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 2011  novembre 05 Sabato calendario

DEBITO, TASSI, RISPARMI: MA L’ITALIA MERITA LA SERIE B?

Comunque la si voglia definire, supervisione, certificazione o quant’altro, fatto sta che il controllo congiunto della Commissione europea e del Fmi sullo «stato di avanzamento» delle riforme contenute nella «lettera di intenti» inviata a Bruxelles, ci qualifica ormai di fatto come un paese «osservato speciale».

Un giudizio che ci meritiamo? Se concentriamo l’attenzione sui principali aggregati di finanza pubblica, emergono evidenti punti di debolezza (esattamente quelli che ora ci pongono sul banco degli imputati) ma anche dei non meno rilevanti punti di forza. Elementi con i quali evidentemente tutti noi dobbiamo fare i conti, e sui quali sarebbe opportuno che sia la maggioranza sia l’opposizione (e a parti inverse qualora mutassero con le prossime elezioni gli equilibri politici) facessero una seria riflessione.

Criticità e l’eredità del passato

Al primo posto della graduatoria delle criticità, compare ovviamente il debito pubblico. Gravoso e ingombrante fardello, che condiziona la nostra economia fin dagli anni Settanta. Dal primo shock petrolifero del 1973 e per oltre un decennio, la crescita del fabbisogno pubblico nel nostro paese non ha conosciuto soste, aumentando in rapporto al Pil dal 6% dei primi anni Settanta al 14% del 1984-85. Il debito pubblico, che nel 1973 era pari al 55,4%, dieci anni dopo saliva all’84,2%. Poi gli anni Ottanta, il decennio dell’«assalto alla diligenza» ha assestato il colpo di grazia: nel 1994 eravamo a quota 121,5% del Pil. Poi il lento rientro, fino al 104,1% del 2007. La grande crisi ha invertito drammaticamente la tendenza, e ora, nelle previsioni del «Def» siamo al 120,6%.

Se non dovessimo far fronte con i 76,5 miliardi che il Tesoro deve trovare sul mercato per finanziare il nostro debito (il 4,8% del Pil), il nostro bilancio sarebbe in attivo. Già nel 2012 è prevista peraltro un’impennata nella spesa per interessi a quota 85,8 miliardi (il 5,3% del Pil), e nel 2013 si raggiungerà il 5,5% (90 miliardi). L’incremento del differenziale tra Btp e Bund potrà far lievitare ulteriormente la spesa per interessi di 18 miliardi in tre anni. Una sorta di bollettino di guerra, in cui per fortuna non manca un elemento di rassicurazione: anche con tassi vicini all’8% (ora siamo costretti a offrire un rendimento che ha superato abbondantemente il 6%), stante l’attuale composizione e struttura, con la vita media del debito pari a sette anni, il nostro ingente passivo è giudicato dalla Banca d’Italia sostenibile per i prossimi due anni.

Non per questo possiamo dormire sonni tranquilli. Con la pressione fiscale che già il prossimo anno raggiungerà il record del 43,8% del Pil, per volare l’anno dopo al 44,5%, i margini per ridurre le tasse a cittadini e imprese appaiono ridotti al lumicino. L’effetto di una doppia manovra (59,6 miliardi a regime nel 2014) basata per oltre il 60% su nuove entrate è evidente da questo punto di vista. Così come il possibile effetto depressivo sull’economia, che è poi il nostro vero tallone di Achille. Non si va molto lontani con una crescita dello 0,7% quest’anno (se andrà bene), dello 0,6% il prossimo (ma già i principali organismi internazionali non si spingono oltre lo 0,2-0,3%). Potrebbe soccorrere il recupero di evasione fiscale, che ha raggiunto il livello record di 120 miliardi l’anno, ma da questo punto di vista non possiamo attenderci miracoli. Già perchè siamo pur sempre un paese con un sommerso che, a seconda di come lo si calcoli, si colloca tra il 16 e il 20% del Pil. Grave vulnus all’intero sistema, oltre che elemento di evidente distorsione della concorrenza, già di per sè non molto praticata in casa nostra. Quanto al tasso di occupazione, siamo al 56,9%, contro il 71,2% della Germania e il 64% della Francia.

Gli elementi di forza.

In un quadro di tale complessità e criticità, emergono però dei significativi punti di forza, sui quali certamente occorre far leva per invertire l’immagine negativa che prevale in questo momento sui mercati. Il deficit, in primo luogo. Non siamo messi mali, anzi decisamente meglio rispetto ad altri e più blasonati partner europei: quest’anno, anche grazie alla sostanziale tenuta del gettito tributario, chiuderemo al 3,9% del Pil. Per effetto delle manovre della scorsa estate, naturalmente a condizione che siano attuate interamente, vedremo il deficit attestarsi nel 2012 all’1,6%, per raggiungere l’anno successivo il pareggio di bilancio. Risultato reso possibile dal ripristino di un consistente avanzo primario. Quando siamo entrati nell’euro, il surplus di bilancio al netto della spesa per interessi era al 5,2%, poi si è scesi sotto zero. Ora, stando alle previsioni del governo, si dovrebbe raggiungere quest’anno lo 0,9%, per salire nel 2012 al 3,7%, e nel 2013 al 5,4%. Se questa tabella di marcia verrà rispettata, questo è un indicatore di tutto rilievo per saggiare la sostenibilità nel medio periodo dei nostri conti pubblici. Accanto al consistente attivo patrimoniale e al risparmio privato. Se si analizza il «debito aggregato» (pubblico-privato escluse le imprese finanziarie), in testa alla classifica compaiono Irlanda, Portogallo, Belgio, Danimarca e Regno Unito. L’Italia, con il 240,8 per cento del Pil, si colloca al di sotto della media.