FRANCESCA PACI, La Stampa 5/11/2011, 5 novembre 2011
Una ditta italiana spia per Assad - «Fare affari con i siriani è super, sono commercianti nati, basta sapersi destreggiare un po’ con i vari embarghi per ritrovarsi davanti businessmen capaci d’investire milioni di euro senza battere ciglio», spiegava alla fine di marzo un giovane imprenditore italiano sorseggiando Jack Daniel’s nel bar del Safir Hotel di Homs, la capitale delle riforme economiche targate Assad definita dai connazionali più chic «la città dove l’unica cosa raffinata è il petrolio» e rivelatasi negli ultimi mesi la roccaforte della resistenza alla dittatura
Una ditta italiana spia per Assad - «Fare affari con i siriani è super, sono commercianti nati, basta sapersi destreggiare un po’ con i vari embarghi per ritrovarsi davanti businessmen capaci d’investire milioni di euro senza battere ciglio», spiegava alla fine di marzo un giovane imprenditore italiano sorseggiando Jack Daniel’s nel bar del Safir Hotel di Homs, la capitale delle riforme economiche targate Assad definita dai connazionali più chic «la città dove l’unica cosa raffinata è il petrolio» e rivelatasi negli ultimi mesi la roccaforte della resistenza alla dittatura. Dev’essere proprio così, se con le vittime della repressione oltre quota tremila (diecimila secondo l’opposizione) è una società del varesotto a fornire il sofisticato sistema informatico di nome «Asfador» con cui gli 007 del regime potranno a breve intercettare qualsiasi email in entrata o in uscita dal Paese. «L’amministratore delegato Andrea Formenti è fuori sede, richiamerà lui», rispondono dagli uffici di Area Spa, l’azienda lombarda che dal 1996 si occupa di sorveglianza. È verosimile che le difficoltà del settore, in crisi secondo un’inchiesta di «ItaliaOggi» per l’insolvenza cronica del ministero della Giustizia, abbiano spinto i nostri a guardarsi intorno. Di fatto, rivela l’agenzia «Bloomberg», i tecnici di Area Spa «sono alloggiati in un appartamento di tre stanze in un quartiere residenziale di Damasco, vicino a uno stadio dove lavorano al sistema». L’appalto, da oltre 13 milioni di euro, risale al 2008, ma la messa a punto avrebbe preso il via sette mesi e mezzo fa in parallelo con l’insurrezione popolare. La fretta della Ste (Syrian Telecommunication Establishment), l’ente per le telecomunicazioni del governo, sarebbe a questo punto a dir poco incontenibile. Non è la prima volta che la comunità internazionale impone sanzioni a despoti che nel frattempo riescono a sopravvivere sfruttando il vecchio detto del «pecunia non olet». A giugno il Nobel iraniano per la pace Shirin Ebadi per l’ennesima volta aveva puntato l’indice contro la collaborazione delle multinazionali occidentali con l’ufficialmente nemico Ahmadinejad che solo un anno fa risultava alimentare il proprio Grande Fratello con la tecnologia di una jointventure Nokia-Siemens. La storia è vecchia, come racconta Paul J.Dosal nel volume «Doing business with the dictators». Ci sono i gas lacrimogeni americani usati dalla polizia egiziana contro i manifestanti di piazza Tahrir, il contratto da 7 miliardi di dollari firmato nel 2009 dal China International Fund con la stessa giunta militare guineana impegnata a reprimere la piazza invocante democrazia, la crescita del 2,5% dell’indice del mercato azionario russo Micex alla notizia del ritorno dello zar Putin. Eppure, mentre i dissidenti siriani parlano di 17 persone uccise ieri nonostante la presunta apertura del governo che ha offerto l’amnistia a chiunque consegni le armi, il lavoro di Area lascia perplesse non solo le associazioni per i diritti umani. Qualcuna delle aziende americane ed europee che provvedono alle attrezzature di Area inizia già a prendere le distanze. L’amministratore delegato di Qosmos Thibaut Bechetoille, per esempio, dichiara di volersi ritirare dal progetto, sebbene sia «contrattualmente complicato». «Davvero l’Italia sta aiutando Assad a spiarci?», chiede al telefono da Homs la dissidente Nishrin. Non la sorprende che un paio di settimane fa la californiana Blue Coat System abbia ammesso la paternità dei filtri usati dal regime per bloccare il web. Ma l’Italia... Certo, quando ad agosto Bruxelles ha deciso l’embargo contro il petrolio siriano, estremo baluardo di Assad, Roma ha ottenuto che il blocco partisse il primo settembre solo per i nuovi contratti e fosse prorogato al 15 novembre per quelli in corso. Difficile però spiegarlo a chi da 34 settimane manifesta a costo della vita.