Cinzia Leone, Il Riformista 6/11/2011, 6 novembre 2011
La casa di Playboy
Porno-architetture da Hugh Hefner al lettone di Putin In piena “Guerra Fredda” di scaldarsi ce n’è bisogno. Il nemico oltreoceano tenuto a bada dalle testate nucleari e quello interno dal codice Hays, il “maschio alfa” americano può finalmente barricarsi in un teatro di guerra erotica. Il movimento beat ancora non esiste, la controcultura nemmeno, sarà l’inventore di Playboy Hugh Hefner a incrinare per primo il matriarcato e la famiglia monogamica. Il “focolare familiare eterosessuale”, è parte del sogno americano, pervade una società protestante, maccartista e sessuofoba. A guidarci nel mondo di Playboy, raccontando l’utopia architettonico-erotica ideata da Hefner come indispensabile corollario della rivista, è la filosofa spagnola Beatriz Preciado, docente di Teoria del genere e Storia politica del corpo all’università di Parigi VIII e docente in Teoria dell’architettura a Princeton, in Pornotopia un libro appena sbarcato in libreria per Fandango libri nella collana documenti. In parallelo con la nascita dell’impero editoriale e la spettacolarizzazione del maschio scapolo e gaudente, nasce il luogo fisico dove collocarlo: la casa del playboy. L’architettura, forma simbolica, si offre come rifugio e ring del maschio americano post bellico di ceto medio alto, pronto a innalzare alla soddisfazione del proprio piacere un tempio non solo di carta patinata. Architetto del progetto, prima solo editoriale e poi totalizzante, sarà Hefner, sin dal primo numero di Playboy, la più importante rivista per adulti del mondo, uscito dalle rotative, nel novembre ’53, in copertina né data né numero perché nessuno pensa che ne esca un secondo, ma vende 50.000 copie. Playboy è pieno di donne seminude trasformate in conigliette, ma anche brani di Sherlock Holmes, un articolo sul jazz, un racconto del Decamerone e un reportage fotografico sul «design sullo studio e l’ufficio moderno». A scatenare la caccia alla copia non è di certo il design: va a ruba per la foto a colori a doppia pagina di Marylin sdraiata su un drappo di raso rosso, costringe il lettore a schiudere la conchiglia della carta per apprezzane appieno la carica erotica, per poi richiuderla nelle pieghe, al sicuro. Per commentare la rivoluzione di quella foto, Beatriz Preciado parla di «strumento portatile di “appoggio strategico” - per usare l’espressione dell’esercito americano - per la masturbazione maschile». Ma quando l’oggetto del desiderio sarà la casa, al centro della piega troveremo anche gli acquerelli dell’arredamento ideale del playboy: e sprigioneranno un desiderio analogo. Perché come sottolinea la Preciado «dipendono dalla stessa economia visuale e di consumo dello striptease.» Il playboy coniglio e la sua tana Nel 1959 con più di un milione di copie vendute e nelle pagine le più belle donne del mondo, alternate con articoli di Andy Warhol, Jack Kerouac e Frank Lloyd Wright, Playboy è la rivista più distribuita degli Stati Uniti. Nel 1962 il re dell’impero editoriale Hefner senza temere paragoni, come le Corbusier o Mies van der Rohe, si fa fotografare in posa accanto al plastico del Club Hotel Playboy. Il prototipo di una catena di locali notturni e alberghi per lo scapolo urbano metropolitano, votato alla finanza e al profitto, ma anche al godimento: una Disneyland per adulti precettati all’eros. Le rotative di Playboy sfornano montagne di conigliette seminude e patinate? Con il ricavato delle vendite Hefner progetta la “tana di piacere” dove il coniglio le condurrà. Non trascura l’interior design: letti rotondi, giardini zoo, caverne tropicali, videocamere di sorveglianza, piscine e sale da gioco con pareti di vetro attraverso la quale sbirciare le conigliette in acqua. Un peep-show casalingo, un bordello multimediale e insieme un inno al consumismo. Un rifugio antiatomico dell’eros, dove Hefner si aggira sempre e solo in pigiama di seta e veste da camera in velluto, come Cary Grant che di questo scapolo seduttivo (e soprattutto sedotto) era il prototipo di celluloide. Playboy fa scappare il maschio dalla tana-prigione della famiglia monogamica, e lo fa rifugiare in un’altra tana, questa volta erotico-tecnologica circondato da sex toys con le orecchie di peluche. Sempre di tana e di paura si tratta. Ispirato dalle rivoluzionarie utopie sessuali del marchese De Sade, il progetto architettonico di Hefner finisce per diventare un prototipo architettonico: quella che Beatriz Preciado definisce una “pornotopia” un cuneo nella cultura di massa degli anni ’60 e ‘70. Sigfried Giedion, lo storico dell’architettura più influente di quegli anni, conia il termine “architettura Playboy” in Spazio, tempo e architettura: «Divenne una moda una specie di architettura da playboy: un architettura trattata come i playboy trattano la vita, saltando da una sensazione all’altra e annoiandosi in fretta». Nasce un’utopia erotica popolare e il suo contenitore: un rifugio, un santuario che diventerà parte dell’immaginario erotico della seconda metà del ventesimo secolo. Il contesto è claustrofobico e il seduttore seriale che ha in mente Hefner, come lui sempre in pigiama di seta e veste da camera, ha l’aspetto di un pantofolaio? Il maschio da interno, messa da parte la clava e la spada, sceglie coscientemente una domesticità femminilizzata. Da Topolinia al manuale della Bunny In parallelo a Topolinia e Paperopoli, a fianco e in contemporanea con la casa di Barbie e Ken, la pornotopia della casa del playboy americano è un modello antropologico che cambia il costume del maschio americano prima e di quello europeo poi. Ma com’è nel dettaglio la casa di Playboy analizzata minuziosamente da Beatriz Preciado? Videosorveglianza in tutto l’edificio, i primi piani per le feste e senza scale, si scende lasciandosi cadere lungo una sbarra dorata, simile al palo della caserma dei pompieri o a quella della lap dance. All’ultimo piano il Bunny Dorm, il dormitorio per conigliette, Metà carcere e metà bordello, con lettini in comune e mensa dove, grazie a una Bunny Mother, seguendo il manuale della Bunny, e solo dopo aver firmato un contratto di ferro che prevede regole rigide e poco compenso, le conigliette vengono addestrate a diventare delle soldatine dell’eros: come divisa un costume da bagno sgambatissimo, tacchi alti, calze a rete nere, un pon pon sul sedere e in testa le orecchie di pelouche. Altro che veline. L’arredamento è iperbolico e multifunzionale. Trono e simbolo, il lettone tondo, diametro 2 metri e sessanta, con un motore che gli permette di ruotare di 360 gradi e di vibrare, un pannello di controllo per luci, telefono, radio e bar e una telecamera in grado di registrare tutti gli incontri, archiviati per nome e performance. Una piattaforma multimediale dove lo scapolo urbano, può regredire confondendo i piani lavoro-ozio, pubblico-privato in un’orizzontalità ideologica. Da Berlusconi al figlio della Moratti La pornotopia di Hefner, cinquant’anni dopo, continua ad affascinare. Tra telecamere interne in funzione notte e giorno e programmi televisivi creati dell’impero editoriale, il sistema architettonico-mediatico-comunicazionale di Playboy è il vero antesignano del reality show. Senza l’architettura da scapoli di Hefner non ci sarebbe stata villa Certosa con il vulcano, le balaustre istoriate e i giardini botanici. Niente villa san Martino ad Arcore con la sala bunga bunga e il palo della lap dance. Niente palazzo Grazioli con il lettone di Putin. Niente feste seriali con le ragazze in divisa: tubino nero, poco trucco. Modelli vecchi, degli anni cinquanta, modernariato? Per Berlusconi, cresciuto in quei miti e dieci anni più giovane di Hefner, è solo biografia. A cosa avremmo potuto paragonare però il palazzetto milanese blindato del figlio di Letizia Moratti, con piscina in salone, ring da boxe e ponte levatoio e divano rivestito di pelle di squalo se non al modello di Hefner? Quanto resiste un pornotipo? «Il cuore della pornotopia batte ancora» scrive la Preciado. Forse, ma il coniglio di Hefner comincia ad essere divorato dalla Rete.