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 2011  novembre 05 Sabato calendario

(2 articoli) - “In Libia abbiamo vinto grazie all’alleato francese” - Omaggio pubblico agli eroi della campagna Nato in Libia e intese private contro la corsa al nucleare di Teheran: il summit di Cannes fra Nicolas Sarkozy e Barack Obama suggella e rilancia il patto strategico sui cambiamenti in Nordafrica e Medio Oriente

(2 articoli) - “In Libia abbiamo vinto grazie all’alleato francese” - Omaggio pubblico agli eroi della campagna Nato in Libia e intese private contro la corsa al nucleare di Teheran: il summit di Cannes fra Nicolas Sarkozy e Barack Obama suggella e rilancia il patto strategico sui cambiamenti in Nordafrica e Medio Oriente. Davanti al Municipio di Cannes i due presidenti passano in rassegna marinai, soldati e piloti di entrambi i Paesi reduci dalla campagna della Nato contro il regime di Gheddafi, ascoltando fianco a fianco gli inni nazionali. Poi è Obama a descrivere l’importanza di quanto avvenuto in Libia: «Soldati dei nostri Paesi hanno servito spalla a spalla, dai piloti che hanno prevenuto il massacro a Bengasi ai marines che hanno fatto rispettare l’embargo marittimo, alcuni piloti americani hanno addirittura guidato dei jet francesi decollando da una portaerei francese nel Mediterraneo, non si può essere più alleati di così». Per la Nato si tratta di una vittoria che la rafforza perché «mai una campagna era stata iniziata così in fretta» e Obama dopo aver sottolineato che «ognuno dei 28 alleati ne è stato parte» riconosce a Sarkozy il merito di essere stato protagonista di una «leadership straordinaria» ed a testimoniarlo è il fatto che la Francia «ha contribuito a condurre il 90% delle missioni di combattimento». Rivelare l’entità dell’impegno militare di Parigi è il colpo di scena con il quale Obama riconosce a Sarkozy di essersi guadagnato sul campo il ruolo di partner privilegiato dell’America nel sostegno alle transizioni in atto in Nordafrica e Medio Oriente. A testimoniarlo sono le prolungate strette di mano con cui Obama e Sarkozy salutano i tre comandanti che hanno guidato la campagna aeronavale della Nato che ha consentito ai ribelli libici di rovesciare e uccidere Gheddafi: il generale Ralph Jodice e gli ammiragli Jim Stavridis e Sam Locklear. Il fatto che tutto ciò avvenga davanti al monumento che ricorda le vittime della Prima e Seconda Guerra Mondiale consente a Sarkozy di sottolineare le radici storiche del nuovo patto strategico: «Da quando il generale Lafayette affiancò Washington a Yorktown a quando tremila soldati americani diedero la vita per salvare quella della Francia» dall’occupazione nazista. «Ogni volta che un soldato americano cade ovunque nel mondo - aggiunge il capo dell’Eliseo - l’intera Francia è a fianco della sua famiglia perché non dimentica i suoi commilitoni che caddero per noi». La folla che sfida la pioggia battente ritma a più riprese «O-ba-ma» e «Ni-co-las» fino a sprigionare un boato di gioia quando l’ospite americano descrive la simbiosi fra nazioni: «Siamo società dove la diversità è considerata un elemento di forza e dove puoi diventare presidente anche se ti chiami Obama o Sarkozy perché ciò che ci accomuna è avere un unico credo» nei valori che per l’America sono «vita, libertà e perseguimento della felicità» e la Francia celebra come «liberté, egalité, fraternité». Quando i due presidenti si ritirano in privato dentro il Municipio trasformato in fortezza tale convergenza di valori e interessi si estende al tema che dalla prossima settimana sarà in cima all’agenda internazionale: il rapporto dell’Agenzia atomica dell’Onu (Aiea) sugli aspetti militari del programma nucleare dell’Iran. Fonti diplomatiche di entrambi i Paesi affermano che «l’intesa sui passi da adottare è forte» e l’intento è di aumentare l’isolamento internazionale della Repubblica Islamica con nuove sanzioni «senza precedenti» destinate a un triplice intento: bloccare la corsa di Teheran verso l’arma atomica, punire le Guardie rivoluzionarie che hanno ordito il complotto contro l’ambasciatore saudita a Washington e impedire agli ayatollah di continuare a sostenere il regime siriano assediato dalle proteste. MAURIZIO MOLINARI *** Il ritorno in grande stile di “Sarkò l’americano” - La nuova strana coppia della politica internazionale? Sarkozy e Obama. Attenti a quei due. Ieri sera le due principali tivù francesi hanno trasmesso un’inedita doppia intervista, registrata nel pomeriggio nel Municipio di Cannes a G20 consumato. Per un quarto d’ora, Nicolas & Barack hanno tubato a reti unificate. L’americano ha lodato «la leadership impressionante» dell’altra coppia Merkel-Sarkozy sulla crisi dell’euro e il francese ha assicurato di aver informato la Casa Bianca «minuto per minuto». Per Barack, Nicolas è un alleato «aperto ed energico» su economia e sicurezza, per Nicolas, Barack «è un amico con cui si può parlare e che dà fiducia». E sugli argomenti su cui non si è d’accordo, si fa finta di esserlo: vedi la tassa sulle transazioni finanziarie. Obama ha detto no, o almeno non ha detto sì, però per Sarkozy «è il primo presidente che fa un passo in questa direzione». Eccetera. Berlusconi non è pervenuto, l’Italia di sfuggita con una frase a doppio taglio di Sarkò: «L’apprezzo moltissimo per molte ragioni, comprese quelle familiari, ma ci sono delle regole». Quanto al fatto che entrambi siano presidenti uscenti, a caccia di un secondo mandato e con sondaggi pessimi, Barack ha fatto sapere che Nicolas «non ama perdere», quindi forse avevano ragione i socialisti francesi a preoccuparsi per lo spottone. Non l’unico, peraltro: nel pomeriggio, i due avevano fatto coppia anche per l’omaggio ai vincitori della Libia. Sotto una pioggia battente, hanno ascoltato la banda della Legione suonare La Marsigliese e straziare The Star-Spangled Banner e poi hanno rievocato le guerre combattute insieme, a cominciare da quella d’Indipendenza vinta in realtà dalle armi di Luigi XVI a Yorktown («Yorktòn», per Sarkò). Poi il presidente francese giura che «la Francia non dimenticherà mai» e quello americano ringrazia «Nicolas, my friend» per la collaborazione in Afghanistan. Retroscena curioso: i francesi dicono che sono stati gli americani a chiedere di organizzare il tutto, gli americani che sono stati i francesi. Resta il fatto che sulle ricette anticrisi Washington è più vicina alle posizioni di Parigi che a quelle di Berlino. E Sarkozy torna come «l’americano», il più atlantico dei presidenti della Quinta Repubblica che l’America l’hanno sempre detestata, chi più chi meno. I rapporti fra i due amiconi, in realtà, non sono sempre stati idilliaci. In settembre, all’Onu, Barack ha amabilmente preso in giro Nicolas impegnato a salvare il mondo una volta di più: «Io ho già avuto un Nobel che non meritavo, adesso ci provi tu». E a Washington non hanno apprezzato né la fretta di Parigi sulla Libia né il suo voto per la Palestina all’Unesco. Dal canto suo, Sarkò fu molto colpito dalla vittoria di Obama, ma poi non ne ha sempre parlato bene: «In Medio Oriente ci ha molto deluso»; «Aspetta sempre l’ultimo momento per decidere, e alle volte è tardi». Però ha capito (con i francesi non è scontato) che comunque «non tiriamo di boxe nella stessa categoria». Alla fine, come racconta il ministro Laurent Wauquiez, «è come con Merkel. All’inizio si irritavano, adesso hanno trovato una forma di complementarità». Che non è proprio la stessa cosa della grande amicizia, come ritengono anche i telespettatori di BfmTv che, sondaggiati in diretta, ci credono al 35% e per il 65 no. Però la sponda di Barack per Nicolas resta preziosa. Il G20 francese, sabotato da Papandreou, è stato salvato da Obama. Per l’Eliseo, a 169 giorni dal voto e a due dall’annuncio della prossima manovra di lacrime e sangue, un Obamaday è una manna per l’immagine. Anche perché, ha confidato Sarkò ai suoi, quanto a contatti internazionali, il suo sfidante François Hollande «conosce solo i congressi dell’Internazionale socialista...». ALBERTO MATTIOLI