MAURIZIO CROSETTI , la Repubblica 5/11/2011 ; ALAIN DE BOTTON , la Repubblica 5/11/2011, 5 novembre 2011
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2 ARTICOLI + schede - IL GIRO DEL MONDO DI MOLINARI "FOTO E VIDEO LA MIA CASA È UN ALBERGO" - «Ho cominciato questa vita nel 2004, a ventidue anni, quando sono diventato professionista. Sono nato a Torino, vivo a Londra e salto da un continente all´altro quasi tutto l´anno. Il nostro sport è così. Viaggiare significa conoscere, ma viaggiare di corsa vuol dire percepire, annusare, notare le diversità dei gesti e delle abitudini. Apre la mente, anche se non risolve: perché si vorrebbe davvero possedere il tempo per viaggiare e non solo spostarsi, il tempo e la calma».
Il ragazzo con la valigia, negli anni ha imparato a farla. «All´inizio mi portavo appresso pure la PlayStation, ovviamente quella tascabile, ma alla fine ho rinunciato. Addio alle cinque paia di jeans: ne bastano due, e si fanno lavare più spesso. Una valigia non può durare più di una quindicina di giorni, come capienza intendo, e con i vestiti invernali anche meno. Così si deve economizzare lo spazio». Qualcosa, però, non si evita mai di stivare, insieme a giacche e maglioni: «Qualche buon libro. Di carta, perché l´e-book non mi interessa anche se ho un buon rapporto con le tecnologie, mi diverto con Twitter e Skype. Le letture me le consiglia mia moglie Valentina: per esempio, Coe e Nick Hornby». Ora è nato Tommaso, otto mesi. Si suppone che pochi, di questi mesi, li abbia trascorsi con papà: «Abbiamo provato a portarlo un po´ in giro, è stato con me a un torneo a Miami però ha un po´ patito, è ancora troppo piccolo». Francesco lo saluta su Skype, dal video di un computer: «E Tommaso mi sembra apprezzare, perché sorride al monitor quando mi vede».
I grandi viaggiatori sono sempre accompagnati dall´invidia, e in parte è giusto. Però, non è tutto così facile. «Quaranta settimane all´anno fuori di casa significano infinite ore trascorse in coda agli aeroporti: check-in, controllo passaporti, accesso alle sale d´imbarco, ritiro bagagli. Poi, le altre attese negli alberghi. Si inganna il tempo telefonando e leggendo, ma a volte quel tempo non passa mai. Più che vedere il mondo lo sbirci, anche se non mi lamento».
Ci sono mondi più lontani, altri quasi domestici: «In Giappone sento le differenze, moltissimo, cosa che invece non accade in Cina, forse perché la comunità italiana è più vasta, penso ad esempio a Shanghai. Nei paesi anglosassoni mi trovo meglio, non a caso ho scelto di vivere a Londra, a Chelsea, vicino allo stadio di Stamford Bridge: sento le urla dei tifosi quando la squadra segna».
Ma come si vede la nostra strampalata Italia da così lontano? Come appare? «Un po´ troppo agitata, e qualche volte maleducata. Gli inglesi saranno magari anche falsi, però sanno comportarsi. Esiste, io credo, una profonda differenza culturale a loro vantaggio». E ci sono momenti in cui la lontananza può diventare crisi: «Certo, quando hai più nostalgia degli affetti lontani, degli amici, ma anche quando non stai bene fisicamente. Mi è accaduto di dover affrontare un´intossicazione alimentare in una camera d´albergo, e non è stato piacevole».
C´è un trucco, secondo Francesco Molinari, per ridurre un po´ le distanze: «Bisogna ricreare piccoli mondi casalinghi lontano da casa. Non solo con le classiche fotografie sul comodino, ma cercando posti che alla lunga diventino familiari: tornare sempre in quel ristorante, in quell´hotel, passeggiare lungo quella strada. Insomma, si dovrebbero cercare riferimenti abituali. Vale per i luoghi e per i paesaggi, per i locali pubblici e per le persone. Dopo tutti questi anni, torno sempre negli alberghi che mi sono piaciuti: non è soltanto per comodità, è appunto il bisogno di ritrovare visi amici, o la stessa camera della volta precedente. Il mondo del golf, come quello del tennis, è una specie di circo, ci si muove da soli e allo stesso tempo tutti insieme, si ricreano sempre le stesse compagnie. Siccome è un ambiente piuttosto civile, questo ci fa sentire meno il peso della distanza».
Poi accade di dover tornare a casa davvero, cioè a Torino, anche solo per pochi giorni, ed è come una riscoperta, una specie di piacevole debutto: «Dopo le Olimpiadi invernali del 2006, la mia città ha davvero cambiato volto. È più viva, più dinamica». Francesco Molinari affronta la nuova Torino a piedi, ma pure in automobile, ed è un altro modo per ritrovare coordinate, strade, incroci. E le abitudini, viaggiando di continuo, finiscono per avere un valore domestico: «La sera, dopo avere parlato con la mia famiglia, stacco il telefono e mi guardo un film, sempre, ovunque io sia. Così mi rilasso, e mi sembra di essere a casa». Forse perché la casa non è una somma di muri e stanze, ma di consuetudini e affetti. Più che un luogo, un rito.
MAURIZIO CROSETTI , la Repubblica 5/11/2011
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Dai Tabelloni ai caffè l´irresistibile fascino delle sale d´attesa - Il grande problema degli aeroporti è che normalmente ci andiamo per prendere un aereo. Quindi siamo spaventati, polemici, stressati, non riusciamo a renderci conto che varchiamo alcuni degli spazi più affascinanti del mondo moderno. In aeroporto c´è la vita intera, con i suoi alti e i suoi bassi. È il luogo perfetto per godere lo spettacolo dell´alta tecnologia, osservare il consumo di massa, sperimentare passioni e paure: merita di essere considerato in tutto e per tutto la meta di una vacanza in miniatura.
Il fascino è racchiuso soprattutto negli schermi che si rincorrono ai terminal e annunciano, in caratteri disadorni, gli itinerari degli aerei in procinto di decollare. Ci trasmettono la sensazione di avere immense e immediate opportunità, l´agio di accostarci al bancone della biglietteria e, nel giro di poche ore, imbarcarci per un paese in cui l´invito alla preghiera risuona su una distesa di case bianche con le imposte chiuse, dove non capiamo una parola della lingua e nessuno ci conosce. Le destinazioni elencate così, nude e crude, suscitano immagini vaghe, dense di nostalgia e desiderio: Nizza, Miami, Muscat via Abu Dhabi, Algeri, Kiev, Grand Cayman via Nassau - tutte ci appaiono come un antidoto all´angoscia, luoghi cui far ricorso nei momenti di claustrofobia e stasi. Parte del problema di viaggiare in aereo è che è talmente semplice e alla portata di tutti da farci dimenticare quanto sia straordinario. Ce ne rendiamo conto solo in determinate occasioni, ad esempio al rientro da un viaggio in terre lontane. Oggi si può essere ad Abuja il martedì e il mercoledì al nuovo terminal di Heathrow. Ieri all´ora di pranzo mangiavi banane fritte nel distretto di Wuse al canto di un cuculo africano e alle otto di stamattina il comandante arresta i motori del 777 poco lontano dal punto vendita di una catena americana di caffetterie.
Ma, nonostante la stanchezza, all´arrivo i sensi sono all´erta, registrano tutto - la luce, la segnaletica, i colori della pelle, i suoni metallici, le pubblicità, quasi fossimo sotto l´effetto di una droga, o appena nati, o Tolstoj. È un modo di vedere che non vogliamo mai abbandonare. Siamo decisi a continuare a contrapporre la patria alle realtà alternative che conosciamo, viste a Rio o Hyderabad. Non vogliamo dimenticare che nulla qui è la norma, che le strade a Wiesbaden e a Luoyang sono diverse, che questo è solo uno dei molti mondi possibili. Gli aeroporti non sono solo luoghi infernali da attraversare rapidamente a occhi chiusi. Sono destinazioni a tutti gli effetti, spazi densi delle grandi problematiche del nostro tempo.
(Traduzione di Emilia Benghi)
ALAIN DE BOTTON , la Repubblica 5/11/2011
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paura di volare
È una fobia diffusa sia fra chi non ha mai volato che fra chi vola di frequente. Disagio e panico in certe fasi del volo può essere controllato usando tecniche cognitivo-comportamentali. Consigli su come affrontare il disagio si trovano su piaceredivolare.it . Esistono anche dei corsi: li suggerisce il sito paura-di-volare.it
viaggiare al top
L’aeroporto migliore del mondo è quello di Hong Kong, premiato con l’Airport Awards 2011 : dotato di wi-fi, comode poltrone e negozi sempre aperti. In Europa
il miglior aeroporto è quello di Amsterdam: dove ci si può perfino sposare
dove rilassarsi
L’aeroporto di San Francisco offre ogni comfort dalla baby sitter alla sauna. Miglior ristorante in un terminal è l’ One Flew South di Atlanta. La stazione ferroviaria più comoda è Atocha a Madrid, piena di piante
L’hotel giusto
Chi viaggia per lavoro ha bisogno di wi-fi e spazi attrezzati con computer e stampante. La location è più importante del prezzo della stanza: si rischia di spendere una fortuna in taxi. Consultate i giudizi online, spesso veritieri
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QuelL´arte di non disfare i bagagli
Stanno ammucchiate nella mia cantina come i relitti di bastimenti sul fondo di un lago disseccato, le valigie della mia vita di viaggiatore riluttante. Non oso contarle, ma neppure gettarle o darle in beneficenza, perchè ognuna è una storia che neppure ricordo più, un pezzo andato male, una paura finita bene, a volte lo stupore di una morte sfiorata. Ma soprattutto, ciascuna di loro è stata sempre un ritorno.
Odio le valigie eppure ne sono schiavo, come un tossico o un fumatore. Non so quante siano, ma so che sono troppe, testimonianza della mia incapacità di rifarle dopo la partenza da casa, quando - in un rito apotropaico e propiziatorio - provvede sempre mia moglie a farle, con la precisione ingegneristica di una rondine che ri-tesse un nido a primavera.
E le valigie odiano me. Esplodono al momento di aprirle, eruttano colate di pedalini e di calzoni incartapecoriti, vomitano dentifrici e camicie, mi frustano con cinture, mi prendono a scarpate. Al momento di raccogliere i detriti, l´unica soluzione è comperarne un´altra. Le mia valigie si riproducono per partenogenesi aritmetica. Se parto con una, torno con due, se con due, torno con quattro.
Aspetto che qualcuno un giorno inventi la valigia perfetta, quella che si riempie da sola, si vuota con ordine, non dimentica mai nulla in albergo.
Soltanto quel giorno potrò gettare tutti i relitti della mia vita di viaggiatore. E da quel giorno, non potrò naturalmente più viaggiare.