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 2011  novembre 08 Martedì calendario

Se Nietzsche da nazista divenne uomo di sinistra - La nota affermazione di Nietzsche «non esistono fatti ma solo interpretazioni» sembra attagliarsi a meraviglia allo stesso pensiero dell’autore dello Zarathustra

Se Nietzsche da nazista divenne uomo di sinistra - La nota affermazione di Nietzsche «non esistono fatti ma solo interpretazioni» sembra attagliarsi a meraviglia allo stesso pensiero dell’autore dello Zarathustra. Mai come nel suo caso, si può dire che la “storia delle interpretazioni” ci restituisca ad ogni stagione un Nietzsche diverso. All’inizio, come è noto, ci fu l’interpretazione che faceva di Nietzsche un precursore del nazismo: basandosi su affermazioni decontestualizzate, o anche torcendo il significato dei concetti fino all’inverosimile, il nostro veniva visto come l’ispiratore del nazionalismo sciovinistico, del razzismo e persino del genocidio degli ebrei. In tal senso fu soprattutto per opera della sorella Elisabeth, di due anni più giovani di lui e notoriamente antisemita, che vide la luce postuma, nel 1906, un’opera che in verità Nietzsche non aveva mai scritto se non nella forma di appunti preparatori o abbozzi: La volontà di potenza. Nel clima della “guerra civile europea”, Nietzsche, il cui pensiero è complesso e non facilmente riducibile ad un centro ideale, fu annesso alla destra. Anche se fin da subito non mancarono voci scettiche o contrarie a questa annessione. Fu comunque solo a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, grazie all’impegno filologico con cui Colli e Montinari curarono l’edizione critica della sua opera, e grazie a studi innovativi e meno parziali, che Nietzsche fu restituito alla sua integrità di pensatore complesso, non identificabile con nessuna tendenza di pensiero precedente, non interessato alla piccola politica e per questo addirittura coerentemente e rigorosamente impolitico. Il termine Uebermensh, indicativo di un concetto centrale in Nietzsche, che era stato fino allora tradotto con il termine italiano di “superuomo”, fu da Colli e Montinari reso con “oltreuomo” proprio per evitare la possibile assimilazione con l’uomo superiore di razza ariana funestamente celebrato dalla nichilistica biopolitica nazionalsocialista. Ci fu allora chi, a sinistra, andò oltre, annettendo alla sua parte politica il filosofo, interpretandolo come l’alfiere di un progetto di liberazione e emancipazione integrale dell’uomo molto vicino a quello perorato, in quegli anni, dalle ali radicali e libertarie della sinistra movimentista. Colui che dette il contributo teoretico più approfondito e di spessore a supporto di questa tesi fu probabilmente Gianni Vattimo, la cui interpretazione nietzschiana, consegnata soprattutto al fortunato volume Il soggetto e la maschera del 1974, era destinata a fare scuola, e non solo in Italia. Con Nietzsche, Vattimo si era in realtà misurato già negli anni immediatamente seguenti la laurea, avvenuta a Torino con Pareyson nel 1959, dandone una lettura sostanzialmente esistenzialistica. Così come, in una terza fase del suo pensiero, quella degli anni Ottanta e del “pensiero debole”, egli darà una lettura dell’oltreuomo nietzschiano tendente al nichilismo e al relativismo. Sono fasi ripercorse ed illustrate con dovizia di particolari in un bel libro di Stefano G. Azzarà, appena uscito per i tipi della Manifestolibri: Un Nietzsche italiano. Gianni Vattimo e le avventure dell’oltreuomo nietzschiano (pagine 255, euro 30). L’autore, in verità, non si limita a ripercorrere l’ermeneutica nietzschiana di Vattimo. Intreccia, piuttosto, questa vicenda con il maturare e lo svolgersi delle idee di una certa intellighenzia di sinistra non più marxista. E in connessione diretta con quegli eventi storici che vanno dalla contestazione e dal Sessantotto, passando per gli “anni di piombo” o del terrorismo, fino al cosiddetto riflusso. Periodi di grandi cambiamenti sociali, politici, giovanili, propedeutici a quel trionfo del “neoliberismo” che ha finito per dominare gli ultimi trent’anni non solo in Italia. Il merito di Azzarà è, attraverso un caso particolare ma significativo come l’interpretazione di Nietzsche, di individuare le coordinate teoriche di una crisi della sinistra che dura tuttora. Certo, l’interpretazione paranazista è oggi improponibile. Si tratta tuttavia di capire, come dimostra con dovizia di elementi questo libro, che la ricerca di una via di uscita “individualistica” dalla dialettica e dalla crisi del marxismo finisce per favorire una mentalità che fa dell’individuo autocentrato e teso senza freni al proprio benessere particolare, il centro di ogni ideale. Certo antiuniversalismo antiborghese e antidemocratico può generare veramente mostri: con una battuta di spirito forzata ma non del tutto arbitraria, si potrebbe dire che certo Sessantotto movimentista e “rivoluzionario” alla fine è molto meno lontano di quanto possa a prima vista sembrare da un fenomeno conservatore e con tratti illiberali quale è il berlusconismo. Interessante è anche l’intervista a Vattimo di Azzarà posta alla fine del volume, in cui il filosofo torinese giunge ad affermare che oggi è convinto che «senza conflitto non c’è democrazia». Che è un bel risultato per il padre di un pensiero irenistico che non aveva in sostanza esitato a mettere sotto cloroformio, per così dire, un pensiero tutt’altro che conciliante quale quello nietzschiano. Una cosa è comunque certa. Nietzsche non è stato mai un antisemita. O almeno nella sua opera la valutazione degli ebrei e dell’ebraismo è molto cangiante, mai definitiva: si passa con facilità dall’enfasi elogiativa di certi aspetti della cultura ebraica ad una critica feroce di altri o addirittura degli stessi. In questi casi, la cosa migliore è leggere direttamente i testi, come ci suggerisce la pubblicazione da parte di Giuntina di un’antologia di scritti e frammenti nietzschiani sul tema molto ben curata da Vivetta Vivarelli: Nietzsche e gli ebrei. (pagine 270, euro 15; con due saggi di Jacob Golomb e andrea Orsucci). In sostanza, si può dire che il nostro affianca il giudaismo al cristianesimo (quindi viene meno anche in logica la distinzione nazista fra ariani e non) e li accomuna in un comune processo di decadenza prima di tutto morale dell’Occidente. Da esso se ne esce, a suo dire, solo con una «trasvalutazione di tutti i valori». Scrive ne La gaia scienza: «Tutti credono che gli attuali sentimenti morali siano i sentimenti morali in assoluto. Ma sono quelli ebraici».