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 2011  novembre 05 Sabato calendario

Pulisce una scultura e la rovina. O no? - «L’atto creativo non è compiu­to esclusivamente dall’artista

Pulisce una scultura e la rovina. O no? - «L’atto creativo non è compiu­to esclusivamente dall’artista. Lo spettatore porta l’opera a contat­to con il mondo esterno decifran­d­one e interpretandone le caratte­ristiche interne, e in questo modo apporta il suo contributo all’atto creativo». Lo scrisse Marcel Du­champ, il padre dell’arte concet­tuale, ma sembra di ascoltare «il professore» che fa da guida ad Al­berto Sordi e Anna Longhi duran­te l­a loro visita alla Biennale di Ve­nezia nel film Dove vai in vacan­za? del ’78.Ricordate?Il mitico Al­bertone e consorte, fruttaroli ro­manacci doc, per compiacere i fi­gli si sottopongono a una spasso­sissima trasferta culturale in Lagu­na, vagando straniti fra surreali in­stallazioni e bizzarri «interventi», come li chiama «il professore», dei maggiori esponenti della co­siddetta «Arte Povera», che pro­prio in quegli anni andava per la maggiore. Ancora più spassosa della disav­ventura toccata nella finzione ci­nematografica ai coniugi Remo e Augusta Proietti è, ovviamente per chi non vi è coinvolto, la disav­ventura reale toccata a una donna delle pulizie in servizio (ancora per poco, temiamo) al Museo di Dortmund, in Germania. Nel suo abituale giro fra le sale, giunta di fronte all’opera (?)dal titolo Quan­do incomincia­a gocciolare dal sof­fitto dello scultore Martin Kippen­berger, la solerte signora, notata una specie di macchia di gesso in una bacinella di gomma nera, ha pensato bene di strofinarla via. Ri­sultato: ora qualcuno dovrà sbor­sare la modica cifra di 800mila eu­ro, il valore per cui l’«intervento» di Kippenberger era stato assicu­rato. «Il nostro buon nome è com­promesso », piagnucola dalle co­lonne della Bild il direttore del mu­seo, Kurt Wettengl. E poi aggiun­ge: «Eppure gli inservienti sanno benissimo che non devono tocca­re le opere, né tantomeno lavarle. Anche nella pulizia del pavimen­to devono mantenersi a una di­stanza di 20 centimetri». Visto che Kippenberger è mor­to nel ’ 97, questa storia ha «soltan­to » due vittime: oltre alla povera si­gnora, la quale rischia il licenzia­mento per giusta (?) causa senza nemmeno gli otto giorni in cui po­­trebbe tentare di sporcare la baci­nella com’era nella versione origi­nale, c’è anche la povera Arte, pa­rente molto alla lontana dell’Arte Povera. Non abbiamo interpella­to i nostri esperti Luca Beatrice e Vittorio Sgarbi, ma qualcosa ci di­ce che non si strapperanno le vesti per simile attentato proletario al­l’integrità dell’atto creativo... Noi che esperti non siamo pos­sia­mo soltanto riandare con la me­moria a un episodio altrettanto co­mico avvenuto nell’86 sempre in Germania, alla «Kunstakademie» di Düsseldorf. A cadere sotto i col­pi dell’involontaria violenza ico­noclasta di un’addetta alle pulizie fu la famosa opera (?) dal titolo Fet­tecke : letteralmente (e pratica­mente) un grumo di grasso. Appic­cicato a un muro, parve (anche) al­la donna, del tutto ignorante in te­ma di arte contemporanea, un ob­brobrio da rimuovere. Così fece, attirandosi le maledizioni dei criti­ci. E degli imbianchini, che dovet­tero poi ripittare la parete. A proposito di imbianchini, an­dò peggio a quelli che, durante la Biennale di Venezia del ’78, deci­sero di dare una mano di vernice a una porta scrostata e un po’ caden­te. Peccato (?) che si trattasse di un’opera (?) del succitato Mar­chel Duchamp dal titolo 11 , rue Larrey, Paris : nient’altro che una comune porta del proprio studio che Duchamp aveva «rigenerato» negli anni Venti secondo la prati­ca del « ready-made ». I sonanti 133 milioni di lire sborsati dalla Biennale furono un conto legger­mente salato... A dimostrare quanto possano essere divergenti le... visioni este­tiche, bastino due ultime annota­zioni. Un’altra opera (?) di Du­champ, dal titolo Fontana (1917), un normalissimo e neppure trop­po pulito orinatoio a muro di quel­li, per intenderci, da autogrill, nel 2004 venne eletta da un gruppo di esperti britannici interpellati dal­la società Gordon’s come l’opera (?) più rappresentativa del XX se­colo. Diversamente, un’opera (?) di Arte Povera (e ti pareva...) di Isa­bella Facco, nel dicembre dell’an­no scorso non fece molta presa sui netturbini. Si chiamava Legg-io e aveva due difetti imperdonabili, agli occhi degli «operatori ecologi­ci »: sembrava (cioè era) un vec­chio mobile a scaffali e sembrava (cioè era) abbandonata per stra­da in via Zabarella. Stava per fini­re all’inceneritore, ma per fortu­na (?) fu salvata. E poi dicono che l’arte deve andare al popolo...