Marcello Veneziani, il Giornale 7/11/2011, 7 novembre 2011
Hillman, classico a propria insaputa - È stata una celebrazione planetaria, la morte di James Hillman lo scorso 27 ottobre
Hillman, classico a propria insaputa - È stata una celebrazione planetaria, la morte di James Hillman lo scorso 27 ottobre. Lui era uno dei dieci autori che ha raggiunto la gloria in vita, come una celebrità globale. Lascia molti orfani e pochi allievi, tanto pubblico e pochi studiosi nel suo solco. La sua fortuna fu di affrontare i temi più accattivanti del presente e di usare gli strumenti della modernità, a partire dalla psicanalisi indagando il grappolo di apprensioni, angosce, speranze dei contemporanei per restituire i sogni puerili ed eterni dell’umanità: gli angeli e i demoni, gli dei e l’anima, la depressione e il suicidio, il padre assente, il bambino che abita dentro di noi e il vecchio che trova ragioni per amarsi anche da senex . Hillman ha tracciato una filosofia popolare, o popphilosophie, seducente e accessibile anche ai profani. Aveva fama di grande divulgatore, era una star della psicanalisi in versione new age , e come tale ha raggiunto un facile successo mondiale; ma per la stessa ragione rischia ora di essere dimenticato in fretta. Propongo invece di non sottovalutare l’importanza di Hillman, ma di considerarlo come un significativo battistrada di una nuova sensibilità,direi anzi di«un’intelligenza animata» e di «un pensiero del cuore». Per meglio intenderci, premetto il mio rapporto con Hillman: solo alla sua morte mi sono accorto di aver letto praticamente tutte le sue opere in circolazione, una ventina più i libri-intervista. Non lo consideravo un mio autore di riferimento, la sua lettura mi pareva ricca di stimoli, ma tutto sommato contingente. Mi accorgo ora che avevo sottovalutato la portata della sua opera, in chiave divulgativa e seduttiva, con molte concessioni ai gusti del pubblico. Provo a sintetizzare una decina di ragioni, alcune palesi altre sommerse, per cui reputo invece Hillman un autore chiave per la condizione attuale. In primo luogo, dobbiamo a Hillman la scoperta dell’anima nei nostri giorni. Le filosofie contemporanee l’avevano lasciata nel guardaroba della vecchia casa, confusa dai rigattieri delle religioni in disuso, degli spiritismi d’accatto o avvilita dalla psicanalisi al rango di un fragile fascio di nervi, detto Psiche, schiava dalle pulsioni erotiche. Hillman riscopre la centralità dell’anima e non la situa dentro di noi, ma noi dentro di essa. L’anima ci comprende, eccede dal nostro corpo. E qui siamo al secondo punto. Hillman si riconnette alla tradizione spirituale che va dai pitagorici a Platone e da questi a Plotino, da Marsilio Ficino a Vico. Non so quanto Hillman abbia letto di questi autori. Temo poco. Il Plotino che cita spesso, fino a considerarlo una prefigurazione di Jung, lo aveva probabilmente solo orecchiato: dicono che le Enneadi giacessero intonse nella sua biblioteca. Ma se è per questo l’umanista Petrarca non sapeva leggere il grecoe i grandi scopritori della classicità, da Winckelmann a Goethe, da Hölderlin a Nietzsche- come ricorda lo stesso Hillman - non misero mai piede in Grecia. E così Salgari, mai stato in Malesia... Hillman ha intuito il filo rosso di quel pensiero spirituale, meridiano e mediterraneo, che scorre nei secoli, e lo ha rianimato. In termini di geopensiero, ci sono filosofi che hanno esportato la filosofia europea negli Stati Uniti; lui ha compiuto il cammino inverso, riportando il pensiero tra l’Egitto, la Grecia e la Magna Grecia. Dall’America al Mediterraneo, dalla techne al mithos . E ancora.Nell’epoca dell’individualismo senza scampo, lo jungiano Hillman ha scoperto una forma di collettivismo spirituale, un noi comunitario nel cuore dell’io che offre una via d’uscita alla solitudine dell’Occidente. E procedendo, Hillman ha compiuto il percorso inverso di Jung: questi aveva viaggiato dalla mitologia alla psicopatologia (Gli dei sono diventati malattie, dice Jung) e Hillman ci offre il viaggio di ritorno scorgendo nelle nostre malattie, nella depressione dei nostri giorni, l’assenza degli dei e la perdita del mito. L’invisibile non nasce dall’alienazione ma al contrario, l’alienazione sorge dalla perdita del contatto con l’invisibile. Un percorso che riconduce a Vico e, tramite Plotino, fino alle idee di Platone.L’inconscio torna a essere la caverna platonica e nei recessi profondi della psiche abita il Mistero, la casa divina. Per compiere questo ritorno alle origini, Hillman si riferisce alla «decrescita felice», diventata con Serge Latouche un processo economico- sociale per fuoruscire gradualmente dal mito dello sviluppo e dell’iper- consumo. La decrescita felice in Hillman è invece il ritorno alle radici, e indica insieme il ritorno alle origini angeliche, il ritorno all’antico e il ritorno all’infanzia. Qui sorge il mito del Puer , che sembra ammiccare alle utopie giovanilistiche del ’68; a cui Hillman offre una via d’uscita nel segno del mito e dell’incanto e di quel passaggio alchemico dalla dissolutio alla coagulatio , che costituisce il vero pendolo dell’esistenza e del cosmo: la vita ondeggia tra sciogliersi e coagularsi. Infine accenno a tre aspetti non secondari dell’opera di Hillman. La centralità della bellezza, rimossa dal nostro tempo, ma essenziale per ritrovare il rapporto con gli altri e perfino con la politica, oltre che con il cosmo e con il divino. L’inestinguibile guerra che appartiene alla nostra anima e non finirà fino a che gli dei stessi non se ne andranno. E l’ Amor fati , l’amore del destino e la convinzione che nulla sia un caso e perfino la depressione può essere una prova, iniziatica o solo vitale, per raggiungere stati superiori. Ora che i coccodrilli dei giornali hanno smesso di piangere la star globale, è tempo di leggere più attentamente la sua opera come viatico per una trasformazione radicale del nostro modo di pensare la vita, l’anima e l’essere al mondo. Gli dei ci sorrideranno.