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 2011  novembre 07 Lunedì calendario

PERCHÉ È VIETATO DIRE «SEI GRASSO»

Come sostiene l’autore, la grammatica non è un’opinione. È una passione. Se ne deduce quindi che val più la pratica che la grammatica, come dicevano i nostri vecchi. Vecchi, si può dire? Forse è scortese, forse bisogna trovare qualche locuzione amica, qualche eufemismo per dire la stessa cosa: quand’ero ragazzo c’era lo spazzino, c’è ancora ma si chiama in un altro modo, operatore ecologico. Anche per noi nativi, la lingua italiana non è facile, a volte è di una complessità insuperabile e non basta ricorrere al vocabolario o alla sintassi per essere sicuri di quello che scriviamo. E subito ci scappa lo sfondone, per la gioia sadica dei lettori che il giorno dopo ti inondano di improperi e di «cercati un altro lavoro!».
Per fortuna è appena uscito Come dire. Galateo di comunicazione di Stefano Bartezzaghi (Mondadori, pp. 216, 17). Per l’autore, come dire, basta la parola, è il brand più prestigioso dell’enigmistica italiana, e non solo. Per fortuna l’autore non ha messo a punto una sorta di autovelox linguistico per metterci di fronte ai nostri innumeri e implacabili errori: Bartezzaghi non multa, consiglia, avvia a un corso di recupero, suggerisce le espressioni più adatte a ogni situazione, sia essa la tradizionale pagina scritta o una mail, un blog, gli sms, un post su un social network, un tweet.
La lingua cambia e noi con lei: l’evoluzione linguistica può piacere o non piacere, ma non si può fermare richiamando norme ferree. Bartezzaghi cita una lettera esemplare. È di Paolo Grassi, data 1973 e la carta intestata è quella della Scala di Milano. Grassi scrive al direttore del teatro per evitare un incidente diplomatico. Siccome ad assistere a Un ballo in maschera erano stati invitati alcuni membri delle delegazioni ospiti del Comune di Milano, Grassi vuole che sia tolta l’espressione di un protagonista dell’opera: «Io Ulrica dell’abbietto sangue dei negri». Il sovrintendente, socialista, terzomondista, brechtiano avverte che ci saranno «molti Sindaci negri». Negri oggi non si può più dire, allora sì (anche se Vittorio Feltri scrive ancora «negri»). Allora si dicevano tante parole che oggi sono diventate proibite. Quante volte a scuola mi hanno preso in giro per il cognome e oggi Bartezzaghi dice che «come nome comune grasso si può usare solo parlando di alimenti, capelli, unguenti, piante, vacche, martedì. Le persone non sono né grasse né negre». Poteva dirlo prima!
Qui si apre tutto il discorso del politicamente corretto, quella grande ipocrisia che forma una sfibrata maggioranza lessicale sempre pronta ad accettare le cose più scomode purché siano linguisticamente accettabili. Bartezzaghi odia ancora di più il politicamente scorretto: «Sembra infatti che adottare prudenti giri di parole e cercare di non offendere la sensibilità altrui sia poco espressivo, poco efficace, poco rock, e molle». Certo è difficile scegliere tra il cattivismo di maniera e la paraculaggine (si può dire?) di mestiere. La regola, seguendo il libro, è di rifarsi al contesto: la stessa espressione può essere più o meno appropriata a seconda del momento.
Come dire ha un pregio invidiabile, è divertente, castiga ridendo o ride castigando; ce n’è per ogni categoria di parlanti o scriventi, dai giornalisti ai medici, dagli studenti agli autori di canzoni. C’è una sola pagina che mi ha rattristato. Tanti anni fa avevo scritto un saggio serio su Manzoni e le parodie televisive dei Promessi sposi dal titolo Una lacrima sul Griso. Era stato apprezzato da Umberto Eco, che aveva poi aggiunto: «Sembra un titolo da "Espresso"». Leggendo Bartezzaghi su Eco che parla dei titoli dell’«Espresso», capisco ora che non era un complimento.
Aldo Grasso