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 2011  novembre 06 Domenica calendario

Era manager al «Corriere» ora vive tra fienile e barca - «Una sdra­io in tek a 99 eu­ro? Rega­lata! Mi sono fionda­to al ce­ntro commer­ciale di Sarzana

Era manager al «Corriere» ora vive tra fienile e barca - «Una sdra­io in tek a 99 eu­ro? Rega­lata! Mi sono fionda­to al ce­ntro commer­ciale di Sarzana. Arti­colo esaurito. Era so­lo un prodotto- civet­ta per attirare clienti con l’offerta speciale. Si può essere più fessi? È stato il mio me­stiere per anni, eppure ci sono cascato an­ch’io. Tornato quassù, il giramento di bal­le era talmente forte che dopo due ore mi crogiolavo al sole su quella sdraio che ve­de lì. Fatta con le mie mani».Simone Perot­ti non è un falegname. Dopo la laurea in let­tere, ha lavorato a Roma nel campo della comunicazione. Ha esordito all’Adnkro­nos servizi. Faceva il lobbista. Avvicinava politici e giornalisti, orientava le loro scel­te, insomma brigava per far uscire sulla stampa informazioni gradite ai suoi com­mittenti: ministero della Difesa, colossi dell’energia, multinazionali del farmaco. Poi è stato il primo direttore delle relazio­ni esterne alla Sisal. Ha curato il lancio del Superenalotto. Quindi il trasferimento a Milano, dove ha fatto il direttore della co­municazione di Rcs Mediagroup. In soldo­ni: dalle poppe di Elisabetta Canalis sul ca­lendario di Max ai comunicati ufficiali del patto di sindacato del Corriere della Sera . Interloquiva con i direttori di via Solferi­no, Paolo Mieli e Ferruccio de Bortoli, e ri­portava direttamente all’amministratore delegato Maurizio Romiti. Da quattro anni Perotti ha rinunciato a stipendio e carriera. Per campare non spende più di 850 euro al mese. S’è com­prato una barca a vela con un solo albero, che sulla prua reca scritto Faamu Sami, cioè «colei che fa bruciare il mare», dal no­me della principessa delle isole Samoa che alla fine del 1896 rapì il cuore dello sta­tunitense Joshua Slocum, primo naviga­to­re a effettuare in solitaria la circumnavi­gazione del globo. Quando non fa da skip­pe­r a chi affitta il suo sloop per una crocie­ra, pulisce le barche degli altri nel porto della Spezia, a 90 euro l’una, Iva inclusa. Oppure restaura mobili, realizza scultu­re, va in giro a pitturare case. L’ex manager vive cinque mesi in ac­qua e sette mesi in terra. Ha riattato un fie­nile sulle colline di Bolano, otto chilome­tri dal mare, in una frazione con meno di 20 abitanti fondata nel 1600 attorno a una chieset­ta da pirati così devoti da stabilire che vi si celebras­se ogni anno una messa il 1˚ maggio e che in ciascu­na generazione dei loro di­scendenti vi fosse almeno un prete. Buona parte del­l­’arredamento se l’è costru­ito da solo, con materiali di recupero. Ora però è alle prese con un dilemma lace­r­ante: «È da un anno che re­sist­o alla tentazione di com­prarmi un trapano nuovo, perché quello che ho perde colpi. Magari riesco ad aprir­lo e a sostituire le batterie interne». Perotti ricorda perfettamente il giorno e l’ora in cui decise che la vita dell’arram­picatore sociale non gli si addiceva: «Era­no le 7.35 del 4 luglio 1997. Avevo 32 anni e mezzo ed ero in auto sul Grande raccordo anulare di Roma. Fermo. Col sole che già picchiava e l’aria condizionata a manetta. Il tragitto della mia vita: Frascati, dove so­no nato, uscita Tiburtina, piazza del Popo­lo. Intorno a me solo macchine in coda. Io al volante con la divisa d’ordinanza,cami­cia e cravatta. I cellulari già accesi. Ho pen­sato: così non va». Avrebbe speso i succes­sivi dieci anni per prepararsi la via di fuga. In questo modo Perotti è diventato suo malgrado il profeta italiano del downshif­ting , «manco sapevo che esistesse, questa parola,l’ho letta per la prima volta sulla Ci­viltà cattolica , la rivista dei gesuiti, il che per un ateo anticlericale quale sono è una bella contraddizione, devo ammetterlo». Alla lettera significa «scalare la marcia». Detto in altri termini, come lavorare me­no, spendere meno, consumare meno e godersi di più la vita.Il suo verbo,riassun­to per l’editore Chiarelettere in Adesso ba­sta e Avanti tutta , ha venduto 70.000 co­pie, più del romanzo Uomini senza vento uscito da Garzanti nel 2010. I diritti cine­matografici del primo libro sono stati ac­quistati dalla Fandango, che intende rica­varci un film, con notevole beneficio per le finanze del downshifter , perfetta antitesi dello yuppie che egli fu negli anni Ottanta. L’autore ha già ricevuto 100.000 e-mail da lettori più o meno invidiosi. Qualcuno le ha dato del pazzo? «Esplicitamente solo il 5 per cento. La contestazione è più subdola: pensano che abbia accumulato quanto basta per vivere di rendita». Non è vero? «Secondo lei se fosse vero andrei a piegare la schiena con gli strofinacci sulle bar­che degli altri? Ma anche quei 95 su 100 che si compli­mentano in realtà non vo­gliono cambiare vita. Molto meglio alzarsi la mattina, andare in un luogo dove sei at­teso, dove non hai problemi di ruolo, dove trovi una scrivania e qualcuno che si aspet­ta da te una prestazione mediocre, non più di un terzo di ciò che sapresti fare. È questo il dramma della società moderna». Ammetterà che 60 milioni d’italiani non potrebbero fare la vita che fa lei. «Se non ci provano, non lo sapranno mai. Dire “non ne sono capace”,non è dignito­so. Prima provaci cento volte e poi, se non ci riesci, avrai tutta la mia comprensione. Altrimenti non lamentarti. Io un piano B non ce l’avevo,me lo sono dovuto inventa­re ». Ma perché è scappato? «Non era la mia vita.Di mio avrei voluto in­segnare all’università per poter scrivere. I primi tre romanzi sono stato costretto a buttarli giù all’alba, prima d’andare in uf­ficio. Ma come facevo a dire ai miei genito­ri che volevo mollare la carriera? Sono ge­novesi, mi strangolavano. Per mio padre, diventato dirigente della Michelin con molti sacrifici, rappresentavo una sorta di riscatto. Il giorno che Maurizio Romiti mi costrinse a rimanere a Milano, facen­domi perdere la finale di Champions Lea­gue del Milan a Manchester per colpa di una riunione del patto di sindacato di Rcs che poi nemmeno si svolse, me lo ricordo come un momento di rivolta interiore». Quanto guadagnava? «Da quando prendevo 68.000 lire lorde al giorno come free-lance fino agli ultimi sti­pendi, una media potrebbe essere 4.000 euro al mese. Ma non vorrei che si equivo­casse: rinunciando a lavoro, busta paga e benefit, ho lasciato non tanto quello che avevo bensì quello che sarebbe venuto dopo in termini di ruolo, carriera e dena­ro. Tra i 40 e i 50 anni avrei raccolto i frutti di un ventennio di lavoro e di relazioni. La gente non sa che metà di ciò che avevo l’ho dovuta versare alla mia ex moglie e che a Milano sperperavo quasi l’intero sti­pendio in una vita dispendiosa». Mentre adesso? «Per mangiare bene, non più di 5 euro al giorno. Cucino io. Ho 67 piante di pomo­doro, abbastanza per sfamare un reggi­mento: i semi sono costati 3 euro e mezzo. Mi riscaldo con la legna del mio bosco, che è gratis, a parte la fatica per tagliarla. Ho una Hyundai Terracan che ha dieci an­ni e 200.000 chilometri, comprata usata su Ebay per 8.000 euro da un ragazzo che doveva saldare i debiti di un fallimento. Lo stereo Akai è del 1977 e funziona beno­ne. Il divano l’ho comprato nel 1992. La stampante a getto d’inchiostro è del 1999. Di elettricità spendo 16 euro a bimestre. Le cinque lampadine che uso di più sono alimentate da un pannello solare a 12 volt.Non voglio essere come il palazzo del­­l’Eni all’Eur di Roma, dove le luci negli uffi­ci sono accese anche di notte perché un grattacielo illuminato è più bello. Insom­ma, spero che sia chiaro il valore politico, lo scriva fra virgolette, che io attribuisco al­la mia scelta: andare via equivale a toglie­re la spalla da sotto l’architrave di questo sistema.Significa dirgli: “Non nel mio no­me”. Invece tutti coloro che lo criticano di solito ne fanno parte e lo sostengono». Le sarebbe convenuto di più abitare in barca tutto l’anno. «Dovendo affittarla, non avrei potuto la­sciare in giro le mie mutande. E poi nei porti vedo soltanto bare. Sono gli yacht di chi lavora giorno e notte per pagarseli e quindi non può mai goderseli. La morte del sogno». Il suo quant’è costato? «È un sogno in società con due amici: 130.000 euro. La barca ha lavorato fin dal primo giorno e s’è pagata da sola il lea­sing, concluso un anno fa». Lei scrive in Adesso basta : «Ho anche notato che abbiamo tutti troppe cose, che vivremmo meglio con meno oggetti. Chi ha molti soldi teme la cri­si, fibrilla per le oscilla­zioni di Borsa, studia co­me difendere le sue pro­prietà ». Sembra una le­zione già ascoltata: «Non accumulatevi teso­ri sulla terra, dove tigno­la e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano». «È così. Roba vecchia ma ancora attuale. Da Seneca a Enrico Berlinguer, passando per Gesù Cristo, Sant’Agostino, La vita agra di Lu­ciano Biancardi, tranne Céline e pochi al­­tri, l’hanno detto tutti.La novità non c’è.È l’applicazione pratica a essere nuova. Chi parla tanto di new age, non vive così, si limita ad ascoltare i Cd con gli scrosci d’acqua». «Chi guadagna 3.500 euro al mese può risparmiarne più di 30.000 all’anno», secondo i suoi calcoli. «In questo mo­do si passa da 390.000 euro in 12 anni a 440.000. Eccoci già in zona downshif­ting ». Meglio ancora se uno accanto­na «710.400 euro in 12 anni, ovvero cir­ca 849.000 euro inclusi gli interessi». Ma si rende conto che è un traguardo al quale un padre di famiglia arriva, se gli va di lusso, alla vigilia del decesso? «È stato un errore di comunicazione. Pen­savo­che i più difficili da convincere fosse­ro quelli che potevano permettersi di cam­biare vita. Non è così. Io non ho staccato perché avevo una riserva da parte, ma so­lo perché ho adottato uno schema di so­pravvivenza a basso costo. Come ex diri­gente con solo 17 anni di contributi, non avrò la pensione. E ho calcolato, applican­do un mio personale algoritmo di erosio­ne, che quel poco che ho in banca non mi consentirà di arrivare oltre gli 83 anni». A quel punto che farà? Si sparerà? «Confido nell’inflazione. Nel senso che il mio indice non è quello ufficiale. Nel pa­niere dell’Istat c’è il salmone affumicato: mai mangiato. Preferisco il pesce azzur­ro: 6 euro il chilo. Già a Milano mi ero ac­corto che nei supermercati i prodotti rag­giungibili sugli scaffali senza doversi pie­gare costano dal 15 al 30 per cento in più. In corso Buenos Aires ero arrivato a paga­re l’insalata nelle buste 13 euro al chilo. Quella da lavare costa un euro e mezzo, qui ce l’ho gratis a covoni.Il mio tasso d’in­flazione non supera l’1 per cento. Quindi col 3 lordo d’interesse, che ti danno su qualsiasi conto di deposito, la sfango». E se falliscono le banche? «Tra i fregati, sarò il meno fregato. Io vivo già in crisi, non compro niente, mai, piut­tosto mi taglio una mano. Anche perché tutto quello che interessa a me non è ven­dita ». Cioè? «Non avere responsabilità, pesi sul cuore o affaridi cui dovermi occupare.L’amici­zia. La possibilità di andare a salutare mia madre prima che muoia. L’amore di Ma­nuela, comunicatrice d’azienda, che nei week-end viene a trovarmi da Milano». Ecco l’uomo che favorirà la ripresa dei consumi... «Dobbiamo decrescere, non crescere. Noi siamo un popolo di gente povera, lo siamo sempre stati, non abbiamo ricchez­ze naturali. Ma perché ci comportiamo da ricchi, se non lo siamo? Eravamo il po­polo del sole, della pizza, del mandolino e della felicità proprio perché non aveva­mo niente. Ogni anno gli italiani compra­no 23 milioni di telefonini. Cos’è? Gli si guastano tutti insieme?». Per cui quando i politici parlano di cre­scita qual è la sua reazione? «Sentirla invocare dalla sinistra è irritan­te, e glielo dice uno che purtroppo ha sem­­pre votato per il centrosinistra. Già Berlin­guer nel lontano 1977 ci invitava a vedere nell’austerity petrolifera una grande op­portunità per pensare, dopo i fallimenti del socialismo e del capitalismo, a un nuo­vo modello di sobrietà che prendesse il buono dell’uno e dell’altro.È mai possibi­le che solo una rivista americana, The Na­tion , sia riuscita a mettere insieme un think tank per cercare questa terza via, mentre a Barack Obama e a noi, i nipotini di Leonardo da Vinci, non è nemmeno passato per la testa?». Vorrei comunque infor­marla che qui il proble­ma non è smettere di la­vorare, caro Perotti, ma cominciare. Sa quanti giovani non trovano un posto di lavoro? «Io li esorto a evitare come la peste di farsi assumere, perché quell’assunzione inghiotte una parte del lo­ro stipendio col pretesto di alimentare una pensione che non incasseranno mai. Puntino su un contratto meno garan­­tito, che però preveda il netto più alto pos­sibile in busta paga». Certo che fondare un’agenzia per aiu­tare le persone a «scollocarsi», come lei suggerisce, mi pare una bestem­mia, in tempi di disoccupazione. «I più furbi hanno mangiato la foglia, mi scrivono dall’ufficio: “Basta,mi dimetto”. Ed è un impoverimento tremendo, per­ché sono i più bravi. L’ho detto ai direttori del personale di alcune grandi aziende: rassegnatevi, con i soldi non comprerete più nessuno. Mi hanno dato ragione. E ci credo: sono loro i primi a voler scappare».