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 2011  novembre 05 Sabato calendario

LE LETTERE DEL DUCE A CLARETTA (5

articoli) –

LE LETTERE INEDITE DI MUSSOLINI A CLARETTA PETACCI –

Un uomo provato, sofferente, smagrito. Confinato nella Repubblica di Salò mentre il nemico avanza. Un uomo che a fine giornata vuole soltanto sfogarsi con la donna che ama ancora, anche se lei lo tormenta con gelosie infinite e assurde, lo assilla con pretese irrealizzabili. Questo è il Benito Mussolini che emerge dall’epistolario con Clara Petacci, che Libero pubblica in anteprima. Si tratta di materiale eccezionale, raccolto per la prima volta in volume da Mondadori, che lo manderà in libreria il 15 novembre col titolo A Clara. Tutte le lettere a Clara Petacci 1943-1945. Lo scambio epistolare copre i seicento giorni della Rsi e finora è rimasto conservato nell’Archivio centrale dello Stato, a partire dal 1950 quando fu ritrovato e acquisito il fondo Petacci. Si tratta dunque della prima edizione critica, che riporta integralmente tutti i documenti che vanno dall’ottobre 1943 all’aprile del 1945. Carte sicuramente autentiche, che Luisa Montevecchi ha trascritto e curato. Firmano i saggi introduttivi storici di altissimo livello, come Agostino Attanasio, Elena Aga-Rossi e Giuseppe Parlato, quest’ultimo ben noto ai lettori del nostro giornale, di cui è apprezzato collaboratore.
Di alcune missive il contenuto non era ignoto, alcuni studiosi hanno potuto analizzarlo, come per esempio Pasquale Chessa, il quale ne ha tratto il libro L’ultima lettera di Benito (uscito lo scorso anno per Mondadori e realizzato assieme a Barbara Raggi). Il volume che presentiamo, tuttavia, offre ai lettori il materiale nella sua interezza, così come Mussolini lo ha scritto. Secondo il duce, per altro, queste pagine avrebbero dovuto essere distrutte. Egli quasi in ogni lettera raccomanda all’amante di stracciare i fogli, di eliminarli affinché non capitino nelle mani sbagliate (come accaduto una volta, con la circolazione di fotografie dei fogli). Claretta però non obbedisce. Convinta che il suo Ben avrebbe fatto sparire ogni traccia, conserva scrupolosamente le carte che dunque sono arrivate fino a noi.
Fino al 2009, nessuno storico ha potuto esaminarle. Nemmeno Renzo De Felice riuscì nell’impresa, benché ne avesse fatto richiesta. Di fronte alle numerose domande degli studiosi, poi, è stato deciso di affidare all’Archivio dello Stato medesimo la curatela, in modo che fossero evitate operazioni scandalistiche. Dopo tutto, il contenuto delle lettere è privato. Raramente Mussolini parla di politica. Più di frequente espone il suo stato d’animo, si mostra ferito nell’orgoglio, prostrato. In altre occasioni si infuria con l’amica perché lei non gli obbedisce e lo costringe ad «urlare al telefono», cosa parecchio imbarazzante visto che le conversazioni erano intercettate.
Nonostante le arrabbiature, il duce continua a scrivere, a farsi sostenere dalla sua Clara. La rassicura, le dice a più ripetizioni che i suoi sentimenti sono gli stessi degli anni radiosi, dei momenti felici che rimpiange. Il 28 ottobre del 1943, per esempio, le scrive: «Mia cara, colla tua insuperabile sensibilità amorosa, tu hai creduto di avvertire in questi ultimi giorni, una specie di allontanamento mio, da te, che penso e amo come sempre».
In altre occasioni, sembra cedere allo sconforto. Il 20 novembre 1943, per esempio: «Come vedi l’atmosfera che mi circonda è torbida. Ed io sento nell’aria qualche cosa di grave che si prepara. La mia giornata è sempre più dura e arida. Vivo solo, non parlo con nessuno. Mi sento circondato. Non mi si vuole dare la possibilità di muovermi. Quando mi muovo, l’apparato italo-germanico di protezione è imponente. (...) Quando potrò rivederti? Chi lo sa. Oggi la mia volontà è incatenata. Bisogna avere molta pazienza. Siamo in fondo all’abisso. Ciò che è accaduto dal 25 luglio all’8 sett. è semplicemente mostruoso».
Mentre tutt’attorno regna il caos e la sconfitta incombe, Clara si preoccupa ancora che il suo amato non frequenti altre femmine, e lo bacchetta in continuazione, minaccia di lasciarlo. Benito patisce ma sopporta. In fondo sa che il suo destino coincide con quello della Petacci. Finiranno assieme, e non sarà una fine radiosa.
(1. Continua)

Francesco Borgonovo

10 OTTOBRE 1943 – LA NOSTRA ITALIA MASSACRATA DA VIGLIACCHI E TRADITORI –

Cara, comincio col dirti: per la giovinezza che m’hai dato, per la fedeltà che mi hai portato, per le torture che hai coraggiosamente sopportato, durante il periodo più nero della storia italiana, io ti amo, come nel 1936-39, come nel 1940, come sempre. Ma prima di parlare di noi, parlo della nostra cara, grande, infelicissima Italia, due volte massacrata e tradita il 25 luglio e l’8 settembre.
Quale infamia nei capi, re e Badoglio – quale incoscienza nel popolo, quanti tradimenti e viltà nei dirigenti. Ti risparmio i nomi.
Oggi siamo inermi. Non abbiamo più un soldato, un aviere, un marinaio. Non un cannone, un fucile, un carro armato, un camion, un velivolo, un bastimento, una uniforme.
Gli stessi soldati, prima di sbandarsi come branchi, hanno dato l’assalto ai magazzini – che erano pieni e non vuoti come proclamavano i traditori – poi è venuta la volta del popolino e finalmente gli alleati. Non c’è più nulla. Bisogna ricominciare dalle fondamenta ed è quello che sto facendo, tra difficoltà che puoi facilmente immaginare.
Il popolo è demoralizzato, avvilito, immiserito; ora, forse, è pentito di avere “dimostrato” per il re e compagni nelle giornate del 25 luglio e successivi. Roma imbandierata per due settimane; come se avessimo battuto la Gran Bretagna! Roma! Quella Roma che io avevo fatto grande, maestosa, unica!
Quella Roma, dove, forse, nessuna famiglia, era stata priva del mio aiuto! E che cosa avrà pensato il mondo della “volubilità” della nostra gente urbana! Veramente – come ti dicevo – io avevo sognato! Qualche volta mi punge il dubbio, se io non continui ancora a sognare. Sono gli attimi di stanchezza, quando il disagio fisico, si aggiunge a quello morale.

Benito Mussolini

19 GENNAIO 1944 – ANCHE NELLA TEMPESTA, RESTO SEMPRE IL TUO BEN –

Mia cara,
una telefonata come quella di ieri sera, calma, affettuosa ha il grande risultato di distendere i nervi. E riconcilia anche coi controllori del telefono.
Lo so che ti impongo un sacrificio, o, meglio, una rinuncia. La tua giovinezza ti dà dei diritti. Ma chi è, oggi, in Italia e nel mondo che non è costretto a rinuncie più o meno gravi? Tuttavia io ringrazio il destino che mi ha permesso di ritrovarti, dopo l’uragano dell’estate infausta, ringrazio il destino che mi ha permesso di rivederti, di stabilirti vicino a me, di tenerci in contatto sia pure colla discrezione che i momenti impongono. Non ti parlo di me. Ciò che ti ho detto ieri sera è vero. È caduto, in me, ogni impulso. La mia vita è oggi veramente totalmente casta: nei fatti e anche nei pensieri. Tutto il mio essere è teso verso l’arduo quasi terribile compito che mi sono prefisso. Non vedo altro. Non sento altro. Tu sola esisti. Non solo perché hai sofferto e sofferto i tuoi. Ma anche perché verranno le giornate di sole. Allora tutto sarà compensato e illuminato. Molte volte io ritorno ai tempi felici. Si avvicinano le settimane primaverili che ci videro cavalcare nei dintorni, lungo l’Appia Antica, fra le rovine solenni che ascoltavano talvolta le tue parole di amore e gelosia. Dove sono finite le sinfonie di Beethoven, che ci commuovevano sino alle lacrime? I violini? Gli oggetti della stanza dello zodiaco?
Non hai anche tu la sensazione che il peggio è passato? Cara, qualunque cosa accada, niente e nessuno può separarci. Sono parole che mi piace di ripeterti. Per il resto, tutto è in ordine. Riposati. Stendi i tuoi nervi all’ombra del “sole” levante. Ti sono sempre vicino anche quando tu non lo supponi. Sono sempre il tuo Ben, in mezzo alla tempesta, con una profonda speranza e una grande melanconia nel cuore.

Benito Mussolini

4-26 FEBBRAIO 1944 HO VISTO UN SOLDATO PIANGERE ORMAI NON SONO PIÙ NIENTE –

Piccola cara,
l’immagine dei due somarelli che cercano invano un po’ di paglia e un rifugio, mi ha un po’ rallegrato, se pure è possibile di sentire qualche cosa del genere in questi momenti. Le tue lettere sono molto belle, anche come vigore letterario, ma non cambiano nulla nella realtà. Noi assistiamo. Gli uomini ci sono, ma non ci sono le armi.
È la suprema delle umiliazioni: non possiamo nemmeno chiedere di morire. Non ci è consentito. E tutto ciò accade, mentre la Russia accompagna le sue armate avanzanti verso Ovest, con una politica di vedute impressionanti! Ne parlerò in una nota. Il mio pessimismo è il risultato della assoluta vanità della mia fatica. Io sono veramente come dice il giornale che ti accludo «il cadavere vivente». La mia è un’opera limitata di carattere amministrativo. Io sono una specie di podestà di un grande comune con poteri nettamente circoscritti.
Uno Stato senz’armi è una parodia. Il Papa è infinitamente più armato di me. La Guardia Palatina – secondo i giornali – pur essendo il rifugio di tutta la nobilaglia imboscata, dispone di armi e artiglierie leggere. Io non ho niente. Non ho ancora niente. Dopo quattro mesi le truppe gireranno senz’armi. Nemmeno i vecchi fucili 1891, cosiddetti umanitari, dato il volume delle loro pallottole. Davanti a questo dramma, oggi, un generale – vecchio soldato – è scoppiato in singhiozzi, non rettorici, davanti a me. Un giovane quattro volte ferito, ha fatto altrettanto e ha detto «Ci lascino almeno morire, se non ci ritengono più degni di combattere». Si. Io sono il «cadavere vivente». È una maledizione! Ho chiesto cinque copie di quel giornale. Se potessi gli manderei a dire che ha ragione. Io sono un cadavere vivente e ridicolo. Sopratutto ridicolo. E forse malgrado il nostro amore, riflettendo, tu pensi lo stesso. tuo Ben.

26 FEBBRAIO 1944
No, cara, ti sbagli. Mi sono oramai convinto che ci sono dei libri i quali non devono avere una seconda edizione riveduta e scorretta. La prima edizione del libro interessante della mia vita si chiude il 25 luglio. Da quel giorno io sono defunto. Il popolo italiano tale mi considera e ha perfettamente ragione. La mia autorità cade a brandelli giorno per giorno. Il mio prestigio anche. Io ero qualcuno. Anche se mi avessero impiccato sulla Torre di Londra sarei rimasto qualcuno. Oggi non sono niente. Oggi non sono nemmeno un podestà superiore agli altri. L’unico settore nel quale comando è la polizia mortuaria. Tuo padre si definisce una larva che pensava io mi definisco una larva che agiva.
Nel sesto mese di repubblica – della quale io sarei il capo – i privati non hanno ancora la facoltà di telegrafare in chiaro per annunciare, dopo i bombardamenti, che sono vivi.

Benito Mussolini

«MI SENTO RIDICOLO, UN CADAVERE VIVENTE» –

Pubblichiamo un brano della prefazione di Giuseppe Parlato, presidente della fondazione Spirito-De Felice e collaboratore di «Libero», al volume di lettere mussoliniane.

Il primo elemento che appare dalle lettere a Clara è quello di un uomo profondamente sfiduciato e deluso. Si tratta di uno stato d’animo che già Renzo De Felice aveva messo in evidenza fin dalla detenzione a Campo Imperatore e che si nota immediatamente dalla prima lettera a Clara, quella del 10 ottobre, che per più di un motivo è forse una delle più importanti: vi è intanto una descrizione quasi notarile della sua liberazione, al Gran Sasso, da parte dei tedeschi, senza alcuna simpatia manifesta verso i suoi liberatori. Nello stesso tempo Mussolini dichiarava a Clara di essere una delle tre persone più odiate d’Italia (le altre due erano Ciano e la stessa Clara, ma Ciano sembrava essere più odiato degli altri due): e per un personaggio per il quale il consenso era stato un obiettivo essenziale per il potere, si trattava di un’ammissione indubbiamente significativa.
PROBLEMI DI CAPO
In merito al proprio ruolo politico nella Rsi, il duce si rese rapidamente conto che esso era assai problematico, se non proprio nullo. Il 20 novembre, nella quarta lettera a Clara, ammetteva che «oggi la mia volontà è incatenata»: si tratta della prima dichiarazione di impotenza di fronte all’efficienza imponente dei tedeschi che lo controllavano e non gli lasciavano libertà d’azione. Mussolini ne era perfettamente consapevole: «La mia giornata è sempre più dura e arida. Vivo solo. Non parlo con nessuno. Mi sento circondato. Non mi si vuole dare la possibilità di muovermi. Quando mi muovo, l’apparato italo-germanico di protezione è imponente. Io taccio perché sento che in un’aria così carica di elettricità, ogni parola può essere una scintilla che provoca un terribile scoppio».
Pochi giorni dopo, con lo stesso tono, ma in maniera più sintetica, scriveva: «Tu dimentichi che io sono praticamente inesistente. Che la mia autorità è nulla. Il mio potere, zero». È vero che egli rispondeva alla solita richiesta di favori da parte di Clara, nella tradizione degli anni precedenti; tuttavia ammetteva anche che ai tedeschi non poteva più dare ordini ma solo raccomandazioni. E cinque giorni più tardi tornava sullo stesso concetto: «Io non posso difenderti, perché non ho uomini, né mezzi, né niente. Del resto il mio avvenire è più problematico del tuo». Il duce si sentiva «ingabbiato», come sottolineò il 12 dicembre 1943.
Le possibilità di incidere da parte di Mussolini sulla situazione politica erano affidate alla costituzione dell’esercito della Repubblica. È un punto fermo del duce: contro coloro – ed erano molti – che avrebbero preferito un esercito volontario e politicizzato,Mussolini, che considerava la Rsi come la continuazione formale ed effettiva dello Stato italiano, ritenne che un esercito di leva fosse il segno tangibile della rinnovata presenza dello Stato nella guerra in corso.
Nella prima lettera aveva sottolineato che questo era il suo vero obiettivo, la ragione del suo nuovo impegno politico dopo il 25 luglio: «Comunque – malgrado tutto – io ricondurrò gli italiani al combattimento e così almeno l’onore sarà salvo». Tre mesi dopo, la delusione; nella lettera del 24 gennaio 1944 ammetteva: «Del resto, dopo quattro mesi, non sono riuscito a portare un solo battaglione sulla linea del fuoco per difendere Roma. Questo era il mio compito sacro. Ancora una volta ho “sognato”. Il mio piano è fallito».
UMILIAZIONE SUPREMA
Il fallimento era grave per due motivi: perché non era riuscito a dotare la Repubblica di un esercito che andasse al combattimento, riscattando così l’8 settembre; ma anche perché senza esercito al fronte, quello della RSI poteva essere assimilato a un governo fantoccio: «Oggi – scrive il giorno dopo – sono l’ombra di me stesso. Oggi sono niente. Dopo quattro mesi non c’è ancora un soldato italiano che combatta. È questa la suprema delle mie umiliazioni. (...) Nel mondo io sono considerato alla stregua di un Quisling qualunque. Anzi di peggio». Il 3 febbraio si firmava «Ben, sognatore naufragato». E il giorno dopo, sulla stessa linea, aggiungeva: «Il mio pessimismo è il risultato della assoluta vanità della mia fatica». Concludeva infine: «Sono un cadavere vivente, soprattutto ridicolo».

Giuseppe Parlato