Giuseppe Scaraffia, Il Sole 24 Ore 6/11/2011, 6 novembre 2011
LETTERATURA NEL FANGO - A
lungo le terme sono state un’oasi in cui la società si riposava delle sue rigidezze. I contorni di classe si smussavano, le cortigiane venivano omaggiate come delle signore e gli amori clandestini erano all’ordine del giorno. Sicuramente un effetto dell’importanza assunta dal corpo, ma anche dei vapori, del calore delle acque e del rilassamento prodotto dai massaggi.
Pochi giorni dopo l’arrivo a Vichy, nota Simenon, «tutti, nello sguardo, finivano per esprimere la stessa serenità un po’ vacua». Tutti tranne De Amicis: «Tale è l’effetto che fanno le terme: la gente entra, guarda, gira, e nessuno parla; si passano accanto e non si badano: tutti pensano; si entra allegri, si esce tristi».
La proverbiale abbondanza del cibo faceva parte di quell’esaltazione del corpo e della caduta dei divieti. Seduto insieme alla mamma e al fratello in un ristorante di Kreuztnach, Marcel Proust pranzava regalmente già alle dieci e trenta del mattino: «Qui abbiamo almeno cinque portate a ogni pasto, entremets al mattino, entremets alla sera, insomma una cucina divina e gargantuesca, in quantità gigantesche e con raffinatezze deliziose». Tra i calori delle terme alcuni trovavano l’amore. Maupassant prese in giro in Mont-Oriol le terme di Chatel-Guyon, dove era andato per curare dei disturbi oculari. Ma rimase sedotto da un’inserviente, Marie, straordinariamente bella e distinta, e la sedusse. Nondimeno il vero amore dello scrittore era un altro, l’adorata madre, sua compagna di cure.
A Marienbad – «Tutto è vivo. Raramente ho visto una località più gradevole» – l’anziano Goethe si innamorò di una bellissima diciottenne, che si ritrasse. Tra la raffinata clientela di Marienbad, Kafka si sentiva più solo che mai. Tuttavia, confessava, gli sarebbe piaciuto restarci qualche mese per fare il punto sulla sua situazione. Lì lo aveva raggiunto Felice, ma il miracolo non si era realizzato. Gli era impossibile «sopportare la vita in comune con chiunque». Alla fine aveva «solo un enigma da risolvere, sapere perché ho potuto essere felice a Marienbad».
Tra quei vapori si poteva anche svanire, come Agatha Christie, travolta dalla notizia dell’imminente divorzio dal marito. Dopo averla cercata ovunque, la polizia l’aveva scoperta, sotto falso nome, all’ Hydropathic Hotel delle terme di Harrogate dove si comportava in modo assolutamente normale: cantava, ballava e giocava al biliardo. Quando alla fine il marito l’aveva ritrovata, l’aveva guardato senza riconoscerlo. Le terme l’avevano aiutata a cancellare almeno in parte i ricordi.
Svevo, assiduo frequentatore di San Pellegrino, per una serie di acciacchi, era ottimista: «Oggi è il primo giorno che ti posso scrivere dalle Terme invece che dall’Hotel perché ho avuto un pronto effetto che mi liberò e mi mise in libertà. Nel pomeriggio dormirò fino alle 4. Io credo che la cura mi farà bene».
Per Hesse le terme di Baden erano state non solo una cura efficace per la gotta, ma anche un luogo di illuminazioni, cui aveva dedicato un libro, Le terme, (Adelphi). Peccato che la cura dell’anima fosse insidiata dalla banalità dei presenti e dalla fastidiosità di un’orchestrina.
Però niente è più triste di una stazione termale fuori stagione. Verlaine, arrivato ubriaco a Aix, era stato curato con ogni premura – ormai era una celebrità – per un’artrosi. Ma si era depresso quando le terme si erano svuotate dei loro raffinati frequentatori, rimanendo deserte.
Le terme potevano anche diventare pericolose. A Aix-les-Bains, Dumas era rimasto colpito da una stanza caldissima, soprannominata l’Inferno, in cui si poteva respirare solo l’aria satura di vapore, un vero attentato alla salute. A Sorrento Nietzsche, dopo il momentaneo sollievo dovuto a diciassette bagni, ebbe una ricaduta e dovette interrompere la terapia. L’adolescenza di Artaud fu ritmata da lunghi quanto inutili soggiorni termali nella speranza di sanare le sue turbe psichiche.
Indifferenti alla storia, le terme continuavano a sfoggiare, nella loro oasi protetta, eleganza e ricchezza. Non sempre quell’esibizione era gradita. «Qui non c’è un briciolo di talento, di buon gusto», brontolava Cechov, costretto nella sua stanza d’albergo dalla tisi. Però, quando tre settimane dopo dovette congedarsi dalla vita, chiese un calice della tipica bevanda di lusso: «È tanto tempo che non bevo champagne».
Nel 1944, Baden-Baden, osservava Céline, sembrava estranea alle tempeste della storia. Nell’albergo ogni suite aveva almeno due cameriere a disposizione, i salici piangenti sfioravano con garbo la superficie dell’acqua, che gorgogliava in modo signorile. In armonia con una gastronomia lasciata intatta dalla guerra: «Burro, uova, caviale, marmellata, salmone, cognac, Mumm». Quando però erano cadute le prime bombe, all’ora del pasto, il pubblico dei privilegiati si era dileguato.