Alessandro Oppes, il Fatto Quotidiano 9/11/2011, 9 novembre 2011
TRA RUBALCABA E RAJOY COME UNA FINALE
La sintesi più efficace, non è un caso, è quella che ha fatto ieri mattina – nel suo videoblog quotidiano – il numero uno dei giornalisti radio-televisivi spagnoli: “L’aspirante Rubalcaba sconfigge il presidente Rajoy”, dice Iñaki Gabilondo per riassumere il senso del lungo, e seguitissimo, faccia a faccia di lunedì notte tra i due candidati premier. Un dibattito acceso, un confronto serrato, ma tutto all’insegna di un paradosso inevitabile, proprio com’era già ampiamente previsto sin dalla vigilia. Più aggressivo e incalzante il leader socialista, quasi fosse il rappresentante dell’opposizione che cerca di conquistare il potere. Molto cauto, persino sulla difensiva, il presidente dei Popolari, che dopo due sconfitte consecutive sente ora vicinissimo il traguardo della Moncloa.
COSÌ RAJOY ha dato la sensazione – ai 12 milioni di telespettatori che fino a mezzanotte hanno seguito in tv l’attesissimo “cara a cara” – di essere già il presidente in carica. E Rubalcaba, costretto a inseguire dai sondaggi che lo condannano (il distacco attuale è di circa 17 punti percentuali) ha assunto i panni dell’aspirante. Efficace nell’incalzare il rivale, ma sempre dando l’impressione di considerare ormai persa la partita. Ha parlato, insomma, più da leader dell’opposizione che non da candidato presidente con uguali chance di vittoria. Una strategia studiata – l’unica possibile secondo i suoi più stretti collaboratori – per cercare di “stanare” il leader popolare, che proprio a causa del fortissimo vantaggio del quale è accreditato, ha deciso di impostare una campagna elettorale tutta basata sull’ambiguità, a carte coperte. Per questo Rubalcaba – grandissimo oratore che parla sempre a braccio (mentre Rajoy leggeva impacciato i foglietti già preparati) – ha avuto gioco facile nell’insinuare una serie di dubbi sulle reali intenzioni del rivale in caso di vittoria: in particolare ipotizzando tagli ai sussidi di disoccupazione e alla sanità e all’educazione pubblica .
Sospetti che Rajoy ha tentato di fugare in maniera non troppo convincente. Ma, a sua volta, il leader del Pp ha giocato sino in fondo la sua carta più pesante, quella che – a giudizio di tutti gli osservatori – è destinata a pesare come un macigno sul risultato del voto del 20 novembre: ha rinfacciato ai socialisti la piena responsabilità per gli attuali 5 milioni di senza lavoro, quasi il 22% di disoccupati, oltre il doppio della media europea.
E in due occasioni (non è chiaro se per errore o volontariamente) si è rivolto a Pérez Rubalcaba chiamandolo Rodríguez , che è il primo cognome di Zapatero: forse un tentativo di unire i destini del suo rivale a quelli del premier uscente ormai caduto in disgrazia.
Inutile, alla fine, cercare di capire nei dettagli quale sia il progetto di Rajoy per far uscire la Spagna dalla peggiore crisi economica degli ultimi ottant’anni . Cenni generici a una politica di austerità, senza però chiarire quali siano i tagli che ha intenzione di realizzare.
E un’altrettanto vaga dichiarazione d’intenti sulla necessità di promuovere la crescita per creare occupazione, cosa che aumenterebbe le entrate garantendo il mantenimento delle politiche sociali. In che modo, resta un mistero. Più chiaro, al contrario, il programma economico di Rubalcaba, che propone un’imposta sulle grandi fortune e sulle banche per favorire il rilancio dell’occupazione, suggerisce la soppressione delle amministrazioni provinciali, la lotta contro l’evasione fiscale e la riduzione delle spese militari.