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 2011  novembre 06 Domenica calendario

LA RIBELLIONE FILMATA

Hanno soffiato sulla brace del malcontento per anni, mostrando in film apparentemente innocui di stampo neorealista la povertà a cui era condannata la gente nel Maghreb. Registi e documentaristi arabi, che a lungo hanno ritagliato le sceneggiature entro le maglie strette della censura, arrivano ora sugli schermi con la rivoluzione già immortalata nelle loro opere mentre brulica ancora nelle piazze.

Lust di Khaled El Hagar, regista cinquantenne egiziano, proiettato nelle sale cinematografiche due settimane prima dello scoppio dei moti di piazza Tahrir, è stato salutato come il film che ha predetto (secondo alcuni anche fomentato) l’insurrezione popolare del gennaio scorso. Lust, che ha vinto la scorsa edizione del «Cairo film festival», racconta la storia di una famiglia della baraccopoli di Alessandria talmente povera da non potersi permettersi la dialisi per il figlio minore. La madre Fatma (una meravigliosa Sawsan Badr) per disperazione si piega a chiedere l’elemosina in città. La donna torna con un bottino notevole, ma il bambino nel frattempo non ce l’ha fatta. La famiglia non regge il colpo e si disgrega. Fatma continua ad assentarsi lunghi periodi per mendicare, determinata ad accumulare più denaro possibile per garantire alle due figlie una vita migliore, impedendo alla maggiore un matrimonio con un pretendente povero ma onesto. Rosa dall’ambizione, la madre si trasforma nell’usuraia di quartiere e tiranneggia i suoi "clienti", minacciandoli di far rivoltare loro contro gli spiriti con cui millanta un contatto.

«Fatma è la metafora della dittatura egiziana – ci spiega El-Hagar al Doha Tribeca Film Festival, rassegna cinematografica con una buona sezione di opere di artisti arabi, da poco conclusasi nella capitale del Qatar -. Crede con il suo paternalismo di fare il meglio per le proprie figlie, con cui voglio raffigurare il Paese, ma le induce a prostituirsi per frustrazione. Deve morire perché le cose cambino». Il film ha avuto critiche controverse. La stampa vicina a Mubarak lo ha bollato come un’opera che svilisce l’immagine dell’Egitto all’estero, mentre sulla rete i commenti erano entusiastici. Gli stessi siti, blog, pagine Facebook, di cui anche il regista ha fatto uso per far insorgere la protesta durata diciotto giorni fino a condurre Mubarak alle dimissioni, rassegnate l’11 febbraio e costate la vita a più di ottocento persone. In attesa delle prime elezioni libere, il Paese veglia. «Non abbiamo mai avuto una democrazia - continua El-Hagar -, e per questo siamo elettrizzati all’idea di poter eleggere liberamente i nostri rappresentanti», anche se teme l’influenza dell’estremismo islamico, che si evidenzia soprattutto in episodi di intolleranza nei confronti dei cristiani copti. «Ma stiamo in guardia», promette il regista egiziano, che vive nel Paese più connesso al mondo secondo la rivista «ResetDOC» (www.resetdoc.org): venti milioni di computer su ottanta milioni di abitanti. «La rivoluzione è stata un vero terremoto, fatto esplodere dai giovani con la tecnologia. Se cercano di ridurci all’obbedienza, siamo in grado di sollevarci di nuovo con un giro di post».

È quello di cui sono convinti anche Latifa Robbana Doghri e Salem Trabelsi, registi del documentario Boxing with her, sulla vita di otto campionesse tunisine di pugilato. Latifa e Salem sono giunti a Doha all’indomani dei festeggiamenti per le prime elezioni politiche libere in Tunisia, anche se non hanno votato per il vittorioso Ennahda, partito di matrice islamica. «È il momento più bello della mia vita - racconta con trasporto Salem -. Abbiamo fatto cinque ore di coda per votare». «Mia nonna, che ha più di cent’anni, ha insistito per farsi portare al seggio», spiega Latifa, che però è più cauta e preoccupata. «Hanno detto che non toccheranno i diritti delle donne. Speriamo», conclude lei, che febbrilmente in quei mesi ha diffuso in rete i luoghi dei raduni per la rivolta. Il documentario di Latifa e Salem è importante oggi, proprio perché sottolinea il potenziale rischio per le donne in un Paese la cui politica ha sfumature religiose. Racconta infatti la difficile vita di queste sportive popolarissime, abituate a rientrare nel medagliere dei campionati mondiali, continentali e nazionali, ma additate come peccatrici per la natura originariamente maschile della box e tormentate da fidanzati gelosi della loro indipendenza e fama. «Non siamo entusiasti della matrice religiosa del partito vincente – sottolinea Salem -, ma è l’espressione della volontà popolare e non siamo in Iran. Se soffocano le donne, torneremo in piazza».