Gianni Toniolo, Il Sole 24 Ore 6/11/2011, 6 novembre 2011
L’ELASTICO DELL’ITALIA
Come è successo che fossimo poveri e siamo diventati ricchi? Poveri di sicuro eravamo nel 1861, con un reddito per abitante paragonabile a quello dell’Africa sub-sahariana e una vita media di 30 anni, una famiglia operaia di 4 persone doveva cavarsela con 200 euro attuali al mese. Oggi viviamo più di 80 anni, abbiamo un reddito simile a quello dei Paesi europei più avanzati, una famiglia operaia di 4 persone dispone in media di 2.200 euro mensili. La nostra grande rincorsa a raggiungere i Paesi che a metà Ottocento ci sopravanzavano grazie a precoci rivoluzioni industriali, si è realizzata nello spazio di circa un secolo: dagli anni 90 dell’Ottocento a quelli del secolo successivo. Siamo invece cresciuti poco, arretrando rispetto ai Paesi più ricchi, sia nei primi trent’anni di storia unitaria sia nel ventennio a noi più vicino.
Le ragioni della modesta crescita fino al 1896 non sono difficili da spiegare. Il nuovo regno deve affrontare due guerre, deve unificare il mercato nazionale per trarre vantaggio dalla numerosità degli italiani che ne fa la nona economia del mondo, deve darsi leggi e amministrazioni moderne, deve avviare quella formazione di capitale umano indispensabile alla crescita. Messe in moto tutte queste cose e superata una crisi finanziaria gravissima, la prima di molte, l’Italia giolittiana aggancia la «prima globalizzazione» e inizia la propria rincorsa.
La rincorsa prosegue per circa un secolo, interrotta solo negli anni Trenta da un protezionismo estremo, spinto sino a ridicole forme di autarchia. Dopo la guerra, una ricostruzione rapida e la scelta, che allora apparve quasi folle, dell’apertura ai mercati internazionali danno l’abbrivio a una lunga stagione di crescita. Tra il 1950 e il 1973 il reddito per abitante, che aumenta in media del 5,3% l’anno, passa dal 38 al 64% di quello statunitense. Frigorifero, lavatrice, automobile, televisione cambiano per sempre la vita degli italiani, sino allora simile a quella dei loro trisavoli. La crescita rallenta negli anni 70 e 80 ma resta più elevata di quella dei Paesi avanzati: nel 1990 il Pil per abitante raggiunge il 76% di quello statunitense, il prodotto per ora lavorata addirittura l’86 per cento.
La lunga rincorsa dell’Italia si ferma attorno al 1991. Inizia allora un processo ventennale di "divergenza" che riporta il nostro reddito pro capite al 64% di quello statunitense. Va in fumo tutta la faticosa rincorsa compiuta a partire dal 1973. Nell’ultimo decennio del secolo, la crescita, pur rallentata all’1,7% annuo, è superiore a quella di Germania e Giappone ma l’alba del ventunesimo secolo è crudele per l’Italia. A una crescita media dello 0,5% tra 2000 e 2007 si somma negativamente una "depressione" che, per caduta della produzione, è da noi grave quanto la Grande Crisi degli anni Trenta. Nel 2010 il reddito medio degli italiani era pari a quello del 1999.
Come è potuto succedere che un Paese che, per circa un secolo, aveva saputo realizzare uno sviluppo economico moderno tanto brillante abbia – quasi improvvisamente – perso la propria «capacità sociale di crescere»? Può la storia aiutarci a capire e, possibilmente, a trovare vie d’uscita?
Per rispondere si deve anzitutto ricordare che, negli anni Novanta, anche la nostra economia è stata sottoposta a tre grandi shock: una rivoluzione tecnologica, una rapida apertura dei mercati internazionali di beni, servizi e capitali («seconda globalizzazione»), un’accelerazione dell’integrazione europea sino all’Unione monetaria. Ciascuno di questi shock avrebbe richiesto un rapido adattamento, anzitutto culturale, da parte degli imprenditori, dei lavoratori, dei decisori politici. L’Italia è, tra i grandi Paesi europei, quello che meno è riuscito a realizzare le riconversioni produttive, sociali e culturali necessarie a trasformare ciascuno dei tre shock in occasione di crescita.
Questa constatazione non è però sufficiente a darci ragione di quanto è successo, di quanto sta succedendo. In altre circostanze, per esempio nella «prima globalizzazione» e nel dopoguerra, il Paese aveva trovato gli spiriti vitali capaci di inserire vantaggiosamente la nazione in un’economia internazionale in rapido mutamento. La ricerca delle ragioni della nostra perdita di capacità di crescere va fatta considerando: (1) i fattori che hanno sostenuto la crescita fino agli anni Ottanta e sono oggi scomparsi e (2) le debolezze storiche della società e dell’economia che non avevano impedito la lunga crescita passata ma che, nelle condizioni odierne, sono divenute elementi di freno.
Tra i fattori di crescita perduti due sono immediatamente evidenti: la diminuita vitalità quantitativa e qualitativa della grande impresa e il peso, sino a vent’anni fa tollerabile ma oggi non più tale, della spesa e del debito pubblico. Vi sono poi i mali antichi, le debolezze strutturali accumulate sin dalla fine degli anni Sessanta quando né governanti, né imprenditori, né sindacati né – purtroppo – la gran parte degli economisti capirono che lo sviluppo di un’economia aperta vicina alla piena occupazione si ottiene con politiche e scelte aziendali e sindacali diverse da quelle di un’economia arretrata, dotata di abbondante riserva di lavoro, che si apre lentamente alla concorrenza internazionale. Gli elementi dell’attuale debolezza dell’economia italiana sono noti. Per sintetizzarli, basta dire che l’Italia si colloca al 24º posto sui 26 Paesi per i quali l’Ocse ha stilato un indice di «capacità di reggere alla globalizzazione» basato su regolazione, istruzione, flessibilità del mercato del lavoro, programmi per il lavoro e ambiente innovativo. Contrariamente a quanto succedeva sino a non molto tempo fa, oggi per crescere gli servono istituzioni adeguate, ricerca, capitale umano, infrastrutture materiali e immateriali. L’Italia ha sinora sfruttato meno di altri Paesi la rivoluzione informatica: si tratta di una tecnologia che non può attecchire in economie eccessivamente regolate.
L’istruzione è un caso esemplare. Il tasso italiano di scolarizzazione resta il più basso in Europa Occidentale. Nel passato, la scarsità di capitale umano misurato in anni di scuola, non ha impedito la crescita. Potrebbe averla perfino favorita, considerando che le conoscenze allora richieste erano di carattere pratico e informale, trasmesse tacitamente sul lavoro. Oggi un basso livello di scolarizzazione è di ostacolo non solo all’adozione delle tecniche tipiche della nostra epoca ma anche alla comprensione di culture diverse dalla propria e, in generale, alla trasformazione sociale, oltre che economica, del Paese.
Con un cannocchiale capace di scrutare un secolo e mezzo, l’economia italiana appare come un sostanziale successo che ci consegna un Paese ricco di risorse e di talenti che deve mettersi in grado di competere in un mondo radicalmente cambiato nel corso di due decenni. Per questo ha bisogno di due cose: una terapia d’urto che rompa le incrostazioni corporative e sciolga gli «spiriti animali» seguita da una lunga, paziente azione per eliminare i mali antichi accrescendo la qualità della spesa pubblica, promuovendo il capitale umano, migliorando amministrazione e giustizia civile, regolando i mercati in modo semplice, leggero e trasparente. La storia stessa ci dice che ciò non è al di sopra delle nostre capacità.
Il nostro passato è colmo di crisi che hanno rischiato di travolgere tutto e tutti: nel 1893-94, nell’immediato secondo dopoguerra, negli anni Settanta, nel 1992. In ciascuna di esse – ma non in quella del 1921 – la società italiana trovò da sola la forza di salvarsi. La storia sembra quasi avere impresso nel Dna della nostra «capacità sociale di crescita» anche la capacità di uscire da difficoltà quasi insormontabili e di uscirne reinventando le vie dello sviluppo economico e sociale. La consapevolezza di questo Dna può darci un po’ di fiducia circa l’esito della sfida che ancora una volta dobbiamo affrontare.