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 2011  novembre 08 Martedì calendario

La svolta per il dottorato Sarà più facile farlo in azienda Accordo tra Rettori e Confindustria. «Produrre conoscenza e sviluppo» MILANO — Oggi il dottorato è il primo passo per chi vuole diventare (forse, un giorno lontano) professore universitario

La svolta per il dottorato Sarà più facile farlo in azienda Accordo tra Rettori e Confindustria. «Produrre conoscenza e sviluppo» MILANO — Oggi il dottorato è il primo passo per chi vuole diventare (forse, un giorno lontano) professore universitario. E invece può segnare l’ingresso diretto nel mondo del lavoro, dando una coloratura pratica a quei tre anni di studio e ricerca. Il potenziamento del dottorato fatto in azienda, oggi possibile ma rarissimo, è uno degli otto punti dell’accordo firmato ieri a Milano da Confindustria e Crui, la Conferenza dei rettori italiani. Otto azioni misurabili, cioè verificabili nel tempo, per dare piena attuazione alla riforma universitaria approvata quasi un anno fa ma ancora in attesa di numerosi decreti attuativi e, soprattutto, per sostenere lo sviluppo economico del Paese in un momento difficile. Il dottorato in azienda, dunque. Così i giovani hanno un’opportunità «non tanto per fare carriera accademica ma per cambiare il mondo attorno a loro», dice il vice presidente education di Confindustria Gianfelice Rocca. «Coinvolgere le aziende nella proposta e nel finanziamento dei dottorati può rendere le università più forti, perché oltre che conoscenza noi dobbiamo produrre sviluppo», aggiunge il presidente della Crui Marco Mancini. Conoscenza e sviluppo, il nodo è tutto qua. E per capire bisogna guardare all’estero. Nella classifica della produttività scientifica per abitante siamo poco dietro gli Stati Uniti. Eppure nel numero di brevetti, ogni milione di abitanti, loro ne hanno 53 e noi solo 12. Abbiamo bravi ricercatori, anche se spesso all’estero, ma poi trascuriamo l’applicazione pratica del loro lavoro. Per questo un altro degli otto punti nell’accordo Crui-Confindustria riguarda proprio la collaborazione tra università e imprese per il deposito dei brevetti. Nell’elenco ci sono poi l’orientamento verso le lauree tecnico-scientifiche, sul totale dei laureati siamo sei punti percentuali indietro rispetto alla Germania, l’altro grande Paese manifatturiero d’Europa. E ancora lo sbocco lavorativo dei laureati triennali visto che oggi, nello schema del 3 + 2, tutti gli studenti proseguono in automatico verso il biennio specialistico. Al di là dei singoli punti, però, il valore dell’accordo sta proprio nell’alleanza fra università e imprese, fino a qualche anno fa tutt’altro che scontata e apprezzata anche dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano che l’ha citata nel suo discorso a Bari della settimana scorsa. Perché è vero che le università rischiano l’autoreferenzialità e — come dice Diana Bracco, vice presidente di Confindustria per la ricerca — che «l’Italia regge nell’export grazie allo sforzo innovativo delle sue imprese». Ma è vero anche, come aggiunge Alberto Meomartini, presidente di Assolombarda, che è «necessario diffondere nelle imprese la consapevolezza del valore dell’investimento in conoscenza».