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 2011  novembre 08 Martedì calendario

BERLUSCONI, LA BANDIERA UE IN CAMPAGNA ELETTORALE — C’è

chi lo vorrebbe dannunziano e chi cardinalizio. Fedele Confalonieri spera di vederlo assiso in Parlamento a interpretare se stesso, Gianni Letta confida per una volta di vederlo somigliare a Gianni Letta. In mezzo c’è la storia del decreto, l’ultima arma in mano a Silvio Berlusconi, impegnato nella sfida conclusiva, epperò indeciso a muovere un passo che — in caso di errore — potrebbe consegnarlo alla sconfitta nel gioco di Palazzo, relegandolo definitivamente ai margini della politica.
Perché la sfida del Cavaliere non si limita ai numeri, alla capacità cioè di avere per una volta ancora la maggioranza a Montecitorio. Anche ai passaggi parlamentari sono legate le sorti del premier e della legislatura e non a caso i suoi avversari sono lì a studiare le contromisure. Tocca a Berlusconi la prima mossa, c’è ressa e confusione attorno a lui. E se dal consiglio di famiglia tenutosi a Milano è uscito convinto di andare fino in fondo, a Roma, più di mezzo Consiglio dei ministri lo esorta a passare la mano prima di farsi sfiduciare in Parlamento. Non sono solo due linee politiche diverse, sono ormai due mondi che confliggono.
Su al Nord la strategia considerata più idonea prevede di far terra bruciata dinnanzi all’evenienza di un altro governo dopo quello attuale. Perciò il Cavaliere dovrebbe presentarsi a Montecitorio, e dopo il voto sul Rendiconto dello Stato porre la fiducia su un provvedimento, meglio se fosse un decreto, in cui siano inserite le linee di politica economica decise d’intesa con l’Europa. Sarebbe quello che Giuliano Ferrara ha definito «l’atto mancato», lo strumento con cui sfidare le opposizioni. Una prova senza appello, che in caso di vittoria garantirebbe a Berlusconi di restare a Palazzo Chigi almeno fino a Natale e in caso di sconfitta di chiedere subito le urne e fare la campagna elettorale sventolando questo vessillo e accusando gli avversari di aver fatto i propri interessi e non quelli del Paese.
Giù al Sud — che così viene vissuta Roma — invitano invece il premier ad attendere il risultato di oggi sul Rendiconto dello Stato, che comunque passerà. Qualora nel gioco delle astensioni e dei voti favorevoli e contrari, il governo verificasse di non avere più la maggioranza, sarebbe meglio per Berlusconi salire al Quirinale e, forte del fatto di non esser mai stato sfiduciato, indicare l’apertura di una fase nuova e il suo successore. Su questo fronte è impegnato Gianni Letta, che dietro di sé ha in pratica tutto il Pdl, preoccupato di una fine rovinosa. Il premier lo sa, ma non per questo demorde, anche perché ritiene che una volta consegnate le carte a Giorgio Napolitano non avrebbe più voce in capitolo. Comunque, per mettere alla prova il sottosegretario alla Presidenza, ha fintato: «Va bene, Gianni. Allora indico te a Napolitano». «Silvio, io non ho lo standing internazionale». E di rimando il Cavaliere ha commentato: «Allora chi, Monti? Monti no».
È stato un modo per fare uscire Letta allo scoperto, per dire al suo fidato braccio destro ciò che devono sapere tutti nel governo e nel partito, dai fedelissimi ai malpancisti, fino agli stessi «traditori», che sono passati con Pier Ferdinando Casini: «L’Udc vuole solo andare al voto». Così dicendo ha mostrato la prova di quanto sosteneva, e cioè che i centristi hanno già prenotato gli spazi pubblicitari per i prossimi mesi: i famosi cartelloni «6x3». È la «pistola fumante», secondo Berlusconi, che fa capire come il Terzo polo si appresti alla campagna elettorale e che ci voglia arrivare senza il Cavaliere a Palazzo Chigi.
Perciò il premier vuole lo show down in Parlamento, convinto che non ci sia più spazio per ricucire con i centristi. Anche su al Nord la pensano così, mentre giù al Sud (dove ha trovato riparo pure il governatore lombardo Formigoni) ritengono che le elezioni sarebbero disastrose e temono addirittura che la Lega finisca per cercare intese con l’Udc sulla riforma della legge elettorale. Berlusconi però non accetta la mediazione, dato che — a suo avviso — Casini avrebbe già stipulato una sorta di patto di desistenza con il Pd e che — una volta vinte le elezioni — i Democratici sarebbero nel caso pronti a scaricare alleati riottosi per imbarcare il Terzo polo al governo.
Decreto e richiesta di fiducia, questa sarebbe l’opzione della linea dura. Ma le controindicazioni sono pari alle contromosse che le opposizioni hanno in serbo: per evitare che Berlusconi le sfidi sull’Europa, vorrebbero infatti giocare d’anticipo, facendolo cadere prima con una mozione di sfiducia. Insomma la mossa del provvedimento d’urgenza potrebbe essere stoppata. Anche perché nella partita entrerebbero il capo dello Stato, contrario al decreto, e il presidente della Camera, contrario a calendarizzarlo subito per l’Aula come vorrebbe il premier.
Ma non solo il fronte istituzionale è avverso al progetto del premier, anche Gianni Letta è contrario e contrariato, al punto di esser pronto a rompere lo storico sodalizio con il Cavaliere. «Se lo fai mi metti nelle condizioni di andarmene», ha detto senza mezzi termini. L’aveva già fatto la sera in cui Berlusconi — nell’ultimo Consiglio dei ministri — si era convinto di forzare la mano con Napolitano: «In questo caso, Silvio, mi dimetterei». È attorno al tema delle dimissioni che ruota il complesso gioco di Palazzo nella fase conclusiva dell’era berlusconiana. Su al Nord esortano il Cavaliere a non farlo, giù al Sud auspicano invece che lo faccia per evitare che sia un’intera classe dirigente a doversi poi dimettere dalla politica.
Francesco Verderami