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 2011  novembre 05 Sabato calendario

ITALIANI DA INVASORI A VITTIME - I

tedeschi conducevano nei Balcani una guerra totale, senza remore. Gli italiani non capivano bene che guerra stessero combattendo. La differenza fu chiara sin dal 1941, e il Terzo Reich impose ben presto la sua egemonia. L’8 settembre, con il nostro esercito completamente travolto, segnò la conferma definitiva. È il primo dato generale che emerge dal libro di Elena Aga Rossi e Maria Teresa Giusti Una guerra a parte (Il mulino). Un testo che ha il merito di richiamare l’attenzione su un teatro bellico finora trascurato e di ripercorrere zona per zona (Albania, Grecia, Slovenia, Croazia, Montenegro) tutte le diverse fasi del conflitto, compresi gli strascichi postbellici, con uno scavo documentario senza precedenti e un’impostazione decisamente innovativa.
In quella parte di Europa non vi furono grandi battaglie e i militari italiani non si coprirono mai di gloria. Erano invasori impegnati a reprimere con durezza una guerriglia spietata, in un contesto di violenti conflitti etnici e politici tra le popolazioni locali. E all’armistizio del 1943 seguì una rotta disastrosa, che vide i tedeschi acquisire il controllo di tutti i Balcani e catturare centinaia di migliaia di prigionieri. È comprensibile che a lungo quei fatti siano stati rimossi o edulcorati.
Aga Rossi e Giusti invece guardano in faccia la realtà, in primo luogo per denunciare l’irresponsabilità del governo Badoglio e degli alti comandi: «Alla minuziosa preparazione tedesca per l’eventualità di una resa dell’alleato — scrivono — corrispose una pressoché totale mancanza di direttive e di coordinamento da parte italiana». Nell’estate del 1943 i nostri vertici militari cedettero alla Wehrmacht varie posizioni di rilievo nei Balcani. E non fecero nulla per preparare il ritorno in patria delle truppe di stanza in quell’area: Badoglio era disposto a sacrificarle, pur di non insospettire i nazisti.
Solo alla vigilia dell’armistizio furono emanate «istruzioni spesso generiche e contraddittorie, che mostravano la totale ignoranza della gravità della situazione». Si cercò di riportare una parte delle truppe a difesa del confine orientale, ma il generale Gastone Gambara, cui era stato affidato questo compito, non fu avvertito che la resa era imminente. Addirittura nel caso della Grecia il comando locale ricevette l’indicazione, espressa solo a voce, ma confermata da testimonianze dei generali Cesare Gandini e Carlo Vecchiarelli, di «andare con i tedeschi», il che violava gli accordi appena conclusi con gli angloamericani.
Non c’è da stupirsi se ne derivò una catastrofe. Rari furono i casi di comportamento dignitoso, molto più frequenti gli episodi di sbandamento. I militari del Terzo Reich, dal canto loro, non esitarono a ingannare le forze italiane con false promesse, pur di ottenerne la resa: inferiori per numero, erano tuttavia pronti a tutto. Molti ufficiali italiani si fidarono, dimostrando di non aver capito che cos’era la guerra totale. I tentativi di resistenza, meno sporadici di quanto si sia a lungo ritenuto, vennero stroncati brutalmente, con diverse stragi, tra le quali spicca l’eccidio della divisione Acqui a Cefalonia. Su quel famoso episodio, oggetto di polemiche infinite, Aga Rossi e Giusti si esprimono con grande equilibrio: riconoscono al generale Antonio Gandin, comandante della Acqui, il merito di non aver ceduto le armi, pur rilevandone gli errori, e ridimensionano il conto dei caduti (in combattimento o trucidati dai tedeschi), che furono circa duemila, non i novemila di cui spesso ancora si sente parlare.
Altri aspetti del libro in contrasto con la retorica antifascista riguardano il numero notevole, benché ampiamente minoritario, dei militari che si schierarono con i tedeschi, la sorte tragica di coloro che finirono prigionieri dei partigiani e le gravi difficoltà incontrate anche dalle unità che scelsero di combattere al loro fianco. Jugoslavi e greci, assai diffidenti, riservarono infatti ai nostri soldati un trattamento rude, a volte spietato. Spicca nella vicenda il comportamento di Mario Palermo, sottosegretario comunista alla Guerra del governo Bonomi, che si preoccupò soprattutto di sviluppare la propaganda marxista tra gli italiani unitisi alle forze di Tito (la famosa divisione Garibaldi) piuttosto che di favorirne l’agognato ritorno in patria.
Un ultimo punto interessante riguarda i crimini di guerra del nostro esercito, sui quali di recente varie pubblicazioni hanno sollevato il velo. Aga Rossi e Giusti contribuiscono anch’esse a sfatare il mito consolatorio degli «italiani brava gente», ma trovano improprio equiparare i nostri militari ai nazisti. Le direttive dall’alto furono spesso analoghe, ma la loro applicazione fu meno sistematica e crudele. Anche nella repressione, la condotta italiana rimase indietro rispetto alla logica di annientamento sposata in pieno dai tedeschi.
Antonio Carioti