Paola Peduzzi, Il Fogliio 1/11/2011, 1 novembre 2011
UN NON DETTO
Milano. Il libro esce oggi nelle librerie americane, e dalle anticipazioni sembra già il più bello di tutti quelli pubblicati dall’entourage di George W. Bush (autobiografia dell’ex presidente compresa). “No Higher Honor”, scritto da Condoleezza Rice, ex segretario di stato ora tornata a insegnare nella “sua” Stanford, è l’ultimo di una serie di memoir di amici e nemici che hanno lavorato nell’Amministrazione Bush, e quel che già si sa – tra anticipazioni e letture pre libreria – è sorprendente.
Nonostante Condi sia considerata quella che ha portato l’idealismo bushiano sulla terra – concreta, pragmatica, una laurea di dottorato incentrata sul comunismo in Cecoslovacchia – è una delle custodi più fedeli dei principi ispiratori di quell’avventura politica, strategica, culturale. Su Newsweek di settimana scorsa, l’ex segretario di stato dice: “La morte di Gheddafi è la dimostrazione del successo della freedom agenda di Bush”: è la sintesi perfetta di un pensiero forte, che ha attraversato un’Amministrazione che ha creato moti irreversibili nella regione più delicata del mondo (è di Condi la famosa frase sulle “doglie del medio oriente”). A parte le leggende sul rapporto tra Rice e il colonnello libico – lui aveva un’ossessione per lei – sulla questione libica si è giocata buona parte dell’effetto domino su cui l’Amministrazione contava dopo l’invasione irachena: Gheddafi non voleva fare la fine di Saddam e così abbandonò i piani nucleari. Soltanto le improvvide dichiarazioni dei ribelli, nuovi rais di Tripoli, sul ritrovamento di armi atomiche possono incrinare un cerchio idealista che ormai si è chiuso. Per Condi almeno.
Ma non è di Gheddafi che vuole parlare, la Rice. Negli estratti pubblicati su Newsweek si scoprono due cose: che Bush stava per far fare la pace agli israeliani con i palestinesi; che Condi ha i problemi delle donne al lavoro, e che difendere la propria linea quando il tuo capo dice “poi Condi ha quest’idea che vorrebbe discutere con voi” (che è come dire che pure lui non è convinto, se te la fanno passare bene, altrimenti niente) non è facile nemmeno se sei una donna granitica come Condoleezza Rice.
La prima rivelazione è scioccante, quasi quanto quella che Abu Mazen, capo dell’Autorità nazionale palestinese, ha detto venerdì in un’intervista alla tv israeliana: “E’ stato un errore nostro” rifiutare la partizione dell’Onu del 1947 e attaccare subito il neonato stato d’Israele. Rice racconta di un incontro con l’allora premier israeliano Ehud Olmert, alla fine del suo mandato. Un incontro a due, inusuale, “ma era già successo”, e quindi non così preoccupante. Olmert disse a Rice che voleva fare una proposta direttamente ad Abu Mazen, senza intermediari, senza negoziatori, senza nemmeno il ministro degli Esteri Tzipi Livni (pare che tra i due non ci fosse il massimo della fiducia: le rivelazioni di Condi per giorni hanno tenuto banco sui giornali israeliani), cioè al di fuori delle trattative avviate. Sono disposto a offrire ai palestinesi – disse Olmert – il 94 per cento di scambi di terra, il ritorno dei rifugiati (non un ricongiungimento familiare, che sarebbe “incontrollabile”, ma il ritorno di cinquemila palestinesi) e la divisione di Gerusalemme: una capitale per gli israeliani e una per i palestinesi. Con una commissione internazionale, con rappresentanze di paesi arabi, a vigilare sui luoghi sacri. “Ho sentito bene? – scrive Condi – Il primo ministro sta dicendo davvero che dividerà Gerusalemme e metterà un comitato internazionale a custodire i luoghi sacri? Concentrati. Prendi appunti. No, non prendere appunti. Cosa succede se poi finiscono alla stampa? No, non è possibile. Siamo qui soltanto io e lui”. Lo stupore di Rice, la telefonata a Bush, i consigli: il racconto è affascinante, la sensazione di avere tra le mani il miglior accordo possibile crea un misto di euforia e di paura. La pace tra israeliani e palestinesi, can you believe that? Poi “Abu Mazen rifiutò”, e la storia è rimasta quella che sappiamo, con anzi un passo indietro, conclude amaramente Rice.
Un capo che ti fa venire voglia di dimetterti
L’altra Condi, quella che, ancora a capo del Consiglio di sicurezza nazionale, vuole imporre al Pentagono una riflessione – e un piano – per la sicurezza in Iraq dopo l’invasione, è ancora più rivelatrice. I rapporti con Donald Rumsfeld e Dick Cheney, i ragazzacci dell’Amministrazione, non sono mai stati idilliaci (lei oggi dice di essere ancora loro amica, definisce Rummy “grumpy”, scontroso e brontolone, ma è stata a capo della diplomazia americana, se non la conosce lei l’arte della dissimulazione, chi?), ma in quel caso, davanti ai generali, anche Bush fu sbrigativo: Condi deve parlarvi di un’idea. “Mi accorsi subito che i generali pensarono che non si trattasse più di una questione seria”. Il numero due di Rice, Stephen Hadley (suo successore), la seguì nel suo ufficio dopo il “meeting disastroso”: “Avrei voluto dimettermi dopo il commento del presidente”, disse Hadley. Condi continuò a insistere nei mesi successivi, e quando tutti si accorsero che quello era il problema – non c’era un piano per il post invasione – Condi commentò: “Mi chiedo se non avesse ragione Steve”.
Paola Peduzzi