Libero 6/11/2011, 6 novembre 2011
MUSSOLINI (3
articoli) –
«CLARETTA MIA, NON SONO PIÙ QUELLO D’ALLORA»
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Il 19 gennaio 1944, l’esasperazione: «È per me una gioia e un sollievo telefonarti. Ma se i 20 controllori debbono registrare le nostre eterne discussioni – come poco fa è avvenuto – rinuncerò anche al telefono. Ma possibile che non ci sia verso di parlare con calma? Almeno per due – 3 minuti?». Benito Mussolini si è appena sciroppato l’ultimo sfogo di Claretta Petacci. L’ennesima scenata di gelosia. Nell’epistolario fra i due (in uscita il 15 novembre per Mondadori, di cui Libero continua a presentarvi in anteprima i contenuti), è uno stillicidio. La donna lo vessa in continuazione, gli attribuisce flirt ora con una stenografa ora con una certa Elsa ora con chissà che maliarda.
Mussolini tollera il tollerabile, poi esplode. Il 17 aprile del 1944 le scrive: «Perché vogliamo continuare a scambiarci delle lettere agro-dolci, come se fossimo dei diplomatici e della peggiore specie? Io ti ho spiegato perché e come domenica non mi fu possibile di vederti». L’11 maggio del 1944 si spazientisce: «No, cara, il tono minaccioso del tuo biglietto, non è il miglior passaporto per venire da me stasera, al termine di un pomeriggio che è particolarmente pesante. Nella stanza dello Zodiaco ci si poteva permettere il lusso di litigare perché, alla fine, si aveva il tempo di riconciliarsi: qui questo lusso è severamente vietato».
Nulla da fare, gli assalti e le furie di Clara continuano. A volte il duce li prende con «simpatia», altre volte si arrabbia. Più spesso ripete che l’idea di frequentare altre donne nemmeno gli passa per la testa: si sente demotivato, stanco. Non sono più quello di un tempo, le confessa. «È caduto, in me, ogni impulso. La mia vita oggi è totalmente casta: nei fatti e anche nei pensieri». La Petacci non vuole sentire ragioni. Il 18 febbraio 1945 Benito scrive che, per via di una visita della moglie in serata, non potrà vederla. Sentite la risposta: «Non ti vergogni? Non ti vergogni? Un uomo come te ridotto come un miserabile Arcibaldo? (...) E io dovrei ancora morire per te? Sei capace di fare il prepotente e la voce grossa con me che non ti ho mai mancato di rispetto, né reso ridicolo come avresti sempre meritato, per la tua condotta immorale e per il tuo atteggiamento inqualificabile? E vuoi farmi credere che temi tua moglie? E vuoi farmi credere sul serio che tu non hai avuto il coraggio di uscire? Tu che sei passato sul mio cadavere per le tue puttane! (...) Permetti che io ti dica che sei un disgraziato, un autentico disgraziato. Ti disprezzo, ti disprezzo e da questo momento è chiusa nella maniera più definitiva». Ovviamente non è finito un bel nulla. Il duce resterà avvinto a Claretta fino all’ultimo. Anche se la loro relazione gli ha procurato guai, pure con l’opinione pubblica, come spiega nell’introduzione al volume Elena Aga-Rossi.
I rapporti con la famiglia Petacci furono presentati come dal Corriere della Sera in piena infatuazione badogliana, il 25 agosto ’43, come «uno dei tanti casi di pirotecnica ascensione di donnette volgari e mediocri che caratterizzano la storia del passato regime». Aggiunge la storica: «Il 25 luglio stesso venne anzi presentato come una campagna moralizzatrice, in cui alle ruberie dei gerarchi, alla decadenza di Mussolini, che si perde dietro le sottane, si contrappone la dirittura, l’integrità della monarchia. La “questione morale” fu ampiamente utilizzata per spiegare ufficialmente agli italiani le forzate dimissioni del duce ed è in questo clima che avvenne anche l’arresto della stessa Petacci».
E intanto Claretta continuava a fare scenate al suo Ben...
Francesco Borgonovo
TU DIVIDI CON ME IL PRIVILEGIO DELL’ODIO UNIVERSALE –
5 dicembre 1943
Cara, ti scrivo colla speranza che tu distruggerai le mie lettere. Quelle di prima in quali mani sono cadute? Ho la impressione netta e terribile che tu non ti rendi minimamente conto di quanto è accaduto, accade, può accadere. Tu dimentichi che io sono praticamente inesistente. Che la mia autorità è nulla. Il mio potere, zero. Questo lo dimentica, anche tua sorella, la quale crede che io possa aprire o fare aprire un cassetto, senza procedure di sorta. Tutto ciò non può essere fatto che da un tedesco, al quale io non posso dare ordini, ma semplicemente raccomandazioni. E l’ho fatto. Tua madre ha detto l’altra sera una verità sacrosanta: e cioè che tutti sono contro. Tu dividi con me, il privilegio dell’odio universale, cioè di fascisti, antifascisti, indifferenti. (...) Ti ho lasciato un giornale di Treviso. Potrei mandartene altri e lettere anonime. Niente è dimenticato. Quelle infami pubblicazioni hanno inferto un colpo durissimo al mio prestigio. Negarlo è puerile. In questa situazione si impone: la riserva, la solitudine, il silenzio. Non ho visto donne, non vedrò donne. Non posso vedere donne. Ti prego di ascoltarmi, almeno una volta prima che un altro ciclone si abbatta su te e sui tuoi. Ti prego di distruggere la presente.
Tuo Ben.
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23 gennaio 1944
Mia cara,
rispondo alla tua lettera. Ti ripeto per l’ennesima volta, nel modo più serio e definitivo che non ci sono donne né vecchie, né nuove, né di giorno, né – tantomeno! – di notte nella mia vita. E di questo, basta. La mia carne dorme profondamente, cloroformizzata dalle varie tempeste nelle quali vivo e mi dibatto. Se queste buffissime tue trovate e supposizioni, hanno lo scopo di prepararti l’alibi, - buffissime e alla fine offensive! sei libera. Ma ti prego di cambiare registro e ti prego al telefono di non farmi urlare, quando è oramai noto che decine di persone ascoltano e registrano. Io odio il telefono, oramai. Lo odio perché quanto dico e mi dici finisce su di un tavolo molto lontano. (...)
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30 gennaio 1944
Clara,
da una lettera di Mimmi – troppo lunga invero per i miei occhi che accusano già la stanchezza dell’imminente crepuscolo – ho l’impressione che tu dubiti della mia fedeltà. Hai torto. Ti ripeto ancora una volta che la mia condotta sotto questo riguardo è irreprensibile. Per quanto possa sembrare ridicolo, consegno a questo foglio la mia parola: sono casto, dico casto, negli atti e nei pensieri. Dal 13 dicembre così è e sino al nostro incontro, così sarà. Ho una certa tal quale soddisfazione nel dirti ciò. Mi sembra di essere più spirito e meno carne. Due fatti hanno determinato ciò: la passione politica che mi brucia il sangue in questo momento e il mio amore per te. Dovresti gentilmente dispensare dal suo disturbo, il tuo guardiano notturno. (...) Ti giunga il mio abbraccio devoto e teneramente fedele.
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2 febbraio 1944
Mia cara, se tu mi amassi veramente, colla dedizione che giunge anche alla rinuncia tu mi scriveresti una lettera nei termini seguenti.
– Caro Ben, io vivo il tuo dramma. Terribile dramma perché è il dramma di un popolo crocifisso.
Il mio non è che una ritrazione infinitesimale del grande dramma. Milioni di uomini e donne sono nelle mie condizioni. Comprendo che non ti piace di essere seguito da una scorta armata e pubblica. Ma dal momento che tu mi sei fedele, io aspetto in silenzio e rinuncio nell’attesa di una giornata, almeno una – di sole! – Intollerabile mi sarebbe il pensiero, se la mia rinuncia fosse inutile, ma io sono sicura che “veramente” quanto mi dici è “vero” e che cioè tutto in te è terso come cristallo puro. Mi chiedi un sacrificio: sia, il mio amore è capace di questo e altro tua Clara –.
E io ti risponderei: Mia piccola: è la lettera che attendevo. Tanto più apprezzo quanto mi dici in rapporto al peso della tua rinuncia. Ti sono grato di comprendere che quando un dramma investe un popolo, tutto ciò che rimane di personale - passa in seconda linea. Ti sono soprattutto grato di credere a quanto ti dico. Veramente ogni desiderio è caduto. La mia carne sembra caduta in letargo. I miei pensieri non seguono che una direzione: vedere di risorgere, perché altrimenti tutto è finito; trenta secoli di storia - e quale! - perduti. La vita stessa non ha più sapore, né valore per me e nemmeno per gli italiani. Adoperiamoci tutti perché il sole ritorni e col sole, l’amore che rimarrà fiaccola sotto il moggio perennemente accesa. Addio Clara, ti abbraccio, con la tenerezza di ieri, oggi, domani.
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20 febbraio 1944
Mia piccola tempestosa e tuttavia adorabile tigretta, voglio dire che ti sbagli nell’attribuirmi tanti reconditi e obliqui pensieri. Non oggi, ma domani o dopo e certo fra pochi giorni, ci rivedremo. Perché, piccola belva innocente, io lo desidero. E poiché tale desiderio sommuove anche la tua anima, io ti perdono i tuoi scatti tanto più che l’unica partenza della quale sei capace, non può avere che una meta: la mia. (...) Tu vorresti “sequestrarmi” poiché mi consideri cosa “tua” proprietà tua. In fondo lo sono. Sono oramai dodici anni trascorsi da quell’incontro del 24 aprile che decise il corso della tua vita. Questo corso oramai non lo puoi più cambiare; né io, lo voglio. Siamo legati allo stesso destino, e il vincolo che ci stringe è un amore che supera anche il tempo. Il tuo Ben ti abbraccia.
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6 aprile 1944
Mio immutabile Amore,
quando tu manifesti la tua strenua, intransigente, monopolistica gelosia, mi pare di vederti e mi attiri. Mi piaci molto. Il tuo esclusivismo è simpatico e mi allieta, sopratutto quando è arbitrario, come nel caso di Elsa che non è quella di Brabante, per la quale Loch “avanza il piè” a singolar tenzone. Si tratta di una professoressa nata a Palermo, la quale insegnava a Tunisi ed ha vissuto le tragiche ore della nostra ritirata e ha naturalmente perduto tutto a Tunisi e tutto a Palermo. Inoltre aveva subito le solite miserie di carattere burocratico e voleva su Tunisi e sul resto riferire per ottenere giustizia. La ricevetti due mesi fa circa e mi raccontò tutto. Tre settimane fa desiderò vedermi ancora per darmi qualche notizia su Venezia dov’ella vive. È tutto. Ella non ha più nulla da dirmi e io non ho più nulla da dire a lei. Il “cigno” è affogato. Sei ora tranquilla? Tutto fu, naturalmente, correttissimo. Credimi, non sono più quello di un tempo, quantunque a tal proposito si sia grandemente esagerato. Credimi, è questa per me, un’epoca di grande dolore. Pochi uomini nella storia hanno avuto un destino più crudele del mio. Di tutto ciò che ho fatto durante venti anni non restano che macerie di cose e di uomini.
Ci pensavo stamani. E sempre mi assale la nostalgia non tanto di Roma, quanto di taluni punti di Roma. Anni felici quelli dal 1931 al 1941! Saranno cresciuti i tuoi pini, dai quali, tu ammalata, i passeri ti salutavano? E il tuo orto? E i tuoi fiori? E il Terminillo? E la Via Appia? E Castelporziano? E il nostro mare, la calda campagna che ti dava le vertigini? E la prima volta che un motoscafo trascinò il tuo pattino? Di notte, ora non dormo più come una volta, la nostalgia mi consuma, perché sento che tutto ciò è per sempre finito. Ti abbraccio Clara, con tutta la tenerezza che vuoi.
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28 aprile 1944
Clara,
quando tua madre mi ha detto che te ne eri andata, ho pensato alle tue fughe di altri tempi felici, quando dopo una corsa a rompicollo potevo raggiungerti, col telefono, nelle ore piccole. Il “caso” non esiste. Ti prego di non inventarlo. Io ignoravo l’esistenza di questa stenografa.Dovevo dettare una “nota” urgente e l’ho cercata. Era la prima volta. Sarà l’ultima. Non è interessante. Non so se fosse nel treno, comunque io non l’ho vista e non ne ho neppure notata la presenza. Non ricordo se si chiami A. o B. o C. La tua gelosia è molto simpatica, ma è altrettanto irragionevole. Qui, veramente, manca la ragione del contendere. Credimi non è degno di te. Spero che tu sia a quest’ora ritornata all’ovile, ammesso che te ne sia allontanata, e qui ti raggiunge l’abbraccio di Ben.
Benito Mussolini
LE AMBIZIONI DELLA FAVORITA TOTALMENTE DEVOTA AL MITO –
«Distruggere!», «Stracciare!»: sono i verbi che compaiono più di frequente nelle lettere di Benito a Clara. Le esigenze di Mussolini sono abbastanza comprensibili. Non vuole che il contenuto di queste lettere vada in giro e sia usato come arma contro di lui. Ciò perché per Mussolini si tratta di lettere assolutamente private, che non debbono essere lette da altri che dai due protagonisti di questa storia. Mussolini è preoccupato e ne ha motivi validi: nei primi mesi dell’avventura repubblicana, esattamente nel novembre del 1943, un ufficiale tedesco vicino alla segreteria di Mussolini era stato avvicinato da un noto fotografo romano, Elio Luxardo, che gli aveva sottoposto un blocco di fotografie che riproducevano molte lettere del Duce alla Petacci relative agli anni precedenti. Mussolini riebbe le lettere, ma si arrabbiò parecchio e fu molto duro con la giovane amante, ordinandole discrezione e prudenza.
Un linguaggio non diplomatico
Mussolini nelle lettere usa un linguaggio assolutamente non diplomatico, molto aperto e diretto. Anche per questo spera che Clara distrugga le lettere. Solo una speranza, quella di Mussolini, in quanto è impossibile pensare che il Duce non immaginasse la sorte di quelle lettere: la conosceva troppo bene per illudersi di essere riuscito a ridurla all’obbedienza. Tuttavia, Mussolini ha assoluto bisogno di Clara per sfogarsi, per raccontare finalmente la verità su troppe cose che a Salò non funzionano, per rilassarsi dopo una giornata faticosa e, spesso, inconcludente, per prendersela con questo o con quel gerarca, per fare considerazioni amare sul suo ruolo privo di reale potere.
Clara, invece, non distrugge, ma conserva. Copia proprio le lettere perché sa che Mussolini le distruggerà non appena le avrà lette; conserva le lettere del Duce perché costituiscono la memoria storica del loro amore.
Per Clara, quella con Benito non è una storia qualunque. È la storia con l’uomo più importante, con l’eroe, con lo stratega, con il diplomatico. Ed è una storia che ha consentito a Clara e al suo ambiente familiare le tante incursioni in campo politico che Mussolini non ha mai apprezzato, che ha spesso sopportato e che adesso lo infastidiscono non poco.
Il clan Petacci, come viene chiamato con dileggio dai fascisti doc, è formato dall’ambiente familiare e da quell’insieme di personaggi vicini alle istituzioni (poliziotti, informatori, uomini di partito) che obbediscono alle richieste di Clara: si tratta di sistemare amici, parenti, di avere informazioni riservate, di avere rapporti con i tedeschi. Certamente, sia Rachele che Clara avevano a Salò i loro potentati politici, ciascuna con la propria corte, i propri informatori, i funzionari compiacenti e sicuramente i Petacci ebbero grandi vantaggi politici ed economici dalla relazione di Clara con il Duce. E anche gli affari di Marcello si spiegano soltanto in questa ottica.
Spia al servizio di Churchill?
Alcune tesi recenti vorrebbero Clara spia dei tedeschi, ovvero degli anglo-americani. Si tratterebbe di una sorta di Mata Hari talmente abile da non consentire ancora, dopo oltre sessanta anni, di stabilire per chi facesse la spia. Magari spia di Winston Churchill, come la considera Ferdinando Petacci, figlio di Marcello, aggiungendo che Clara trascriveva le lettere perché così fanno generalmente le spie. Inoltre, il nipote di Clara ha sostenuto che non vi sarebbero dubbi sull’atteggiamento antinazista della zia.
Ma leggendo le lettere poste in nota a quelle di Mussolini, e leggendo le stesse notazioni del Duce, non mi pare si possa essere così sicuri.
Molto probabilmente, più che una spia era solo una donna innamorata di un mito, quello di Mussolini, al quale avrebbe sacrificato la vita.
Giuseppe Parlato