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 2011  novembre 08 Martedì calendario

IL VOTO ALL’ESTERO È UN IMBROGLIO

Nell’indifferenza generale, non soltanto dei notisti politici ma degli stessi deputati, la Camera si è (poco) interessata, la settimana scorsa, del voto degli italiani all’estero. Tutte le mozioni proposte dai diversi gruppi sono state approvate, quasi sempre senza dissensi; tuttavia non si è giunti a un documento congiunto, pur se sono emerse amplissime convergenze.

Mettiamola così: l’intero arco politico è convinto che troppi e pesanti siano stati gli inconvenienti, se in tal modo vogliamo riduttivamente definirli, nell’espressione del voto dei connazionali fuori d’Italia alle due ultime elezioni politiche.

Conseguentemente, si debbono approntare rimedi.

Però, quando si passa al concreto, i documenti approvati sono lontani dal fornire una risposta unica, che si possa tradurre presto in una riforma legislativa per consentire di andare alle urne evitando forse i danni lamentati. Ovviamente nessuno prevede che le norme sul voto estero subiscano modifiche, in caso di elezioni anticipate; qualora, invece, la legislatura concludesse regolarmente il quinquennio, qualche barlume di speranza permane.

Chi fra gli altri ha ben individuato alcuni problemi emersi nel voto è stato il leghista Stefano Stefani, responsabile dello specifico settore nel Carroccio. Punto di partenza, lamentato un po’ da tutti: c’è «rilevante discrepanza» fra le due banche dati, degli Esteri e dell’Interno. Su oltre 3.300.000 elettori esteri, si riscontrano centinaia di migliaia iscritti all’una e non all’altra, e viceversa. Ne deriva una colossale ignoranza sul reale numero degli aventi diritto al voto. La soluzione prospettata da Stefani era già emersa nel corso d’indagini condotte dalle giunte per le elezioni delle due Camere, quando la sostennero soprattutto tecnici del Viminale: subordinare l’iscrizione nelle liste elettorali estere «a un’esplicita manifestazione di volontà dell’elettore presso le autorità consolari». Vota, insomma, chi chiede di votare. In questo modo ci si accosterebbe alla «trasparenza elettorale», almeno in termini di esistenza in vita e di autenticità del domicilio. Sarebbe così attutito il rischio di schede elettorali che non arrivano a destinazione a causa della morte o dell’irreperibilità dell’elettore, ma che giungono misteriosamente compilate ai seggi attraverso il voto per corrispondenza.

Appunto sul voto per corrispondenza si sono ancora una volta addensati dubbi, viste le esperienze sgradevoli delle due elezioni politiche. Anche qui la soluzione di Stefani era già stata caldeggiata dai tecnici, segnatamente da Claudio Fancelli, il magistrato presidente dell’ufficio centrale per la circoscrizione estero: sostituire il voto per corrispondenza con il voto di persona in seggi dislocati nei consolati e nelle principali città d’insediamento delle comunità italiane. Altrimenti, se si vuole mantenere il voto per corrispondenza, occorrerebbe «perfezionare le procedure con evidenti maggiori spese», per esempio sperimentando il voto informatico. Se, dunque, è certo che una riforma approfondita andrebbe operata (e si tace della situazione assurda dei mega collegi elettorali, comprendenti ciascuno interi continenti), il dubbio, scontato, riguarda la volontà e perfino la concreta possibilità di procedere.