Giovanni Stringa, Corriere della Sera 05/11/2011, 5 novembre 2011
SALVATAGGI NELLA UE E VIGILANZA SUI PAESI. LA SECONDA VITA DEL FMI
Gli uffici sono a Washington, al suo vertice siede la francese Christine Lagarde e l’«azionista» numero uno è la Casa Bianca. A prima vista, il Fondo monetario internazionale sembra una classica istituzione nordatlantica. Se lo è, però, lo sarà sempre meno. Perché tra i 24 membri del suo consiglio esecutivo, una sorta di «board» che tiene in mano le redini dell’«azienda», i «manager» in ascesa hanno gli occhi a mandorla, sangue carioca o saggezza indiana. Oggi Cina, Brasile e India controllano il 10% delle quote del Fondo, ma con la riforma (che entrerà in vigore fra due anni) il loro peso dovrebbe crescere di qualche punto percentuale (e avvicinarsi agli Stati Uniti, oggi al 17%). Anche a loro — ai tre boom economici del momento — dovranno in qualche modo rendere conto gli ispettori che ogni tre mesi arriveranno a Roma per verificare conti e progressi dell’Italia.
Ma come è nato e come funziona il Fondo? Lanciato nel 1944 — durante i famosi incontri di Bretton Woods — per evitare nuove depressioni stile anni Trenta, stabilizzare i rapporti di cambio e promuovere la cooperazione monetaria, il Fondo si è poi impegnato in una lunga serie di finanziamenti per aiutare i Paesi in crisi e, quindi, risparmiare gli altri dal contagio. I capitali, al Fmi, li hanno versati i 187 Paesi membri. E all’entità degli stanziamenti è seguita, proporzionalmente, una quota nel capitale del Fondo. In altre parole, più un membro è generoso, più alto è il suo pacchetto «azionario» e più pesa all’interno dell’istituto. Nell’organizzazione lavora uno staff di 2.500 persone, e al suo vertice siedono 187 governatori (come il numero dei soci), 24 supermanager e un direttore generale, Christine Lagarde. I quali, spesso, devono firmare assegni e concedere finanziamenti.
Tra gli esempi più famosi, il caso inglese: nel 1976 il governo laburista, a corto di liquidità, chiese al Fondo un prestito da 4 miliardi di dollari, in cambio — fu la richiesta degli ispettori — di pesanti tagli alla spesa sociale. I conti dello Stato non sprofondarono, ma per i laburisti fu un duro colpo: tre anni dopo, alle elezioni politiche, i conservatori di Margaret Thatcher li scalzarono da Downing Street, dove riuscirono a tornare solo 18 anni dopo.
Più di recente, il Fondo ha firmato assegni, per esempio, per Thailandia, Corea del Sud, Russia, Brasile, Turchia e Argentina (che poi ha comunque fatto default). Assegni sì, ma non «in bianco», vale a dire sempre a fronte di promesse e impegni di risanamento dei conti pubblici. A volte mantenuti, a volte no. Erano, quelli, gli anni a cavallo tra vecchio e nuovo millennio, tra crisi russe, asiatiche e sudamericane. Dopodiché, per il Fmi, iniziò un periodo di relativa «calma». E nel 2007 l’allora direttore Dominique Strauss-Kahn annunciò addirittura tagli al personale a doppia cifra percentuale. Poi, però, con lo scoppio della crisi finanziaria internazionale, al Fondo il lavoro si è di nuovo moltiplicato ed è iniziata una sorta di «seconda vita». All’insegna — anche — di nuovi aiuti da erogare e assegni da firmare.
Il classico finanziamento concesso dal Fondo è la «linea precauzionale di credito». Rinnovabile, di durata tra uno e due anni, la linea di credito non può superare, all’inizio, il 500% della quota versata dal Paese che adesso chiede i soldi; e può poi lievitare fino al 1000% dopo 12 mesi, se lo Stato in questione si è dato da fare per correggere le proprie «pecche».
L’obiettivo dichiarato dei prestiti non è quello di soddisfare al 100% il fabbisogno dei Paesi membri, ma catalizzare altre fonti di finanziamento pubbliche e private. L’erogazione del prestito è subordinata alle «disposizioni» approvate dal consiglio esecutivo, che contengono un programma economico formulato dal Paese destinatario, ma con la consulenza del Fondo. L’impegno, spiegato e raccontato in una «lettera di intenti» (a volte seguita da un «memorandum di politiche economiche e finanziarie») è parte integrante del prestito. Quindi, dice il Fondo: «Io ti dò i soldi e tu mi dai le promesse; se non le manterrai, l’accordo è rescisso».
Questa «condizionalità» si concretizza in obiettivi ben precisi, mentre i prestiti del Fondo sono erogati in rate trimestrali. Insomma: se alcuni degli obiettivi non sono realizzati, i tecnici e gli organi del Fmi possono decidere se proseguire, sospendere o interrompere il programma. Ecco la sanzione.
In aggiunta, il Fmi ha finanziato finora — anche in tandem con il fondo Efsf — il 33% dei piani per il salvataggio dei Paesi europei «ad alta tensione». A ieri, Grecia, Portogallo e Irlanda. Per questo ci sono anche gli ispettori di Lagarde nella troika che «fa le pulci» ai conti e ai programmi di Atene. Il Fondo ha dato poi la propria disponibilità a finanziare un nuovo «special purpose vehicle» (società ad hoc) creato internazionalmente per attirare fondi da investitori esterni (come la Cina) e istituzioni per comprare titoli di Stato dei Paesi «a rischio». Qui Pechino avrebbe quindi addirittura un doppio ruolo: finanziatore diretto e, tramite il Fmi, indiretto.
Ma i tradizionali prestiti del Fondo (le «linee precauzionali di credito»), almeno per ora, non riguardano l’Italia. «Nel caso italiano l’eventuale sanzione può essere quindi solo di natura "politica": non ci sono prestiti da bloccare, ma semmai richiami all’ordine», spiega il capoeconomista di Intesa Sanpaolo Gregorio De Felice. «La posta in gioco — aggiunge — riguarda piuttosto il collocamento dei titoli di Stato». E i relativi tassi.
I rischi italiani sono, per ora, interessi ben più alti e una politica sotto continuo esame, se non addirittura «bocciata».
Giovanni Stringa