Massimo Mucchetti, Corriere della Sera 07/11/2011, 7 novembre 2011
«LA GERMANIA IPOTECA L’EUROPA MA E’ GIA’ FALLITA 4 VOLTE»
Basteranno il G20 di Cannes e il maxi-emendamento a salvare l’Italia sui mercati che oggi riaprono, dottor Bernabè?
«Girerei la domanda. Perché solo in questa fase la speculazione scopre che l’Italia ha un debito pubblico elevatissimo e gravi problemi strutturali?»
Lo dica lei.
«Perché, anche con queste misure, restiamo l’anello più debole della catena, quello attraverso il quale si può affondare l’euro»
E noi ci aggrappiamo alla Bce dove Mario Draghi ha subito abbassato dello 0,25% il tasso di riferimento.
«Il presidente della Bce ha prontamente corretto l’errore del suo predecessore che i tassi li aveva alzati, temendo improbabili fiammate inflazionistiche. Ma il punto è che né noi né l’Europa possiamo affidarci a questa Bce…»
Franco Bernabè, presidente di Telecom Italia, ha la responsabilità di pagare salari e stipendi a 56 mila connazionali e ormai pensa che, per quanti miracoli possa fare il marketing, il futuro dell’azienda dipende principalmente da come evolverà il Paese.
Lei elogia Draghi, non la Bce. Perché?
«Draghi ha usato subito una leva che può aiutare la crescita, e ha fatto bene. Ma si trova a presiedere una banca centrale istituzionalmente dimezzata perché non è un vero prestatore di ultima istanza»
Ma Draghi ha confermato l’impostazione della Bce che lei critica.
«Non può fare diversamente a normativa invariata. Con questa normativa storicamente disegnata dalla Germania, quando interviene sui mercati ad acquistare titoli per tamponare le falle, la Bce lo fa con vincoli e limiti, senza una vera determinazione, quasi si dovesse scusare. E così risulta debole e prevedibile di fronte alla speculazione. L’Europa rischia»
A rischiare ora è l’Italia. Lo spread fra i Btp e i Bund è risalito oltre il 4,5%.
«Anzitutto, bisogna spegnere l’incendio che oggi brucia l’Italia, domani attaccherà la Francia e dopodomani la Germania. Poi, bisogna ricostruire le basi della crescita fondandola anche su una domanda interna forte e sana…»
Tutti parlano di crescita. Ma sta per tornare la recessione.
«La crescita non viene da ricette miracolose. Non dalla vendita delle caserme, dalla patrimoniale o dalla soppressione dell’articolo 18. C’è una domanda interna da salvaguardare. E la ripresa non verrà nemmeno dalla ricerca di una contrapposizione tra sedicenti riformisti e presunti conservatori. Verrà da un vasto numero di riforme strutturali, dal duro lavoro giorno per giorno, e dalla condivisione di questa fatica tra le persone e i ceti sociali che il governo deve favorire dando anzitutto esempi di serietà e poi costruendo l’unità del Paese. Giusto per capirci in Telecom gli accordi li ho fatti anche con la Cgil. E sono buoni accordi: riduzione dei costi e difesa del potere d’acquisto delle persone»
Meglio la concertazione di Ciampi delle sfide di Marchionne?
«Ciampi ha salvato l’Italia e l’ha portata nell’euro. L’Italia non ha bisogno di contrapposizioni ideologiche ma di un lavoro solidale di tutte le forze sociali»
Intanto l’incendio arde.
«Sì, la speculazione colpisce l’Italia. Ma non è la congiura ordita da un grande vecchio. Sono i giovani dei desk del debito pubblico delle banche d’investimento che, giocando sulle nostre gravi debolezze, vanno corti sulle obbligazioni italiane, certi di potersi ricoprire a sconto quando le munizioni della Bce o del fondo salva stati, già contate in anticipo, fatalmente si esauriranno e i valori dei titoli pubblici scenderanno di un nuovo gradino. In questo gioco l’Italia è il bersaglio perfetto perché ha un debito pubblico vasto, diffuso e liquido e un governo che di fronte all’emergenza è apparso diviso e incerto. Perciò rischiamo di avvitarci in una spirale negativa: speculazione che attacca, spread che si allarga, costo del debito che aumenta, deficit che risale, misure antideficit che generano ulteriori contrazioni dell’economia, e dunque maggior deficit e maggior debito».
Come mai il Giappone, che un debito pari al doppio del Pil e una crescita inferiore a quella italiana, vive sereno?
«Perché il risparmio giapponese, elevatissimo, è investito nei titoli del proprio Paese e tutti sanno che, ove occorresse, la Bank of Japan stamperà tanti yen quanti servono a battere la speculazione. Lo stesso possono fare la Federal Reserve e la Bank of England. La Bce no».
I Trattati lo impediscono.
«È così, ma Roosevelt diceva che quando la casa del vicino brucia non gli chiedi un deposito cauzionale sull’idrante ma corri a spegnere l’incendio se non vuoi che bruci anche la tua. I Trattati andranno interpretati in attesa di aggiornarli»
Facile a dirsi. Ma che fare?
«Ci vuole un governo credibile almeno sul medio periodo, perché la crescita avrà bisogno di tempo, e capace di negoziare autorevolmente con gli altri Paesi per convincere la Germania che è necessario avere un vero prestatore di ultima istanza che assicuri la necessaria liquidità ai debiti pubblici»
Sarebbe una conversione a U per Berlino.
«La Germania si oppone alla monetizzazione sulla base di argomenti morali: la formica che non vuol pagare i conti delle cicale»
Molti economisti giustificano Angela Merkel e invitano l’Italia al ravvedimento operoso in casa propria.
«Dobbiamo ravvederci. E chi lo nega? Ma non inseguiamo i miti. La Germania non è il Regno Unito che ha sempre, puntualmente rimborsato le obbligazioni di Sua Maestà. Tra il 1919 e il 1948, in forme diverse, la Germania ha dichiarato 4 volte il default. Dopo la Seconda Guerra mondiale è stata salvata dagli americani. Che non hanno valutato moralisticamente la causa del fallimento del marco, la guerra scatenata dal nazismo, qualcosa di ben peggio delle astuzie greche o del lassismo italico, ma hanno guardato generosamente al futuro»
E non è anche questo un argomento morale?
«Nella forma. Ma nella sostanza il piano di stabilizzazione del dopoguerra fu un affare per tutti: creò un mercato e la premessa di trent’anni di crescita sulle due rive dell’Atlantico. Dopo la prima guerra mondiale invece, il moralismo dei vincitori alimentò il revanchismo tedesco e una seconda guerra mondiale»
Nel ’48 c’era anche l’Unione sovietica da contrastare.
«Questo è vero. La politica ha sempre più aspetti. Ma la scommessa economica era quella. Del resto, Helmut Kohl acquistò la statura di grande leader politico non già usando il bilancino dei suoi primi anni, ma integrando i concittadini dell’Est con il cambio del marco uno a uno. Purtroppo la Merkel non sta dimostrando la stessa lungimiranza. E Sarkozy con lei. Credono di poter fare dell’Italia il loro capro espiatorio. Ma sbagliano: fanno troppo poco, troppo tardi e troppo maldestramente»
Spento l’incendio, che fare degli incendiari?
«Gli incendiari sono le banche d’investimento che possono attingere al risparmio diffuso attraverso i più diversi prodotti finanziari e che in questo gioco hanno coinvolto l’intero sistema bancario. Ci vuole una netta separazione. La banca d’investimento deve lavorare come una finanziaria e poter fallire, se capita, senza problemi. Le banche commerciali sistemiche, invece, vanno garantite anche con la nazionalizzazione, salvo poi rimetterle sul mercato una volta risanate. Le transazioni finanziarie vanno sottoposte a tassazione».
E un programma rooseveltiano. In Europa trova eco nella Chiesa cattolica e in quella anglicana, meno nei governi e nelle istituzioni europee.
«Questo momento difficile richiede una grande visione del futuro ma soprattutto una grande generosità nei confronti di tutti quelli che soffrono le conseguenze della crisi, caratteristiche queste di grandi leader che non vedo in circolazione. Le radici cristiane dell’Europa dovrebbero essere una guida».
Massimo Mucchetti