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 2011  novembre 05 Sabato calendario

LA PUGNALATA DI BILL «CHE DEBOLI GLI STATES DEL PRESIDENTE OBAMA»


Torna nelle librerie – martedì, editore Knopf – Bill Clinton. Dopo il biografico “My Life” del 2004, questa volta si tratta di un libro di battaglia e di attualità. “Back to work” (“Torniamo a lavorare”) è un giudizio su Obama e sul difficile momento della politica americana, più che un bilancio personale aggiornato della sua vicenda di insaziabile uomo pubblico: governatore, due volte presidente, marito della senatrice Hillary, diventata poi segretario di Stato dopo aver sfiorato la Casa Bianca, e aspirante salvatore del mondo con la sua “Global Initiative”. Bill non ha mai smesso di fare politica, a differenza dei due Bush quando sono tornati a casa, e nel libro ricorda anche di aver fatto attiva campagna elettorale, nelle elezioni del 2010 disastrose per il suo partito, ma solo a favore dei candidati che si erano fatti in quattro nel 2008 per sostenere Hillary alle primarie contro Barack. Il mondo va avanti, e con Obama è stata poi “pace”, sia pure condizionata visto che Hillary aspirava alla vice presidenza e ha dovuto accontentarsi di fare il ministro degli esteri.
Ma Bill, ora, si toglie qualche sassolino dalla scarpa. E scrive di non aver capito perché, quando ancora aveva il controllo dei due rami del parlamento, Obama non abbia fatto passare la legge per innalzare il debito pubblico. Quando, l’estate scorsa, si è poi arrivati a discutere all’ultimo minuto utile contro una opposizione del Gop rafforzata, il Paese «ne è uscito debole e confuso» agli occhi del mondo, e per la prima volta nella sua storia ha perso le tre A del massimo rating come Paese debitore.
L’accordo tra i due partiti che uscì dal braccio di ferro, commenta l’ex presidente, ha fatto poco sia per creare posti di lavoro sia per sanare la crisi del debito sul lungo termine. Da Democratico con una moglie ancora in carriera malgrado smentisca di avere altre aspirazioni, Clinton descrive lo stato attuale degli Usa come «un casino», ma in larga misura ne dà la colpa all’atmosfera anti-governativa che è maturata con il successo del movimento dei Tea Party.
Bill non risparmia critiche a Obama e ad altri dirigenti Democratici, ricalcando l’unica autocritica che il presidente stesso ha espresso dopo la debacle del novembre scorso: c’è stata una carente politica della comunicazione, il partito Democratico non ha saputo spiegare i meriti di tutte le iniziative prese nel 2009 dal governo per stabilizzare l’economia in recessione. Così, almeno nelle anticipazioni di Ap (Associated Press) che ha avuto una copia del libro in anticipo, Bill cita come mosse positive sia i salvataggi delle banche e delle aziende automobilistiche, sia il superstimolo da 787 miliardi.
Quando era presidente, Bill fece due anni da liberal, e poi sei da moderato-pragmatico. Era il decennio del boom tecnologico, i bilanci pubblici erano ok, e un Congresso in mano al Gop lo “aiutò” ad essere centrista. Tagliò il welfare, creò 22 milioni di posti, aumentò le tasse ai ricchi, «ma senza demonizzare i loro successi» scrive. È solo una battuta, ma fa emergere il divario politico che lo divide dal rigido ideologo di sinistra Barack.

Glauco Maggi