Valerio Castronovo, Il Sole 24 Ore 6/11/2011, 6 novembre 2011
PATRIMONIALE SOLO D’EMERGENZA
Era solito dire, citando Cavour, che «la scienza economica è la scienza del bene comune». Così Luigi Einaudi (il 30 ottobre è stato il cinquantesimo anniversario della scomparsa) definiva la disciplina che, tornato professore nel 1955, dopo il suo settennato alla presidenza della Repubblica, avrebbe continuato a insegnare. E proprio perché attribuiva una funzione così importante alla dottrina economica, non s’era mai limitato a spiegarne i principi nelle aule universitarie; ma aveva svolto un’intensa e versatile attività per illustrare in ogni sede quelli che avrebbero dovuto essere i precetti economici più utili alla collettività
D’altronde, un robusto pragmatismo e una vigorosa passione civile sono stati i cardini dell’opera e della personalità di Einaudi. A questi suoi tratti distintivi va aggiunta la sua capacità di esporre le proprie idee e i propri giudizi con altrettanta sagacia che semplicità, non senza una venatura di sottile ironia nella valutazione di uomini e cose: ciò che rendeva affascinanti certe sue "lezioni".
Economista, opinionista, banchiere centrale e statista, Einaudi ha così esercitato la propria autorità, quale insigne maestro di questioni non solo economiche ma anche politiche, in virtù unicamente della fermezza dei suoi convincimenti e della validità delle sue asserzioni. Tuttavia, negli ultimi anni ci si chiedeva quale contributo potessero ancora dare le sue argomentazioni, poiché avevano quale precipua matrice l’economia classica e riflettevano un’incrollabile fiducia nel liberismo e nel mercato.
Senonché Einaudi non s’era mai spinto a esaltare gli automatismi del mercato, quali generatori di per se stessi di una generale crescita economica, ma anzi aveva sottolineato più volte come il mercato, per poter garantire un maggior tasso di sviluppo, non doveva essere lasciato a briglia sciolta ma regolato da norme adeguate. E la sua fede liberista era sempre stata quella di uno strenuo avversario di monopoli e rendite di posizione, in quanto causa di inammissibili privilegi e di deplorevoli diseguaglianze sociali. D’altra parte, i suoi strali polemici nei confronti dell’interventismo pubblico erano motivati non già da un’ostilità pregiudiziale verso un’azione dello Stato volta a ridurre determinati squilibri strutturali e ad attuare appropriate politiche di welfare, bensì nei riguardi della penalizzazione dell’iniziativa privata (da lui considerata giustamente fra le espressioni fondamentali della libertà individuale e di una società pluralistica) e della dispersione di risorse che sarebbero derivate da un dirigismo pianificatore e burocratico imposto dall’alto.
A questo stesso genere di considerazioni, rivelatesi col tempo sempre più pertinenti, appartiene un altro monito di Einaudi che oggi torna quanto mai d’attualità. Ed è il suo appello affinché il regime fiscale non finisca per divenire soffocante e oppressivo. Egli riteneva infatti che, se era giocoforza in situazioni di grave emergenza applicare un prelievo particolarmente elevato sui redditi ed estenderlo eventualmente ai beni patrimoniali (come egli stesso si era trovato nella necessità di fare, nella sua veste di ministro del Bilancio nell’autunno 1947, per scongiurare una disastrosa bancarotta dell’Italia, appena risorta alla democrazia), non si sarebbe dovuto invece usare, in tempi normali, la mano pesante sui proventi delle persone e delle imprese. Altrimenti, se si fosse superato un certo limite nella progressività delle imposte, si sarebbero rinsecchiti man mano, sino a esaurirsi, i cespiti del lavoro e della produzione e, quindi, le fonti della finanza pubblica.
In sostanza, Einaudi era dell’avviso che un sistema tributario meno oneroso e complicato, rispondesse meglio, da un lato, a criteri di equità e di giustizia sociale, e risultasse, dall’altro, più efficace quale antidoto all’evasione fiscale e, perciò, in grado di rendere operanti i principi dell’etica pubblica. A questo proposito egli auspicava nel 1946, quand’era alla guida della banca d’Italia, e avrebbe poi seguitato a pensarlo, che si dovesse «semplificare il groviglio, ridurre il numero, abbassare le aliquote delle imposte sul reddito», anche perché si trattava di altrettanti requisiti per evitare che gli accertamenti e le riscossioni continuassero a «essere un inganno, una farsa».
C’è dunque più di un motivo per rileggere certe "prediche" tutt’altro che "inutili", come egli aveva intitolato una raccolta di suoi interventi, in quanto non avevano riscosso l’udienza che s’attendeva a buon diritto. Basterà ricordare, a questo riguardo, come egli avesse battuto l’accento sul fatto che non sarebbe stata sufficiente un’unione economica per costruire un’autentica comunità europea; o sull’esigenza di distinguere il ruolo del capitalista (percettore di rendita) da quello dell’imprenditore (percettore di profitto) e quindi tra speculazione ed economia.