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 2011  novembre 05 Sabato calendario

Al mercato di Cirino Pomicino «Moggi» del ribaltone anti Cav - Come certi ex campioni incapa­ci di ritirarsi, Paolo Cirino Pomici­no vive ai margini del suo ambien­te pur di starci

Al mercato di Cirino Pomicino «Moggi» del ribaltone anti Cav - Come certi ex campioni incapa­ci di ritirarsi, Paolo Cirino Pomici­no vive ai margini del suo ambien­te pur di starci. Ha settantadue an­ni, la stessa intelligenza di sempre e potrebbe fare qualsiasi cosa. Ma nessuno vuole qualcosa da lui. Co­sì si accontenta di fare il consigliori nell’Udc e,per darsi tono,si procla­ma il Luciano Moggi della politica italiana. Come Lucky individuava il calciatore inquieto pronto a tra­slocare nella Juve per pochi spic­cioli, Cirino adocchia gli scontenti del Pdl e li indirizza da Pierferdy Ca­sini. Lui - dicono - è il regista della copiosa transumanza al centro dei delusi del berlusconismo. Ha già calamitato Ida D’Ippolito e Alessio Bonciani mentre altri ciompi sa­rebbero pronti al passo. In arrivo, è dato addirittura il senatore Carlo Vizzini, ex segretario del Psdi nella Prima Repubblica e attuale presi­d­ente della Commissione Affari co­stituzionali. Insomma, un lavoro da roditore che, se andrà in porto, circonfonderà Paolino dello stori­co merito avere dato il colpo di gra­zia al Cav. Diventerà, e già in parte è, l’eroe di Espresso e Repubblica i cui attacchi lo travolsero negli an­ni ’ 90 insieme al vecchio mondo de­mocristiano. Cirino fu uno dei più pittoreschi personaggi del decennio tra ’80 e ’90. Colpiva la pelata alla Yul Bryn­ner che ne fece il ministro più cor­teggiato dalle signore in sintonia col suo temperamento di simpati­co lumacone. Stupiva la sua storia di neurochirurgo affermato a Na­poli, la sua città, che si era dato alla politica. Era un dc nato: mani in pa­­sta, accordi sottobanco, mercato dei voti, una mano lava l’altra. Nel napoletano dominavano Gava e De Mita, Paolino fu l’avversario di entrambi e capo della corrente an­dreottiana. Divenne noto come presidente della commissione Bi­lancio della Camera. Il medico si improvvisò economista e le dia­gnosi piacquero ai poteri forti di cui Paolino fu lo sviolinato referen­te. Sapeva far fruttare i sì e i no, perfi­no le sapienti esitazioni. Se non gli piaceva un articolo, alzava la cor­netta e annientava l’autore. Con me si fece vivo (l’avevo in simpatia) per un artico­lo, non mio, minaccian­do, come presidente di non so che fondo pubbli­co, di complicare i finan­ziamenti al settimanale per cui lavoravo. Allora, primi anni ’90, era mini­stro del Bilancio del VII governo Andreotti. In precedenza, era stato al­la Funzione pubblica ( go­verno De Mita). Da quel seggio, firmò un aumen­to di stipendi nella Pa da disastrare le casse dello Stato. Zittì le polemiche dicendo: «È un’offa. Ora governeremo tranquilli». Era­no i bei tempi in cui ci stampavamo il denaro in casa. Paolino faceva vita da nababbo. Aveva una villa sull’Appia antica,il non plus ultra a Roma. L’affittoco­stava al mese cinque milioni e mez­zo del ’90. Il suo vicino, Claudio Martelli, per analoga dimora, paga­va il doppio ma a spese del Psi. Per le nozze della figlia, Cirino fece un ricevimento babilonese con cin­quecento invitati, tra cui l’ex capo dello Stato, Cossiga, quello in cari­ca, Scalfaro, il futuro, Ciampi. Fu un tormentone su tv e rotocalchi. A chi gli chiedeva dove attingesse co­tanto burigozzo, rispondeva: «Vai a Napoli e guarda i tombini». Infat­ti, la quasi totalità reca il nome «Po­micino »,quello di una fonderia.In­tendeva dire che era ricco di fami­glia, anche se poi la sua parentela col tombino non è stata accertata da nessuno. Questa la ricchezza privata. Quella pubblica coincide con i fi­nanziamenti alla sua corrente di cui era percettore. Secondo rego­la, erano fondi occulti. Tra i forag­giatori Caltagirone, suocero di Ca­sini, suo leader odierno. Altri sov­venzionatori furono i Ferruzzi ( Ra­oul Gardini) e l’Eni. Quando Mani Pulite scoprì gli altarini, Pomicino fu impiccato dalle Procure e dal pm Di Pietro in particolare. Subì quaranta processi, finì in galera ma ebbe poi due sole condanne: un anno e otto mesi per tangenti Enimont, un patteggiamento a due mesi per fondi neri Eni. Dato per spacciato in politica, si reinventò come politologo. Con lo pseudonimo Geronimo scrisse con successo sul Giornale e Libero . Riscattato dalla nuova veste, trovò rifugio e voti, salvo una fase mastel­liana, dalle parti del Berlusca. È sta­to deputato nel 2006 col centrode­stra (la Dc di Rotondi) e dal 2008 al 2010 ha avuto un incarico a Palaz­zo Chigi a fianco del Cav. Un anno fa, è trasmigrato al centro. Un tem­po diceva del Berlusca: «È una gran­de energia solitaria che ha puntel­lato la nostra democrazia trabal­lante ». Oggi dice: «Ha iniettato ve­l­eno nella politica italiana diventa­ta una miserabile faccenda tra il re e i suoi sudditi». Non è volgare ingratitudine, ma fissità mentale. Come Bersani, Pao­lino è del secolo scorso. L’Italia dei suoi sogni è quella da incubo: parti­ti dilaniati da correnti, senza lea­der e una marea di carrozzoni pub­blici da dare in pasto alle clientele. Per anni ha cercato di convincere il Cav che quello è l’Eden.L’altro,pe­ro, ha continuato a fissarlo con gli occhi tondi. Allora ha fatto fagotto e ora fa la posta agli scarti per realiz­zare con loro il progetto.