Ma in Europa Monti continua a svolgere un ruolo fondamentale. E chi aspira ad assegnargli come riduttiva l’etichetta di tecnico, dovrebbe seguire con attenzione il percorso diplomatico e di ricerca di consenso che Monti effettua nei 27 Paesi quando, su incarico del presidente Josè Barroso, lavora al rapporto risultato fondamentale e presentato nel maggio 2010 sulla integrazione fra le varie economie mirato a rimuovere gli ostacoli al mercato interno e a organizzare una strategia per il suo rilancio. Spezzando anche una lancia a favore degli eurobond. Nel nome della convergenza.
E proprio sull’Europa e sull’euro Monti, da editorialista del Corriere della Sera, rivolge, pur con la consueta forma pacata, discreta e in sintesi «british», una delle critiche più severe a Berlusconi nella «Lettera al premier» intitolata «L’euro, la crisi e il nostro Paese» pubblicata il 30 ottobre. Gli ricorda le sue parole: «L’euro non ha convinto nessuno» e lo ammonisce: «A ogni rialzo dei tassi, dovuto alla scarsa fiducia nell’Italia, Lei finisce per imporre sacrifici ancora maggiori agli italiani. Anche le parole non sorvegliate hanno un costo». Parole molto sorvegliate e con uno sfondo tecnico, critiche che peraltro ricorrono con grande frequenza nei suoi ultimi scritti. Si può rintracciare la volontà o anche solo la disponibilità a guidare un nuovo governo? Lui, che dice «di non aver mai partecipato alla disputa fra governo tecnico sì governo tecnico no», ha sempre sottolineato di preferire «i governi politici, che guidino i cittadini nelle scelte anche difficili da fare». Tuttavia, quando dopo il ribaltone di fine ’94 gli è stato proposto dal presidente Oscar Luigi Scalfaro di guidare un nuovo esecutivo, Monti ha declinato l’invito. Ma non per un dubbio sulla natura tecnica o politica del governo. Bensì ha subordinato la disponibilità all’ampiezza dell’appoggio. E per la stessa ragione ha rifiutato altre offerte da parte di Berlusconi (ministro degli Esteri nel 2001 e dell’Economia in sostituzione di Giulio Tremonti nel 2004). Perché se c’è un’anima politica nel tecnico Monti risiede proprio nel «dovere del consenso». Che può far dire di no. Ma pure di sì a chi ha reso più forte l’Europa anche battendo Bill Gates.
Sergio Bocconi
LA SCHEDA DEL CORRIERE
Gli studi
Mario Monti, 68 anni, nato a Varese, è uno dei più autorevoli economisti italiani. Laureatosi nel 1965 in Economia all’Università Bocconi di Milano, si specializza alla Yale University studiando con James Tobin, il futuro Nobel e teorico della tassa sulle transazioni finanziarie
La carriera accademica
Nel 1985 è professore di Economia politica alla Bocconi (sopra il logo), dove diventa direttore dell’Istituto di Economia politica, rettore (dall’89 al ’94, foto qui sotto) e presidente (nel 1994)
La Commissione
Nel ’94 il premier Berlusconi lo indica commissario europeo: a Monti vanno le deleghe per il mercato interno, i servizi finanziari e la fiscalità. Il profilo di indipendenza gli assicura nel ’99 la riconferma dal governo D’Alema, stavolta con la delega per la concorrenza
Il caso Microsoft
È sotto la sua direzione che la Commissione europea (sopra il logo) avvia un procedimento contro la Microsoft, sfociato nel 2004 in una multa di 497 milioni di euro per violazione delle norme antitrust. Altro risultato celebre, lo stop alla fusione tra General Electric
e Honeywell
nel 2001
I NUMERI DI MONTI (Corriere)
5 - Gli anni trascorsi da Mario Monti in qualità di rettore dell’Università Bocconi di Milano, dall’89 al ’94
10 - Gli anni da commisarioeuropeo: Monti arriva a Bruxelles nel ’94 e rimane in carica fino al 2004
497 Milioni di euro – È l’ammontare della maximulta inflitta a Microsoft dall’allora commissario Monti.
Il professore «europeo» dal prestigio internazionale di Dino Pesole –
Mario Monti, neo senatore a vita, «SuperMario» come lo dipinsero i media di mezzo mondo quando nel luglio del 2001, da guardiano della concorrenza a Bruxelles, bloccò l’acquisizione di Honeywell per 43 miliardi di dollari da parte della General Electric, può vantare un cursus honorum di tutto rispetto. «La fusione tra Ge e Honeywell, come è stata notificata, avrebbe ridotto in modo considerevole la competizione nell’industria aerospaziale con il risultato di incrementare i prezzi per i clienti, in particolare nel settore delle linee aree», sentenziò il commissario.
Ma «lo zar Antitrust», come lo definì il Wall Street Journal, lavorava anche a un altro dossier, che nella primavera del 2004 si concluse con la multa record di 497,2 milioni di euro a Microsoft per abuso di posizione dominante.
A Bruxelles ha esercitato il mandato con misura, rigore competenza. Sia come commissario alla Concorrenza dal 1999 nell’esecutivo comunitario presieduto da Romano Prodi, sia in precedenza nella Commissione Santer come responsabile del mercato interno. Poi è tornato nella sua Bocconi, resistendo alle sirene che a più riprese lo hanno indicato come ministro dell’Economia in vari governi fino a possibile governatore della Banca d’Italia. O più semplicemente, commentandole con una battuta.
Nella "sua" Bruxelles ha messo su un think tank, Bruegel. L’acronimo però nulla ha a che vedere con il pittore fiammingo: sta per «Brussels european and global economic laboratory». Un pensatoio, appunto, utile in tempi in cui in Europa scarseggiano le idee forti, e forse perfino le idee.
Il suo prestigio internazionale è indiscusso, così come la sua competenza di economista e di analista. Da tecnico, o da ex tecnico alla luce della nuova investitura istituzionale, ha avuto nel corso della sua carriera con la politica un rapporto, per sua stessa ammissione, di "curiosità". Qualche anno fa, era il 25 febbraio 2005, a Bruxelles accettò di duellare in un inedito faccia a faccia con Paolo Cirino Pomicino. Tema dell’incontro, organizzato dal Circolo Palombella, «Economia europea e spirito nazionale». Il diavolo e l’acqua santa, commentò qualcuno dei presenti al dibattito. In realtà, se pur da punti di vista diversi, il "tecnico" di lungo corso e il politico a tutto tondo trovarono non pochi motivi di consonanza, anche nel dopo cena al ristorante Scirocco. Quanto meno nel mettere in luce vizi e virtù di un’Unione costruita sotto il segno della moneta unica, ma senza un vero governo comune dell’economia.
Due settimane fa era a Bruges, ad ascoltare il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano nel suo e appassionato intervento, tutto in francese, al Collegio d’Europa. Qualche cronista ha provato a perforare l’aplomb del professore su scenari di governo tecnico o istituzionale che sia da lui presieduto, ricevendone in risposta solo un cortese sorriso.