Alessandro Dellԏrto, Libero 6/11/2011, 6 novembre 2011
«GULASCH, ALLUCINAZIONI E PUZZA I MIEI SETTE GIORNI DA EXTRATERRESTRE»
«Piacere, sono Franco Malerba. Benvenuto a Parigi, come è andato il volo?».
Beh, sì, come dire... È imbarazzante ammetterlo di fronte a lei. TGV. Treno.
«Paura dell’aereo, eh? Eppure le statistiche dicono che sia il mezzo più sicuro».
Lei quante ore di volo ha all’attivo?
«Non molte. Ho il brevetto per piccoli aerei privati, ma ora ho smesso di pilotare».
Più ore come passeggero?
«Se poi contiamo la missione spaziale...».
Contiamola.
«Sette giorni, 23 ore e 15 minuti. Centosessanta orbite. Ogni orbita sono 40 mila km. Faccia lei il totale».
Sei milioni e 400 mila km!
«Ci fosse uno di quei premi per le miglia accumulate in volo, viaggerei sempre gratis».
Buona questa. Torniamo a terra, Malerba. Da quanto vive a Parigi?
«Dal 2001. Ora sono consigliere scientifico alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’OCSE e l’ESA».
Torna spesso in Italia?
«Meno di una volta al mese, ma la gente mi ricorda ancora con affetto».
La domanda classica che le fanno?
«I ragazzi si informano su come si diventa astronauta. Non esiste una scuola: ogni tot anni una selezione».
A proposito di ragazzi, voliamo nel tempo. Fino al baby Malerba.
«Nasco a Busalla (Ge) il 10-10-1946».
Cresce con la testa tra le nuvole?
«Macché. Mi appassiona il meccano, sono pratico. L’unico rapporto con l’aria è l’hobby dell’aeromodellismo».
Scuole?
«Maturità classica, laurea in Ingegneria elettronica con specializzazione nel campo delle telecomunicazioni (110/110 cum laude) e comincio a collaborare con il Laboratorio del CNW di Cibernetica e biofisica. Dopo due anni di ricerca negli Usa, nel ’74, mi laureo anche in Fisica».
Sport?
«Faccio scalate, sono sommozzatore. E nel ’73, negli Usa, prendo il brevetto di pilota».
Già, il volo. Il cielo. È il periodo delle missioni: il 16 luglio ’69 avviene lo storico sbarco sulla Luna. Qualcuno sostiene che sia stata una bufala.
«Ho conosciuto John Young, nono uomo ad andare sulla Luna. È tutto tranne che attore».
Torniamo a lei. Quando l’impulso dello spazio?
«Nel ’77 lavoro in un’azienda informatica, un collega mostra il ritaglio di giornale: concorso per astronauti. Vado alle selezioni a Roma. Durissime».
Tipo?
«Esami medici, prove di aeronautica, centrifuga, test psichiatrici».
Supera le selezioni nazionali ed europee, ma all’ultimo sfuma tutto.
«Siamo in quattro europei, io unico italiano. La Nasa decide per un taglio e tocca a me. Siamo nell’aprile del ’78, in Italia si ricerca il cadavere di Aldo Moro, lo Stato è in difficoltà: questa situazione pesa.Mal’idea di diventare astronauta non l’abbandono».
Curiosità: avete una patente particolare?
«No. Ma io considero astronauta vero solo chi ha volato nello spazio. Siamo circa 450, 2/3 sono americani e russi. Europei una cinquantina, di cui 5 italiani».
Nell’89 le si presenta la seconda occasione.
«Ai test ci vado per concludere qualcosa lasciato in sospeso. Restiamo in 7 e la scelta definitiva questa volta la fanno negli Usa».
Vince lei. Franco Malerba è il primo astronauta italiano ad andare nello spazio con una missione (STS-46) di alto profilo internazionale. Quando si trasferisce là?
«Nel ’90, c’è ancora tensione per l’incidente dello Shuttle dell’86. Mi sottopongo a due anni e mezzo di addestramenti. L’obiettivo della missione è lanciare il satellite dalla stiva, tenerlo legato a un filo, un cavo conduttore, e farlo diventare una dinamo nello spazio. Idea italiana del professor Colombo».
Malerba, ci siamo. Il lancio è vicino, ci porti con lei nello spazio. Qualche dettaglio per capire: quanto è grosso lo Shuttle?
«Come un DC-9. Ma si vive solo nella cabina, grande quanto una stanza».
Descriviamola.
«Due piani, chiamati ponti. In quello superiore la vetrata e i comandi. Poi un vetro nel soffitto e uno dietro che dà sulla stiva. Nel piano sotto, a destra, le cabine. Loculi in cui dormire».
Orizzontali?
«Si apre una lastra scorrevole e c’è un sacco a pelo, bloccato al fondo da una zip, con dei buchi per infilare le braccia».
Il bagno?
«Là dietro, nell’angolo a sinistra, chiuso da una tendina. È una mezza sfera con sopra una sella. In assenza di gravità tutto viene aspirato – quindi anche gli odori – tirando una leva. Il serbatoio verrà svuotato poi a terra».
Docce?
«Niente. Non c’è acqua se non in piccole bustine. A fine missione la cabina rischia di avere un odore stagnante, ma nello spazio l’olfatto si abitua ed è meno sensibile».
Abbigliamento?
«Casual. Maglie a righe stile rugby. Poi pantaloni e calze. Niente scarpe, non servono».
Cibo?
«Disidratato, così si conserva più a lungo. Una specie di grumi di polvere che noi riidratiamo e diventano mangiabili. La scelta di piatti è varia, io preferisco riso con pollo».
Cosa si beve?
«Acqua o succhi di frutta contenuti in confezioni tipo buste postali con una cannuccia. Niente alcol, ovviamente».
Curiosità finale. Il bagaglio personale?
«Ognuno può portare 30 oggetti, che restano nella stiva. A bordo solo tre effetti personali. Io scelgo la foto di Colombo, un gagliardetto delle celebrazioni colombiane e una medaglia della Madonna della Guardia».
Ultima settimana prima del lancio.
«L’equipaggio – siamo in sette – viene ospitato in una foresteria asettica, al riparo da contaminazioni batteriche. Siamo in due squadre, quella azzurra e quella rossa. Noi lavoreremo di notte, gli altri di giorno: quando per noi è tempo di colazione, i rossi cenano».
Malerba, ci siamo: 31-07-1992.
«Indossiamo calzamaglia da ginnastica, muta pressurizzata arancione, cuffia con microfoni e auricolari, stivali, casco, orologi. Si entra in Atlantis e ci leghiamo ai sedili, in posizione orizzontale guardando all’insù».
Parte il conto alla rovescia.
«Dentro non lo si sente. Negli ultimi 7 minuti è tutto automatico, si può solo dare lo stop».
Paura?
«No, il training ci ha condizionato e pensiamo solo alla missione. Più ansia, incertezza di non partire. Io, Jeff e Franklin ci stringiamo la mano. Si accendono i motori, viene dato il “go”, Atlantis sobbalza, una scossa, saltano i bulloni che ci trattengono al suolo, si va».
Cosa sente?
«Vibrazioni che squassano la struttura, come se si fosse in mezzo a un uragano. L’ascesa è fragorosa. La velocità aumenta di quasi 100 km/h ogni secondo. Dopo due minuti un’esplosione sorda: sono i razzi che si separano dopo averci fatto staccare dalla terra e perforare l’atmosfera. Lo Shuttle smette di accelerare, mi sembra che il soffitto diventi la parete di fronte: disorientamento spaziale».
Cosa vede?
«Nulla, sono nel ponte giù senza finestre. Il comandante però annuncia che il cielo si è fatto nero, siamo emersi dalla piscina azzurra dell’atmosfera nel vuoto del cosmo».
Quanto tempo è passato?
«Sei minuti, siamo fuori dall’atmosfera e acceleriamo di quasi 1000 km/h ogni 10 secondi. Poi si rallenta, siamo in orbita».
Galleggiate.
«Ci slacciamo dai sedili, togliamo le tute e mettiamo ordine. Operazione necessaria».
In che senso?
«In assenza di peso, quando si lascia una cosa a se stessa, sembra che resti dove è. In realtà se ne va lentamente per conto suo. Ecco perché ogni oggetto ha francobolli di velcro che lo fanno attaccare alle pareti».
Il fisico come reagisce a questi primi minuti di assenza di gravità?
«Ho allucinazioni da assenza di peso. Entro nell’airlock, a carponi, per prendere un sacco. All’uscita mi sembra di sbucare da un pozzo».
È ora di dormire.
«Noi della squadra azzurra abbiamo la fortuna di andare subito a letto. Prima, però, salgo al ponte di volo per guardare fuori e godere l’universo dallo spazio».
Che si vede?
«È notte, il cielo nero bucherellato da puntini brillanti. Sopraggiunge il sorgere del sole, spettacolo irreale ».
In che senso? Descriva.
«Nel nero profondo che confonde Terra e spazio si accende un arco luminoso di intensità crescente e di colore cangiante, prima rossastro, poi azzurro, poi bianco, infine abbagliante. La terra si illumina sotto di noi, emozione pazzesca».
Ma a quanti km di distanza siete?
«Quattrocento, la vediamo grande e riempie tutto il vetro. Le giriamo intorno a 26 mila km/h e la forza centrifuga che questa velocità genera ci evita di essere risucchiati dalla forza di gravità».
Prima dormita nello spazio. Il risveglio?
«Tutto ok, ma mentre faccio colazione di cereali vengo assalito da un odore intenso di gulasch. È la cena di un collega dei rossi!».
Nei giorni successivi lavorate col satellite. Ma il filo si attorciglia.
«Delle 12 esperienze in programma ne facciamo solo alcune e in condizioni non ottimali. Il che provoca un po’ di delusione».
Un momento relax da ricordare?
«La squadra rossa dorme e io e Nicollier siamo al ponte di comando. Io italiano e lui svizzero. Ci guardiamo: “The Shuttle is in the hands of Aliens!”, lo Shuttle è nelle mani degli alieni. Capito? La parola Alien in americano significa straniero, ma anche extraterrestre».
Dopo sette giorni il ritorno sulla terra.
«Lo Shuttle rallenta facendo piccole virate, come uno sciatore in slalom. Scendiamo in volo planato e non si possono riaccendere i motori. Non c’è una seconda chance».
Quanto dura la fase di atterraggio?
«Un’ora. Quando incontriamo i primi strati rarefatti dell’atmosfera le superfici esterne si scaldano, anche fino a 2000 gradi. Dentro fa caldissimo. Si scende, siamo a 4000 metri e ancora in velocità supersonica, a terra sentono il nostro bang. A 700 metri il muso del velivolo si alza, si apre il carrello, le ruote posteriori rullano, poi le anteriori. Terra!».
Prima reazione?
«Faccio per alzarmi, ma non ci riesco. Mi sento trattenuto da una forza inattesa. Guardo le cinture del sedile: sono slacciate! Ci riprovo. Nulla. La disabitudine alla gravità fa sì che ora debba compiere uno sforzo volontario per concentrare l’energia».
È arrivato. Ce l’ha fatta. Si rende conto, però, di aver preso un bel rischio?
«No, in quel momento no. Oggi invece penso che siamo stati un po’temerari. Per esempio, consideravamo il rientro una passeggiata, ma il disastro del Columbia del 2003 ha dimostrato che è rischioso pure quello».
Ha visto nulla di strano nello spazio?
«Qualche stella cadente. Perché?».
Nessun extraterrestre? Lei crede agli Ufo?
«Non ne ho visti. Esistessero forme di vita simili alle nostre, con le stesse conoscenze, penso ci avrebbero già mandato segnali».
E forme differenti?
«Ci sono tanti pianeti nell’universo, può darsi che qualcuno sia simile a noi. Non escludo che ci possano essere altre forme di vita».
Torniamo a lei. Dopo il rientro fa l’europarlamentare per Forza Italia.
«Esperienza nuova e bellissima. Nel ’99, però, non vengo rieletto, torno al mio mestiere ed eccomi qui».
Ultime domande veloci. 1) Missione a cui le sarebbe piaciuto partecipare?
«La riparazione del telescopio spaziale Hubble».
2) Ha qualche oggetto-ricordo del volo spaziale?
«Uno degli 8 bulloni che tenevano lo Shuttle ancorato a terra prima del decollo».
3) Quanto ha guadagnato nello spazio?
«Prendevo uno stipendio da ricercatore dall’Agenzia Spaziale Italiana, più o meno 4 milioni di lire. Più una diaria di circa 70 dollari al giorno per tutto il periodo di permanenza negli Usa per la preparazione».
4) Dove arriverà la ricerca spaziale?
«Si faranno grandi passi in avanti, ma le frontiere più lontane le raggiungeremo senza uomini. Solo con piccoli fantastici robot».
Ultima. Malerba, a luglio sono vent’anni che è stato nello spazio. Festeggerà?
«Il mio sogno è una manifestazione ufficiale per ricordare l’evento. Che è stato importante per me, ma soprattutto per l’Italia».
Alessandro Dell’Orto