Donato Carrisi, Corriere della Sera 07/11/2011, 7 novembre 2011
DALLE PILLOLE ALL’INFUSO DI OLEANDRO. LE MILLE RICETTE DELL’ODIO DI COPPIA
L’arma prescelta è un succo di mela, perché il colore del frutto celi quello della benzina verde con cui lo ha allungato. Prepara il veleno con gesti da brava massaia, a un tavolino del bar dell’ospedale di Locri, circondata da avventori che non si accorgono di nulla. A raccontarcelo è l’occhio invisibile di una videocamera di sicurezza, che ha ripreso tutta la scena. Ma non è stato questo a salvare la vita al destinatario della miscela. Mentre il nastro custodisce una verità che rivelerà soltanto in un secondo momento, come prova schiacciante, la donna sale tranquillamente le scale del nosocomio per raggiungere la stanza in cui è ricoverato il convivente, convinta a portare a termine il proprio piano di morte.
Sembra una di quelle torbide storie di nera che, oltre ai soliti ingredienti e all’odio rancido in cui sono state cucinate, hanno in comune una qualità. Sono senza tempo. È successo solo l’altro ieri, ma potrebbe essere accaduto, per esempio, negli anni settanta, o perfino nell’ottocento. È sufficiente correggere qualche piccolo anacronismo, ma la ricetta rimane uguale.
Annunziata Iannizzi potrà così essere ribattezzata «l’avvelenatrice di Locri», e in futuro basterà il nome per evocare la sua oscura leggenda.
Ma il suo non è un caso isolato, solo quest’anno è già il terzo. A Piazza Armerina, in provincia di Enna, una casalinga ha preparato una pozione mettendo insieme medicinali raccattati per casa, per castigare il marito reo di averla ripetutamente tradita in trent’anni di matrimonio con donne sempre più giovani di lei. Per testare la mistura, la fa bere con l’inganno a un’ignara vicina di casa, scelta solo perché aveva ventisei anni. La ragazza ravvisa un retrogusto amaro e l’improvvisata fattucchiera, forse colta dal panico, fugge a confessare tutto al più vicino commissariato. La vicina, interdetta, se ne torna a casa. Poco dopo riceve la visita dei poliziotti che, pur trovandola in perfetta salute, la conducono al pronto soccorso. Sta bene.
Altra storia arriva dal Ferrarese. Un uomo è ricoverato in ospedale da alcuni giorni per una patologia che i medici pensano di poter curare. Invece, inspiegabilmente, il paziente peggiora. La moglie viene a trovarlo tutti i giorni, gli porta delle bottigliette d’acqua e si assicura che le beva. I carabinieri si fingono degenti e la incastrano. Nell’acqua la donna diluiva poche gocce di estratto di oleandro. Ma il suo scopo non era uccidere, bensì far sperimentare al consorte, che l’aveva sempre maltrattata, ciò che lei aveva provato per anni in silenzio.
Casi del genere sembrano la trama di una sit-com coniugale con battibecchi e ripicche. Poveri mariti perseguitati e casalinghe disperate che si trasformano in assassine maldestre. Vicende che potrebbero strapparci un sorriso, se non fosse per il dramma che nascondono. Silenziose violenze domestiche, vissute nell’omertà di vicini e parenti. Situazioni di sudditanza morale subite da donne che, per paura o vergogna, non sono in grado di emanciparsi da un matrimonio fallito.
In passato si affidavano ad altre donne, personaggi come Giulia Tofana o Giovanna Bonanno, che nel Seicento e nel Settecento furono messe a morte come streghe per aver fornito alle loro clienti pozioni inodori e insapori per sbarazzarsi di mariti violenti o oppressivi. In epoche in cui per un uomo la moglie valeva meno delle proprie bestie, il veleno era l’unico modo per sciogliere matrimoni altrimenti insolubili.
Ma nel caso dell’avvelenatrice di Locri manca del tutto il dramma sullo sfondo. A covare il gesto non è stato un lungo e tormentato matrimonio, un esasperante stillicidio di piccoli rancori, sedimentati nel tempo, oppure la trasmutazione di un sentimento d’amore che, giorno dopo giorno, diventa prima insofferenza poi disprezzo, avversione. Perché i protagonisti non solo non erano sposati, ma il loro menage durava da cinque miseri mesi.
Qual era allora lo scopo di questa donna? Perché tanto accanimento nel portare a termine il proposito assassino? La risposta più plausibile sarebbe legata a un interesse economico, ma per il momento non ci è dato sapere.
La morale, però, spetta a noi uomini. Le donne uccidono raramente e spesso la loro violenza è indotta da comportamenti maschili. Impariamo a trattarle meglio, perché sono anche gli assassini meno sospettabili. Per tre che falliscono, chissà quante riescono a conseguire lo scopo e a farla franca.
Donato Carrisi