Ermanno Cavazzoni, Il Sole 24 Ore 6/11/2011, 6 novembre 2011
ATTENZIONE ALLO PNEUMATICO
Devo dire che leggere Bartezzaghi mi diverte sempre, e poi ammiro la sua capacità di abbondare in esempi, di accumularne e finire per fare ridere, sempre con un’acutezza e una leggerezza da cui molto si impara. Questo suo libro ultimissimo, questo galateo della comunicazione cosa sarebbe? (Stefano Bartezzaghi, Come dire. Galateo della comunicazione, Mondadori, pagg. 210, € 17,00). Beh direi che è una vivacissima rassegna dell’errore di lingua, degli strafalcioni in uso od occasionali; quindi in un certo senso è una grammatica all’incontrario, una specie di sgrammatica, e di stortografia (in opposizione all’ortografia), con elementi di cattiva pronuncia e di sintassi sbagliata; tutti gli sbagli cioè che possono fare arrossire quando siamo noi a commetterli, e che fanno ridere quando sono gli altri.
Il libro comincia parlando dei divieti, di ciò che non si fa e non si dice; ma dove c’è un divieto abbonda l’errore, tanto che si può essere incerti se bisogna seguire l’uso o la regola. Ad esempio. Se uno parla al gommista e dice (correttamente) «scusi, vorrebbe sostituirmi lo pneumatico?», il gommista resta leggermente impressionato e sente che costui non è un tipo cui si può dar confidenza, sente che è sussiegoso, e il sussiego è in quel "lo", così corretto che risulta anche antipatico e snob; «ma com’è che parla questo qua?», penserà il gommista in cuor suo, per cui avrà sì rispetto, ma non gli praticherà nessuno sconto e non si azzarderà a proporgli di pagare in nero; perché se invece avesse usato la forma errata "il pneumatico", l’avrebbe considerato un comune mortale, e ancor più comune con la forma orale spinta "mi cambia ’l pneumatico?". Quindi se volete lo sconto o se volete farvi riconoscere come possibili conniventi nell’evasione fiscale, non parlate secondo la regola; e viceversa la Guardia di finanza per combattere la piaga dell’evasione potrebbe mettere sotto inchiesta chi fa artatamente errori con scopi delinquenziali. Non so però se sia una buona idea. L’errore quindi non è tale in assoluto; ogni forma in uso si addice a una sua situazione, ovvero, come dice Bartezzaghi, la lingua impiegata è in relazione con l’ambiente e le circostanze; e ci sono circostanze in cui l’errore è più opportuno della forma corretta; anzi dove la forma corretta sarebbe un errore.
Quella bella frase scritta in un tema da un bambino di Napoli «io speriamo che me la cavo», diventata il titolo di un libro fortunato del maestro Marcello D’Orta, è una frase enormemente più espressiva della sua forma corretta, che avrebbe potuto essere "spero di riuscire nella vita"; anzi se un bambino di 8 anni scrivesse così ci sarebbe da preoccuparsi, "questo mi diventa ministro delle finanze" direbbe con spavento il padre che fa ad esempio il parcheggiatore abusivo. E poi soprattutto l’errore è portatore di comicità, e il libro di Bartezzaghi è pieno straripante di cose comiche. Ad esempio la faccenda dei nomi propri di persona strampalati, di cui si dà un ampio repertorio, e giustamente se ne discute, perché tanti nomi vengono da equivoci, cattive traduzioni, parole sentite male e mal combinate; forse un tempo facevano figli per dare sfogo alla creatività, specie in Emilia e Romagna: Wilmen, Borana, Scespir, Orfella, Wiglien, Evor, Ipsetilla, l’elenco è lungo, un elenco del telefono del Paese delle meraviglie. E poi c’è l’intraducibilità, a volte eroicamente (e tragicomicamente) tradotta, come certi menù bilingui tradotti alla lettera, forse da un cuoco pignolo o dal traduttore automatico (che circa è lo stesso), Birra to the thorn (Birra allo spino), Penne to the angry one (Penne di un tale arrabbiato), Filetto ai ferri da stiro, o (in un ristorante cinese) Pollo alla Marco Pollo, che trovo prossimo al caso psichiatrico, con quel velato rimando (per chi lo sa cogliere) al Marco Cavallo dello psichiatra Franco Basaglia. Nel capitoletto sulle parolacce si fa notare che, secondo lo Zingarelli, le parole volgari sono 84 (indicate con volg.), ed è una delizia pensare che questo fenomeno dilagante, senza barriere, che affonda negli infiniti gerghi da discarica, sia invece così ben recintato e chiuso, 84 possibilità, ma come? – direbbe uno del basso volgo –, è così misera la libertà? Bartezzaghi ne fa l’elenco scrupoloso, e arrivati all’84a (che è zoccola) sembra di aver letto una poesia del Belli o di Olindo Guerrini, una poesia di un’allegria infinita. Voglio far notare che con l’introduzione di queste 84 parole, anche chi eventualmente dica al gommista "lo pneumatico" può avere dallo Zingarelli un aiuto per evadere il fisco, aggiungendo al momento del pagamento una citazione ad esempio dalla lettera M: merda, merdaio, merdata, merdoso, mezzasega, mignotta (tutte rigorosamente volg.); forse il gommista ne resta ben impressionato. Non so però se sarebbe un buon metodo.
Poi c’è il politicamente corretto, che può dar luogo a cose esilaranti. I ciechi dell’Istituto Cavazza di Bologna mi dicevano che qualcuno li ha chiamati «diversamente vedenti»; loro di questo ridevano, ma nell’espressione facevo loro notare che c’è anche qualcosa di involontariamente sublime, un rimando alle apparizioni mistiche; può darsi, mi hanno risposto.
Poi ancora ci sono i prestiti linguistici, specie nell’informatica, il cui eccesso fa a volte un po’ ridere, quando non dà sui nervi. E sembrano tutti un prestito da una lingua straniera scomparsa i libretti d’Opera (Verdi primo di tutti); per le canzoni moderne Bartezzaghi parla di lingua fiorita, ed è giusto, ma si potrebbe dire anche molto stazionaria: Io sto con te, tu con me (Syria), Io ci sarò (Giorgia), Io resto qui (Peppino di Capri), C’ero io, c’eri tu (Syria) eccetera; come si vede è tutto uno stare.
E poi le incertezze: al femminile si dice ministra o ministressa? Da ministressa certune si sentono offese, come da sociologhessa, filosofessa, perché somigliano a orchessa; ma direi che ministra e ministressa sono due tipi umani diversi, la ministra è sovrappeso e più autorevole, la ministressa è una che trama e rimescola, in eccesso, e perciò dura poco, per via anche che stressa tutti; la ministro non so, deve avere qualcosa di storto nell’anima, e per la verità di questi tipi ce n’è. Tutte forme da conservare, e da usare in modo opportuno; aggiungerei la ministrina, come c’è il gallo e la gallina; da cui ministrone come c’è il cappone.
Conclusione di Bartezzaghi, da condividere: per vivere felici bisogna fregarsene della grammatica, giacché molte cose buone nella vita avvengono per errore.