Aldo Cazzullo, Corriere della Sera 08/11/2011, 8 novembre 2011
DA CRAXI A PRODI. SE LA CADUTA DEL LEADER OSCILLA FRA IL DRAMMA E LO SBERLEFFO
Bettino Craxi, come riconobbero anche i suoi nemici, ebbe la grandezza della fine. Il suo crepuscolo fu drammatico, a cominciare dal discorso in cui chiamò a correi i leader politici del suo tempo. Indicò i suoi giuda in capi di Stato e di governo, anche stranieri. La lenta e recalcitrante caduta del Cavaliere somiglia semmai a quella di Prodi, mangiato in effigie da Nino Strano, il senatore con lo spumante in mano e la mortadella in bocca; che oggi peraltro vota con il centrosinistra.
Non soltanto Craxi rifiutò di uscire dal retro del Raphael, e si beccò la pioggia di monetine. Qualche giorno dopo, la sua macchina fu affiancata da due ragazzi in moto, che cominciarono a insultarlo. Al terzo «ladro!», Bettino sibilò al fido autista Nicola: «Chiudili». Poi scese, portò un gancio destro al conducente, un montante sinistro al passeggero, e risalì senza scomporsi. Ai tempi di Hammamet - latitanza per la legge italiana, esilio per i fedeli -, quando tutti a Roma lo pensavano intento alla trattativa per tornare, Craxi proclamava: «Voglio essere operato qui, morire qui, essere sepolto qui». Di lui oggi si può dire tutto il male possibile; ma là è stato operato, là è morto, là è sepolto.
Il racconto di queste ore appartiene più alla farsa che alla tragedia. Se Craxi indicava i suoi «becchini» in Oscar Luigi Scalfaro e Giuliano Amato, le sorti di Berlusconi sono legate a Domenico Scilipoti e a Luciano Sardelli. Anche allora c’ era Giuliano Ferrara, ma appariva indignato e addolorato - «mi batterò sino all’ ultimo in difesa di un uomo e di un partito morti!» -, non quasi divertito come nel video in cui annuncia le dimissioni del «Cav», come lo chiama, subito smentito dall’ interessato. E comunque l’ ultimo tentativo prima di arrendersi Craxi lo fece all’ Eliseo con Mitterrand.
Resta da capire se Berlusconi vorrà evitare di ritrovarsi sulla prima pagina dei giornali di tutto il mondo a capo chino, in un’ aula che esulta per la sua fine, o invece affronterà un’ ordalia parlamentare. Nel ’ 94 evitò, e salì al Quirinale per dimettersi senza dare a Bossi la soddisfazione di votargli contro. Prodi invece andò sotto per due volte in Parlamento. Ma se il 9 ottobre 1998 alla Camera si oscillò tra il dramma e la commedia - la scissione comunista e le poppate della Pivetti, la parlamentare gravemente malata con la cannula al naso e le dita di Previti alzate nel segno della vittoria come Churchill -, il 24 gennaio 2008 il governo di centrosinistra cadde al Senato in un clima tra lo sconforto e l’ ilarità. Insulti - Nino Strano a Nuccio Cusumano: «Checca squallida!» -, sputi - Tommaso Barbato, ancora al povero Cusumano -, svenimenti - sempre Cusumano -, boati - al voto di sfiducia del monarchico Fisichella e del trotzkista Turigliatto -, risse, libagioni, pasti a base appunto di mortadella, sino alla beffa finale: «Lei, presidente Prodi, prenderà tutte le ecoballe della Campania su di sé, e con esse andrà a casa!».
Nel ’ 98, il Professore lasciò Palazzo Chigi camminando a testa bassa, invano seguito dai giornalisti, finché la moglie Flavia non lo indusse a fermarsi: «Dai, Romano, mi sembri Cuccia». Poi, nella sua Bologna, rivelò che i leghisti gli avevano offerto appoggio in cambio di una rete Rai: «Ma io dico no! Dico no! Dico no!». C’ erano allora tensione, rancore, rabbia: molle che avrebbero spinto Prodi prima a Bruxelles, poi di nuovo alla guida del centrosinistra. Dieci anni dopo, prevaleva la rassegnazione al ritorno di Berlusconi. Si levarono peana per la sua larga vittoria, che era in realtà di risulta. Il Cavaliere rientrava a Palazzo Chigi per il fallimento dell’ avversario, più che per inaugurare una nuova stagione. Con Tremonti non si sopportavano già più. E nelle estati spensierate dell’ opposizione Berlusconi si era dato a passatempi di cui non volle privarsi una volta tornato nelle istituzioni. Anche Craxi, come il suo amico Silvio, aveva i magistrati alle calcagna. Ma, quando fu interrogato da Di Pietro in diretta tv, lo dominò. Berlusconi si è inventato leggi e vertici europei per evitare i suoi accusatori. Ora lo critica pure l’ avvocato Paniz, relatore della mozione secondo cui Ruby poteva essere davvero considerata la nipote di Mubarak. E la coltellata finale, quella di Bruto, è vibrata dalla seconda sorella Carlucci.
Anche venti secoli dopo Cesare, è accaduto che l’ Italia si liberasse dei suoi capi in modi crudeli, se pure non paragonabili tra loro: Umberto II per mano anarchica; il Duce appeso a una pompa di benzina; Aldo Moro nel cofano della Renault rossa; Craxi sepolto nella sabbia, sotto le mura della medina di Hammamet. Per buona sorte, la Seconda Repubblica ha introdotto l’ usanza occidentale secondo cui i leader si battono in Parlamento, o alle elezioni. Meglio così. Una nota italica però è rimasta. «Nella caduta c’ è sempre qualcosa di magico» disse un giorno Giuliano Ferrara. Sarebbe meglio ci fosse anche qualcosa di serio.
Aldo Cazzullo