Rita Querz (a cura di), Corriere della Sera 05/11/2011, 5 novembre 2011
LE GIORNATE DEL VOLONTARIO. I GIOVANI IN AUMENTO DEL 27% - I
LE GIORNATE DEL VOLONTARIO. I GIOVANI IN AUMENTO DEL 27% - I giovani stanno cercando la strada per riprendersi il futuro. E questa strada passa attraverso il volontariato. Esperienze occasionali o continuative, all’estero o nel quartiere. Per aiutare i diversamente abili, insegnare l’italiano agli stranieri, prestare soccorso in ambulanza, fare compagnia ad anziani soli. Il comune denominatore è uno soltanto: riprendersi il ruolo di cittadini attivi. Dediti a una causa. E di nuovo convinti di poter cambiare il mondo. Il primo segnale di un rinato amore tra giovani e volontariato arriva da una ricerca di CSVnet, rete dei centri servizi per il volontariato. I giovani di 20-24 anni che hanno dato una mano gratis in un’organizzazione non profit sono aumentati del 27%
tra 2009 e 2011. Anche l’indagine annuale sul volontariato a Milano e provincia che sarà presentata oggi in occasione della manifestazione «I giorni del volontariato» in corso nel capoluogo lombardo va in questa direzione. Dicono i giovani volontari: «Non ci interessa dimostrare che siamo buoni. Semplicemente ci mobilitiamo per cause importanti. Anche questo è un modo per contare». Ecco le loro storie.
a cura di Rita Querzè
«TUTTI I SABATI SULL’AMBULANZA. MI FA SENTIRE PIU’ MATURA» - Tra le braccia di Giada Bettini, 20 anni, sono passati anziani con crisi di panico, giovani vittime di un incidente stradale, cinquantenni infartuati. Milanese, soccorritore della Croce Verde Baggio, la ragazza ha l’aria di chi sa il fatto suo. «Nervi saldi, questa è la prima regola — racconta perentoria —. Nell’emergenza le emozioni vanno messe da parte».
Certo, tornano fuori dopo. «Mi ricordo la mia prima rianimazione. Era un uomo, aveva 60 anni. Non ce l’abbiamo fatta. È morto davanti a me. All’ospedale, quando tutto era finito, sono scoppiata in lacrime. Non riuscivo a smettere di piangere. Un medico mi abbracciò e mi disse: "Tranquilla, avete fatto tutto il possibile"».
Giada fa il turno sull’ambulanza a Milano tutti i sabati, dalle otto di sera alle otto del mattino. «Ho cominciato perché alla fine del liceo, prima di iscrivermi a medicina, volevo mettermi alla prova per capire se avevo davvero la stoffa per indossare il camice bianco. Adesso questo dubbio non ce l’ho più. Ho continuato a fare il volontario perché mi piace. Mi sento utile. Perché alla fine non mi viene in mente un modo migliore di trascorrere il sabato sera».
In servizio Giada ha conosciuto tra i tanti volontari anche il suo fidanzato. «Niente male, no? — scherza la studentessa —. Ma non è l’unico lato positivo. Grazie a questa esperienza oggi mi sento molto più "grande" e sicura dei miei coetanei».
«È DIFFICILE SEPARARSI DA QUEI BIMBI IN ROMANIA» - «Guardi, io le racconto volentieri la mia storia. Ma la prego, non la metta sul patetico. Non voglio che nessuno dica "Quant’è brava questa ragazza". Io faccio la volontaria perché sono egoista. Perché ricevo molto più di quello che do». Sarà. Ma Eleonora Ticca di certo è una che non si risparmia. Diciannove anni, milanese, primo anno di psicologia. In inverno collabora con i padri somaschi che aiutano le prostitute che battono a Milano a uscire dalla tratta: «Insegno loro l’italiano». D’estate va in Romania nei centri creati da Don Gino Rigoldi per accogliere bambini abbandonati dai genitori.
«Sono esperienze che cambiano la vita», comincia Eleonora, e senza saperlo ripete una frase che prima o poi tutti i volontari pronunciano. «A Bals e a Gura-vaii ho visto quello che mai avrei potuto immaginare. Bambini che non avevano mai avuto affetto da nessuno. Che si sono subito aggrappati a noi volontari come a un’ancora di salvezza — racconta la studentessa —. Il momento più duro è quando te ne vai. Perché non sai se potrai tornare. E non sai con quali parole, con quali rassicurazioni asciugare le lacrime di questi piccoli».
Per Eleonora Ticca tutto è iniziato quando un’amica le ha proposto andare insieme in Romania con Don Rigoldi. «Le ho risposto di sì, mi sono buttata — ricorda oggi —. Queste esperienze per me sono impagabili. Mi aiutano a dare un senso alle mie giornate. E ad avere l’impressione di poter cambiare le cose».
«STARE CON CHI HA UN HANDICAP NON E’ UN SACRIFICIO. NASCONO AMICIZIE SCHIETTE E MOLTO PIU’ PROFONDE» - Antonello Gerbi ha 23 anni. Da quando ne aveva 17 fa il volontario per l’associazione milanese «Handicap su la testa». Ha cominciato regalando un’ora e mezza alla settimana del suo tempo. Adesso non guarda più l’orologio: «Per me questa è diventata una seconda famiglia».
«Togliamo subito di mezzo un pregiudizio — esordisce lo studente in ingegneria —. Non c’è niente di triste, di cupo, di pesante nel mio coinvolgimento da volontario. Al contrario, lo faccio perché mi diverto». Divertimento? Non sarà più divertente una serata tra amici? «All’associazione io sono tra amici. E non pensi che l’handicap limiti le relazioni. Al contrario, per certi versi le agevola. I rapporti sono subito veri, diretti, privi di sovrastrutture. Gli abiti, l’aspetto: nulla di tutto questo conta più. Contano le persone. E queste persone si affidano a te in tutto. Anche per far fronte ai bisogni fondamentali: l’igiene personale e il cibo».
Gerbi ci mostra alcune foto con i sui amici. Con Angelo in piscina, con Luisa e Antonia (sulla sedia a rotelle) al mare. «Da un mese sono entrato a far parte del consiglio direttivo dell’associazione — racconta —. Un impegno in più. Mi do da fare per la ricerca fondi. Per questo organizzo eventi. Certo, stare con i ragazzi è molto più divertente. Ma il mio nuovo impegno serve a dare respiro alla nostra attività». «Dimenticavo: credo anche di avere imparato molte cose — conclude Gerbi —. A gestire gruppi di persone, per esempio. Questa esperienza mi ha cambiato la vita».