MAURIZIO RICCI , la Repubblica 8/11/2011, 8 novembre 2011
IL TIMER DELL´APOCALISSE - IL TIMER è
partito. Se si segue la logica e l´esperienza degli ultimi due anni sui mercati, l´Italia non ha più di tre settimane per ricondurre il costo del suo debito a livelli più sostenibili. Si deve far scendere il tasso sui Btp decennali sotto il 6,50%.
oppure, esattamente fra 15 giorni di contrattazioni, a partire da ieri, cioè il 25 novembre, l´Italia e l´Europa si troveranno di fronte alla scelta fra un piano di salvataggio di dimensioni gigantesche e la bancarotta del debito italiano, con l´apocalisse dell´euro. Ma il timer potrebbe essere anche più veloce: la spirale finale potrebbe cominciare ad avvitarsi già da venerdì prossimo, fra soli quattro giorni, quando le autorità che regolano i mercati potrebbero decidere un ulteriore rincaro del debito italiano, perché ritenuto troppo rischioso.
Né l´una né l´altra sono predizioni. Sono i calcoli ad occhio che fanno operatori ed analisti, sulla base di quanto è sinora avvenuto in questa crisi europea. In particolare, in Grecia, Irlanda e Portogallo, i tre paesi per cui è stato necessario un salvataggio europeo. In media, nei tre paesi, i titoli decennali sono stati trattati ad un tasso superiore al 5,5% per 43 giorni, prima di superare stabilmente la soglia del 6%. Poi, sono rimasti per altri 24 giorni sopra quota 6, prima di scavalcare, in modo continuativo, il 6,50%. Da qui, sono bastati 15 giorni di mercato per sfondare il 7%, largamente ritenuto un livello insostenibile. L´Italia è un paese di un´altra categoria, con fondamentali più solidi e un´economia molto più grande. Ma anche con un debito, in cifre assolute, enormemente superiore: 1.900 miliardi di euro, oltre cinque volte il debito greco. E il percorso dei titoli italiani è sinistramente simile, per certi versi anche più inquietante. Il Btp decennale è stato trattato sopra il 5,50% per 40 giorni, prima di superare il 6%. E´ avvenuto il 28 ottobre. Da allora è bastata una sola settimana (e non 24 giorni) per arrivare sopra il 6,50%. Se non dovesse scendere stabilmente a quote più respirabili, il finale di partita potrebbe essere anche più rapido di quanto avvenuto ad Atene, Lisbona e Dublino.
Anche perché si potrebbe agganciare una ulteriore zavorra, che lo renderebbe rapidissimo. Stavolta, il problema è lo spread, cioè il differenziale fra il rendimento sul Btp italiano e l´equivalente Bund tedesco. Da venerdì scorso, questo differenziale ha superato i 450 punti (il rendimento sul Bund è largamente inferiore al 2%, contro il 6,66% italiano): ieri ha toccato il massimo di 492. Secondo il codice di Clearnet, l´organizzazione che regola gli scambi di titoli, dopo cinque giorni consecutivi in cui lo spread resta sopra i 450 punti, scatta un rincaro dei margini del 15%. In termini più semplici, chi ha presentato titoli italiani come garanzia di un prestito, deve rimpolpare quella garanzia del 15% del totale. Questo significa che detenere titoli italiani costa di più. A questo punto, o gli investitori scaricano i titoli italiani, aggiungendo una valanga alla frana dei Btp, o li spostano agli sportelli della Banca centrale europea, scatenando, probabilmente, un´ondata di panico.
La decisione di Clearnet è, in qualche misura, discrezionale e potrebbe essere dilazionata. Analogamente, non è detto che l´Italia debba ripercorrere la spirale di Grecia, Irlanda e Portogallo. Ma l´allarme è altissimo. La frana dei titoli italiani sta avvenendo, nonostante i massicci acquisti di Btp, da parte della Bce. Da agosto fino a martedì scorso, la Banca centrale europea ha già acquistato titoli italiani e spagnoli (presumibilmente, molto più italiani che spagnoli) per 110 miliardi di euro. Negli ultimi giorni, secondo le voci di mercato, Francoforte avrebbe raddoppiato l´entità dei suoi interventi sui titoli italiani, ma non è riuscita ugualmente ad arginare il crollo. Quota 7% sembra sempre più vicina. Basta un dato per misurare il baratro che si sta aprendo: i Btp ad un anno vengono trattati sopra il 6%. Quelli tedeschi della stessa durata allo 0,25%. Sono livelli che operatori ed analisti giudicano "insostenibili". Il motivo è che il costo di rinnovare il debito diventa tanto alto da rendere inevitabile un suo aumento. Da qui alla fine del 2012, l´Italia deve emettere titoli per oltre 340 miliardi di euro, solo per rinnovare il debito già esistente. Se dovesse finanziarsi al costo del 7%, anziché del 4,8%, che era il livello dei rendimenti dei Btp decennali, ancora a giugno, dovrebbe sopportare un costo maggiorato di circa 8 miliardi di euro, rispetto a quanto si poteva prevedere prima dell´estate. Per trovare questi 8 miliardi, il governo dovrebbe appesantire tagli e rincari già previsti, deprimendo l´economia e, dunque, il livello delle entrate, con il risultato di aggravare ulteriormente il debito, in una spirale incontrollabile.
Verso un megasalvataggio dell´Italia da parte dell´Europa, allora? Anche su questo, è prematuro scommettere. Se il salvatore deve essere il Fondo salva-Stati, la sua dotazione è troppo piccola per gestire un salvataggio italiano. E, comunque, il Fondo mostra difficoltà a finanziarsi anche di suo: a settembre, i suoi titoli venivano collocati ad un tasso del 2,7% (contro l´1,8 del Bund tedesco). Ora, il tasso è salito al 3,45%.