Corriere della Sera 06/11/2011, 6 novembre 2011
GLI ESTRATTI DAL VOLUME DI PIETRO ICHINO – QUANDO BERLUSCONI CHIAMO’ NEL 2008: «FACCIA IL MINISTRO CON ME, SONO SIMPATICO»
C’erano state da pochi giorni le elezioni politiche del 2008 e imperversava già il totoministri del nuovo governo Berlusconi. La mattina del 23 aprile mi telefona Gianni Letta e mi dice: «Professore, la chiamo per preannunciarle che la chiamerà il presidente Berlusconi». Gli chiedo: «Per dirmi cosa?». E lui: «Le anticipo che intende proporle di fare il ministro del Lavoro. Non mi risponda niente: né sì né no. La sua risposta la darà a lui. Ci pensi, perché è una proposta molto seria. Le va bene sentirvi intorno alle due?».
Alle due il braccio destro mi richiama e mi passa Berlusconi. «Buongiorno, professore. Io la seguo, sa? Condivido tutto quel che scrive sul "Corriere". Per questo le propongo di fare il ministro del Lavoro nel mio governo». Gli rispondo: «Presidente, non basta che lei sia d’accordo con le mie proposte di politica del lavoro; occorrerebbe anche che io fossi d’accordo con lei su tutto il resto, a cominciare dal Fisco e dalla giustizia».
Qui lui mi colpisce, perché non replica all’obiezione. O meglio, replica a modo suo: «Lei non mi conosce; ma guardi che sono molto simpatico». Come dire: più importante delle idee, dei programmi, dell’intesa sulle cose da fare è l’intesa personale; se c’è quella, su tutto il resto poi ci si accorderà.
Subito dopo la carta della simpatia personale il Cavaliere ne cala una molto più pesante: «Questa non sarà una legislatura come le altre: sarà una legislatura costituente. Dobbiamo cambiare l’Italia». Di fronte all’argomento della legislatura costituente sospendo ogni risposta: della cosa devo ovviamente parlare con il segretario del partito..
E Veltroni?
Con Veltroni rifletto a fondo. Sugli orientamenti effettivi del nuovo governo non abbiamo alcuna garanzia e, anzi, sul versante della Rai e della nomina del nuovo membro italiano nella Commissione europea, dove una scelta bipartisan sarebbe più logica e civile, l’atteggiamento della nuova maggioranza appare molto chiuso.
Quindi: no alla proposta del ministero del Lavoro, dove rischierei di trovarmi intrappolato nel caso non improbabile di rapido esaurimento dello spirito ecumenico del nuovo premier.
L’ulteriore conferma che, a tre settimane dalla telefonata del 23 aprile, l’idea di Berlusconi della politica del lavoro bipartisan è già definitivamente tramontata viene dalla nomina al dicastero del Lavoro di Maurizio Sacconi, del quale si può dire tutto, ma non che sia l’uomo del dialogo tra destra e sinistra sul tema delle relazioni sindacali. È difficile ipotizzare una scelta più efficacemente conflittuale.
DALLA SERIE A ALLA SERIE D I GIRONI DELL’OCCUPAZIONE - Ti racconto come si lavora oggi in una grande impresa italiana. La «serie A» è costituita da qualche centinaio di lavoratori subordinati regolari stabili, con le loro 14 mensilità di retribuzione, il loro premio di produzione, la previdenza complementare, la mensa, il posto per l’ auto nel parcheggio. Poi ci sono un paio di centinaia di lavoratori di «serie B», i cosiddetti collaboratori coordinati e continuativi, ora «lavoratori a progetto»: fanno esattamente lo stesso lavoro di quelli di serie A, ma per lo più con una paga nettamente inferiore e non garantita in caso di malattia, niente permessi retribuiti, niente trattamento di fine rapporto, contributi previdenziali più bassi, niente posto per l’ auto. Quando c’ è da fare le ore piccole per un’ urgenza tocca a loro per primi, senza un euro di maggiorazione per il lavoro straordinario o notturno; quando invece c’ è da lasciare a casa qualcuno, perché il lavoro manca, sono ancora loro i primi della lista, oltretutto senza un giorno di preavviso né un euro di indennità di disoccupazione. Nonostante tutte queste disparità di trattamento rispetto alla serie A, i «lavoratori a progetto» sono pur sempre dei privilegiati rispetto alle serie inferiori: sono pur sempre considerati come «parasubordinati», sostanzialmente parte dell’ organico aziendale, della «struttura». Un gradino più sotto c’ è la «serie C»: un altro paio di centinaia di collaboratori continuativi autonomi ai quali viene imposta l’ apertura della partita Iva. Questi devono fingere di essere liberi professionisti, pagando le maggiori imposte come tali, pagandosi il commercialista, curando tutti gli adempimenti, avendo a proprio carico la maggior parte dei contributi previdenziali. La serie C si suddivide in «C1», dove stanno le partite Iva dotate di scrivania, e «C2», dove stanno quelli che devono andare raminghi per l’ azienda a mendicare un posto dove lavorare. Come ai collaboratori di serie B, anche a quelli di serie C è negato il posto per l’ auto; ma questi ultimi devono anche portarsi da casa il materiale di cancelleria, perché l’ economato aziendale a loro non lo fornisce («Non sono forse dei piccoli imprenditori di se stessi?»). Infine c’ è la «serie D»: gli stagisti. Questi vengono attirati con la prospettiva di un futuro ingaggio, lavorano gratis o con un «rimborso spese» di poche centinaia di euro al mese e quando finisce lo stage nella maggior parte dei casi vengono lasciati a casa senza neppure un «grazie», essendoci sempre numerosi altri laureandi o neolaureati disponibili a sostituirli.