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 2011  novembre 08 Martedì calendario

IL VERDETTO ONU: «TEHERAN E’ ORMAI VICINA ALLA BOMBA» —

La Bomba atomica dei mullah è più vicina. Perché con l’aiuto di scienziati stranieri, Teheran ha superato molti dei problemi tecnici incontrati in questi anni. Un aiuto fondamentale. Le indiscrezioni — che dovrebbero trovare conferma nel rapporto dell’Aiea atteso per oggi — continuano a rimbalzare dal Medio Oriente agli Usa. E presto si dovrà decidere cosa fare: nuove sanzioni o, come ipotizza Israele, un’azione militare. Due strade comunque complicate. Infatti l’Iran, a parole, sembra non preoccuparsi: «Mostrate le carte e vediamo», dicono da Teheran definendo le accuse «false» e prodotte da «potenze straniere».
Non la pensano così gli investigatori dell’Agenzia atomica internazionale (Aiea). In questi mesi hanno accumulato nuovo materiale che se non rappresenta la «pistola fumante» è però un’indicazione importante. Quattro gli elementi: 1) Teheran ha messo a punto un «contenitore» per test di esplosivi ad alto potenziale. 2) Una parte del lavoro avviene nell’impianto di Parchin, a sud della capitale: i khomeinisti ammettono le ricerche ma sostengono che siano per esplosivi convenzionali. 3) I tecnici sarebbero in grado di gestire e concludere il processo che porta alla Bomba, dunque il punto di non ritorno si avvicina. 4) Gli iraniani hanno eseguito al computer prove per costruire testate destinate ai missili.
Il programma, che aveva subito ritardi per sabotaggi (con virus informatici o azioni clandestine) e per guai legati ai sistemi, sarebbe ripartito di gran lena con il determinante sostegno di esperti ingaggiati sul mercato civile. Teheran, come ha rivelato ieri il Washington Post, si è rivolta allo scienziato russo Vyacheslav Danilenko. Lo specialista nucleare, nell’arco degli ultimi cinque anni, è stato al fianco dei colleghi iraniani con ricerche, informazioni e assistenza che hanno permesso di colmare il gap. In parallelo, l’Iran ha avuto rapporti — peraltro già noti — con la rete del pachistano Abdul Qader Khan e con una pattuglia di scienziati nordcoreani importanti anche per lo sviluppo nel settore missilistico. Studi e centri sono stati inseriti in un apparato con gerarchie, ruoli e risorse che fanno pensare a un progetto di natura militare e non pacifica. Tutti segreti che sarebbero stati scoperti con il lavoro degli investigatori Aiea e quello di almeno «10 servizi di intelligence» che hanno nel mirino i piani degli ayatollah. Fonti diverse per non ripetere l’errore dell’Iraq che ormai pesa come una maledizione: nessuno — in teoria — è disposto ad avallare una campagna contro Teheran sulla base di prove non sicure e di origine dubbia. Per questo la Casa Bianca desidera che gli addebiti vengano dall’Aiea e, come per la crisi libica, preferisce agire da «copilota».
Una prudenza che si lega poi a opportunità diplomatiche ed economiche. Washington vede con favore l’adozione di nuove sanzioni Onu ma, come in passato, deve superare le resistenza di Russia e Cina. Gli iraniani hanno buoni rapporti con le due potenze (trattano anche armi) e Pechino ha in Teheran il terzo fornitore di prodotti petroliferi. Consapevoli che il dossier è pesante, i governi russo e cinese hanno esercitato pressioni affinché l’Aiea tenga riservata una parte del dossier, in particolare quella che fornisce i dettagli delle violazioni. «Perché in questo modo — obiettano — si spinge l’Iran in un angolo». Ma è esattamente ciò che vuole la Casa Bianca che brandisce il bastone diplomatico convinta che sia l’unico modo per evitare che, prima o poi, Israele lanci il blitz. Certo, l’opzione militare è complicata e suscettibile di innescare una nuova guerra in Medio Oriente. Tutti scommettono su un veto di Barack Obama. Ma sarebbe ingenuo sottostimare la preoccupazione americana nei riguardi dell’Iran e il pragmatismo del presidente in fatto di sicurezza.
Guido Olimpio